Luca Sofri, che di “notizie che non lo erano” è un esperto (se ne occupa da anni con costanza) ha scritto un bel pezzo, un po’ lungo, che vale la pena di leggere.

Luca de Biase ha scritto un commento ragionato al bel pezzo di Juan Carlos de Martin su Repubblica.

Juan Carlos vede come passi verso una soluzione: l’educazione dei lettori, la professionalizzazione degli editori (trovando un modo di sostenerli economicamente), la disponibilità di strumenti per i lettori per avere punti di vista plurali.

Luca conclude che bisogna fare buon giornalismo ..”E dunque: metodo, interfaccia e modello di business, devono essere orientati al servizio del pubblico che legge e paga per leggere in base a criteri di qualità”

Evgeny Morozov conclude che il problema sono le multinazionali del web e che bisogna rendere l’economia dei clic meno centrale nella nostra vita e delegare le decisioni ai cittadini, piuttosto che ad aziende veniali ed esperti facilmente corruttibili.

Che una azienda sia veniale è praticamente un’assioma. Sono le regole che orientano i comportamenti delle aziende per produrre effetti positivi mitigando le esternalità negative. Ed il compito della politica è fare queste norme per tendere ad un obiettivo socialmente desiderabile.

La sfiducia negli esperti e l’idea dell’uomo qualunque in grado di decidere meglio di loro è stata anche l’oggetto di una vignetta ironica sul New Yorker (fonte)

Vignetta New Yorker
A questa vignetta manca solo, in mano al proponente, la pagina di Wikipedia “Come si pilota un aereo”… Completerebbe l’idea che chiunque, documentandosi un po’ online, possa fare qualunque lavoro, che l’esperienza non sia un valore e che anzi, sia indice di probabile corruzione.

tra parentesi..

{

Qualche giorno fa il ministro Calenda è stato criticato per avere scelto la società di consulenza BCG (una delle migliori, IMHO) per assisterlo nella predisposizione della strategia energetica nazionale. Certamente BCG lavora con grandi aziende nazionali ed estere. Questo non è visto come merito, ma come demerito. Sarebbe stato meglio farsi affiancare da qualcuno inesperto ? che so, da imprenditori caseari ?

Pertinente la chiosa della studentessa Natalia Panchieri su twitter:

Ministro dovrebbe chiedere a giuria popolare scelta a caso. Sicuramente avrebbe un piano energetico di successo…
— nataliapanchieri(@natipanchie) 6 gennaio 2017

(e poi, anche fosse,… se è vero che molte informazioni sono false, i cittadini non sarebbero fuorviati nei loro giudizi ? casomai è un argomento a favore degli esperti!)

Dovremmo chiedere che siano *sempre* esperti e poi avere dei media che facciano informazione equilibrata e della vigilanza che controlli e sanzioni. 

E’ anche frutto dell’amplificazione della circolazione di notizie (spesso false, esagerate o fuorvianti) se molti maturano l’idea di un diffuso fallimento della vigilanza (che talvolta fallisce), e ritengono che quindi sia preferibile una generale, candida (presuntamente), inesperienza.

}

Ma torniamo alle proposte che mi pare possano essere riassumibili così:

  • educazione dei lettori
  • disponibilità di strumenti per avere punti di vista plurali
  • metodo, interfaccia e modello di business orientati al servizio del pubblico che legge e paga
  • la professionalizzazione degli editori (trovando un modo di sostenerli economicamente),
  • rendere l’economia dei clic meno centrale

Educazione dei lettori – direi degli internauti – è cosa che certamente va fatta. Sono d’accordissimo, dobbiamo riconoscere che ha tempi lunghi.

Scrivevo su Media 2000 tre anni fa

Assioma: internet c’è e ci sarà. E allora come inventiamo la scuola, dato che internet c’è e ci sarà? …
Una prima conseguenza che dovremmo trarre è che possiamo verificare tutto e quindi possiamo, e in alcuni casi dobbiamo, verificare tutto. Dobbiamo insegnare ai ragazzi ad essere curiosi, a verificare, non a pensare per sentito dire. “lo pensi o lo sai ?” è uno dei miei refrain preferiti.
Una seconda conseguenza che dovremmo trarre è che dovremmo insegnare ai ragazzi a cercare efficacemente districandosi tra miliardi di fonti, a valutarle, a separare la farina dalla crusca…
Perché non si può dare alle chiacchiere da bar lo stesso peso di una conversazione scientifica. Come non diamo al tabloid di second’ordine lo stesso peso che diamo a pubblicazioni scientifiche peer-reviewed..
…penso che questa sia la linea giusta (che poi è quella che propone il Centro Studi Impara Digitale).

