Quale rete per il nostro futuro ?
Stefano Quintarelli
Presidente Eximia
2 ottobre 2007

Nell’epoca della convergenza delle reti di comunicazione, diviene incerta la remunerabilità della rete fissa e dei suoi potenziamenti, necessari però allo sviluppo economico del Paese. L’attuale struttura del mercato e la dinamica della domanda possono essere incompatibili con le esigenze di lungo periodo di un Paese moderno: un problema politico il cui percorso ha come prima tappa la separazione della rete fissa dalle altre attività dell’ex-monopolista.
Tutti sappiamo che le reti di telecomunicazioni si dividono in due famiglie: le reti telefoniche e le reti di trasmissione dati. Inoltre le reti possono essere fisse o mobili.
Questo è lo scenario che ha contraddistinto le telecomunicazioni negli ultimi decenni.
L’avvento del protocollo di Internet, con l’utilizzo della VoIP (Voice over IP), prima limitatamente alle dorsali ed oggi fino in casa degli abbonati, ha reso il servizio telefonico uno dei tanti servizi realizzati sulle reti IP, al pari della posta elettronica o del web.
Per quanto concerne la rete fissa, la distinzione rete dati o rete telefonica si è quindi ridotta. L’ultimo miglio è diventato ADSL e la voce è solo uno dei tanti servizi erogati, sostanzialmente a prezzi forfettari (ad eccezione della telefonia verso il mobile).
Nello stesso periodo il mobile ha infittito il numero di celle sul territorio passando dal TACS  all’UMTS; la banda per la trasmissione dati è aumentata di circa due ordini di grandezza ed un salto analogo avverrà con l’avvento della LTE (Long Term Evolution), anch’essa basata su protocollo Internet.
Già oggi molte persone non interessate ad Internet disdicono l’abbonamento alla rete fissa, risparmiando i soldi del canone, ma privando la rete di risorse. L’UMTS inizia a soddisfare alcune ridotte esigenze di collegamento ad Internet ma con il passaggio ad LTE il fenomeno si accentuerà ed anche sul mobile tenderà a scomparire la distinzione tra telefonia e dati.
La convergenza fisso-mobile, più che una opportunità di crescita, porta ad una sostituzione del fisso con il mobile, con una riduzione di costi per l’utente e di fatturato complessivo per l’industria TLC.
La tendenza che emerge con chiarezza è che lo sviluppo dell’elettronica di consumo porta a terminali portatili sempre più potenti abilitando le persone a collegarsi senza fili. Nel futuro i fili collegheranno i luoghi, come ad esempio le sedi delle aziende o le sempre più fitte celle di accesso wireless. Il wireless si connoterà sempre più come “accesso mobile alla rete fissa”.
L’ultimo miglio della rete fissa, per una quota significativa della popolazione, tenderà ad atrofizzarsi essendo scavalcato dall’accesso wireless; ma riducendosi così i ricavi della rete fissa, il suo sviluppo verrà messo in discussione.
Luigi Einaudi, nelle "Lezioni di politica sociale", introduceva l’idea dell’insufficienza del mercato, come … “strumento adatto per indirizzare la produzione…alla domanda degli uomini. Questi fanno quella domanda che possono, con i mezzi, con i denari che hanno disponibili. Se avessero altri e maggiori mezzi, farebbero un’altra domanda: degli stessi beni in quantità maggiore o di altri beni di diversa qualità. Sul mercato si soddisfano domande, non bisogni.”
Assecondare la domanda del mercato è l’unico comportamento razionale di una azienda privata che opera in un regime di concorrenza, in assenza di vincoli esterni. Quest’ottica di breve periodo potrebbe però privarci di una infrastruttura, quale la rete in fibra ottica fino a casa, vettore di sviluppo per i decenni a venire; un’opera che per essere realizzata richiede decenni ed investimenti ingenti che, come detto, non paiono remunerabili dalla domanda soddisfatta perlopiù dal semplice uso telefonico (che sta migrando verso il wireless).
Il modello competitivo che ha caratterizzato l’apertura del mercato della telefonia, basato sulla concorrenza tra infrastrutture (e quindi sulla loro duplicazione), non è più compatibile con l’ammodernamento dell’infrastruttura di rete, se non a macchia di leopardo.
Il problema è squisitamente politico. Partendo dalla situazione attuale, ci dobbiamo chiedere “quale è il futuro che immaginiamo per il nostro paese nei prossimi 30 anni e quale è il tipo di rete (diversa dalle esigenze manifeste di oggi) di cui necessiteremo ?”. Il rischio è che paesi a maggior dirigismo tecnologico attuino delle scelte che consentano loro di aumentare ulteriormente il divario di competitività con il nostro Paese.
Come ha ricordato il Commissario Europeo Viviane Reding, il 50% della crescita del PIL europeo proviene dalle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni; una rete di telecomunicazioni non è un semplice prodotto, ma un abilitatore di crescita economica.
Uno Stato che guardi al futuro non può non considerare con attenzione il suo ruolo nelle nuove telecomunicazioni: dalla semplice definizione di policies alla piena proprietà, lo spettro di possibile intervento è ampio e avere una situazione di partenza chiara e definita è necessario per poter affrontare un progetto di sviluppo.
La separazione funzionale della rete fissa, nella direzione avviata dall’Autorità delle Comunicazioni, appare quindi opportuna, non solo per una garanzia del mercato a breve termine, ma anche in un’ottica strategica per il Paese.
Eli Noam, Direttore dell’Istituto per la Tele-informazione della Columbia University, ha scritto di recente: “é venuto il momento di iniziare una nuova discussione circa il ruolo dello Stato nella nuova generazione di comunicazioni elettroniche”. Speriamo che questa discussione inizi anche in Italia.