La rete di prossima generazione può essere fatta solo in fibra e deve arrivare fin dentro casa. Le altre opzioni non convincono
Gabriele De Palma

La fibra ottica direttamente dentro casa. È così che dovrebbe essere la rete del futuro, le autostrade digitali o più semplicemente la Next generation network (Ngn). Sui media se ne parla poco e in modo non troppo chiaro. In campagna elettorale, invece, vige il silenzio più assoluto. Eppure si tratta di un’infrastruttura cruciale per il futuro del Paese: una rete ad alta velocità che garantisca a tutti (ma proprio a tutti) i cittadini una connessione a internet che abiliti servizi evoluti. Video ad alta definizione bidirezionali in tempo reale, come la telepresenza, che consente realmente il lavoro da remoto, permettendo la riduzione degli spostamenti, ma anche la telemedicina o il controllo capillare dei dispositivi domestici di qualunque tipo. In poche parole, una piattaforma per lo sviluppo e l’erogazione di servizi da parte di imprese e pubblica amministrazione paragonabile a quello che sono state le autostrade nell’Italia del dopoguerra. Tutto questo può essere ottenuto solo a una condizione: fare in modo che la fibra ottica, il più potente materiale di trasmissione a disposizione, arrivi dentro ad ogni abitazione. A differenza di quanto accade oggi che si ferma, in media, a circa un chilometri e mezzo dalle case degli utenti raggiunte invece dal buon vecchio doppino in rame.
I problemi del doppino
Una rete solo fibra, dunque, o, come dicono gli addetti ai lavori, Ftth (Fiber to the home). Niente di più, niente di meno. Tutte le altre forme di presunte Ngn (come quella di fatto proposta da Telecom Italia nell’ultimo piano industriale), prevedono infatti ancora l’utilizzo del rame. Il quale ha tre limiti. La scarsa capacità di trasporto, e quindi l’impossibilità di abilitare determinate applicazioni evolute. L’asimmetria del trasporto per cui oggi è possiamo scaricare un file musicale a velocità molto più alte di quelle a cui possiamo caricare in rete un documento. Infine, terzo nodo, il rame non assicura banda larga per tutti, anzi l’unica sicurezza che dà e che non tutti potranno correre sulle autostrade digitali. Al momento, per esempio, solo il 60 per cento degli utenti può usufruire della Adsl, il che genera uno strano digital divide a macchia di leopardo. È un materiale che esclude, insomma, mentre la fibra è democratica e permette a tutti di avere nuovo servizio, un servizio veramente universale. Senza contare che il rame prima o poi andrà sostituito comunque per usura – alcuni tratti della rete telefonica risalgono ancora agli anni ’40 – e quel punto la sua sostituzione con la fibra sarà obbligatoria.
Autostrade di ieri e domani
Ma quanto costa una rete tutta in fibra? Secondo alcuni calcoli (vedi intervista qui sotto) portare i cavi ottici in tutte e abitazioni d’Italia richiederebbe circa 29 miliardi di euro. Insomma, dotare l’Italia di un’infrastruttura di telecomunicazione simile costerebbe come un tratto autostradale da Milano a Lecce. Un sacco di soldi ma nulla che un Paese moderno non possa affrontare se ci fosse la sensibilità e di conseguenza la volontà politica di farlo. Senza contare che oltre la metà degli esborsi stimati verrebbe assorbita dalle opere civili (dotti, lavori interni agli edifici, diritti di passaggio e pratiche burocratiche), e quindi la cifra, se ci fosse un incentivo statale ad hoc, andrebbe rivista al ribasso. Ai partigiani delle forme, imperfette, di Ngn, quelle che si accontentano di accorciare il tratto in rame e non di eliminarlo del tutto, va inoltre ricordato l’impatto ambientale ed economico di simili, soluzioni. Il ricorso a due materiali diversi infatti implica l’introduzione di un "traduttore" di segnale che consenta ai due tipi di cavi di parlarsi. Peccato che questi traduttori, sotto forma di centraline, consumino molta energia e contribuiscano di conseguenza alle emissioni di anidride carbonica.
Più velocità, meno emissioni
C’è anche qualcuno che ha provato a il peso ambientale della realizzazione di una rete mista: in fibra fino alle cantine del palazzo, in rame fino alla casa. In base ai calcoli di Paolo Nuti, vice presidente dell’Associazione italiana internet provider, una centralina di "traduzione" nello scantinato di ogni condominio immetterebbe nell’atmosfera 500 mila tonnellate in più di Co2 e aumenterebbe i consumi energetici delle famiglie del due per cento. Nuti trova addirittura sospetto il fatto che non si tenga conto dell’impatto ambientale quando si parla di Ngn imperfette: «C’è una curiosa asimmetria regolamentare a livello comunitario: al mercato delle auto la direttiva europea (del 19 dicembre 2007) impone di ridurre entro il 2012 le emissioni di Co2 delle nuove auto in produzione, ma nessuno dice niente alle aziende di telecomunicazione d’Europa che intendono mettere una centrale in ogni condominio».
Se invece si adottasse la soluzione solo fibra non si avrebbe tale problema perché il numero di centrali si ridurrebbe grazie al fatto che ognuna di esse potrebbe servire un maggior numero di appartamenti. Insomma, più il rame si accorcia più le prestazioni migliorano, ma è solo l’eliminazione dell’oro rosso che ci darà davvero una nuova infrastruttura. Le altre opzioni sono solo transitorie e prevedono che prima o poi la rete solo fibra si faccia comunque. Oppure teniamoci la rete che abbiamo già, continuiamo ad andare in auto in un ufficio sempre più distante da casa, a riempire di moduli cartacei gli uffici pubblici e a chiederci come faremo a consumare meno energia.