Proseguiamo.. Nell’editoria cartacea l’editore produceva informazione e la consegnava impacchettata al lettore. Oggi, online, produttore dell’informazione e mezzo di presentazione al lettore sono separati.

Offrire punti di vista plurali è quindi un compito, a mio avviso, dell’aggregatore. Di chi presenta l’informazione al lettore, non del produttore dell’informazione. In questo post io non offro punti di vista plurali. La mia è una opinione ed è la mia_opinione.

E talvolta è sbagliato offrire punti  di vista alternativi. In passato Piero Angela si rifiutò di offire un punto di vista alternativo “omeopatico” perché privo di valenza scientifica. Fu denunciato da omeopati ed infine assolto nel processo che ne seguì.

I tre ultimi punti ruotano attorno al sostegno economico.

Esiste certamente una quota di lettori online che legge e paga, ma i contenuti fruiti online a pagamento sono quantitativamente assai assai assai minoritari rispetto ai contenuti non pagati (ricordo tutto il lavoro che abbiamo fatto su questo tema con Chiariglione in DMIN.it. Ahimè fallimmo a convincere gli editori…). Non è sufficiente per reggerci una industria. (per chi vuole approfondire).

I ricavi pubblicitari online sono in spirale negativa per gli editori. Mi accorgo di non avere scritto nulla sul blog riguardo gli effetti del Real Time Bidding e Programmatic. In sostanza, per ogni euro investito dall’azienda che vuole promuoversi, la quota che arriva all’editore si sta sempre piu’ riducendo, mentre aumenta il numero di intermediari “tecnologici”.

Scrivo in “Costruire il Domani”:

Grazie alla rete sempre connessa e alla grande quantità di dati archiviati ed elaborati in tempo reale, il valore aggiunto per l’inserzionista, della relazione editore-pubblico uscirà dal perimetro dell’editore e verrà catturato da nuove categorie di soggetti, intermediari tecnologici operanti su scala globale.

Questa è la radice del clickbaiting ovvero degli articoli che sono “esche” (bait) per clic dei lettori. Articoli che càpita siano falsi o fuorvianti ma che servono ad attirare l’attenzione del lettore e guadagnare così qualche centesimo di euro in pubblicità.

E’ questo che porta alla prevalenza di ciò che interessa il lettore rispetto a ciò che è corretto.

{

Siamo disposti a perdere delle quote di ricavi a vantaggio di una maggiore qualità ? (e chi decide la “qualità” ?).

Titola La Stampa:

La nuova Rai è un flop quasi totale. Crollano decine di programmi
Nella giornata media l’azienda pubblica ha perso il 2,04 di share, superata da Mediaset a più 1,29. Reggono solo le fiction dell’era pre Campo Dall’Orto

}

Torniamo alla domanda iniziale: come fare per migliorare l’informazione ?

Una speranza è trovare un modo di generare altre risorse per dipendere meno dai clic.

Ma lo dovrebbero adottare tutti!

Il punto non è *solo* sostenere chi genera contenuti di qualità, ma soprattutto fare sì che si riduca la diffusione di balle generate da chiunque. (salvaguardando nel contempo la libertà di espressione!)

Perchè ci sarà sempre qualcuno che trova vantaggioso ridurre il costo di produzione dei contenuti (ad esempio generando automaticamente clickbait).

Anche trovando il modo di rendere l’economia dei clic meno centrale, trovando una alternativa per gli editori, ci sarà sempre qualcuno per cui quell’economia va più che bene ! E continuerà a produrre clickbait!

Allora, se è vero che online produzione e diffusione sono sostanzialmente separate e che chiunque deve poter esprimersi – e chiunque può farlo  anche generando automaticamente clickbait – è sui meccanismi di diffusione che a mio avviso bisogna lavorare. E quindi trovare forme di intervento che non possono non coinvolgere motori di ricerca e social network.

In dettaglio, non sono in grado di proporre una soluzione ma sono moderatamente convinto che la cosa passi (come suggerisce Juan Carlos) da strumenti a disposizione dei lettori ed anche da analisi di algoritmi e dati, qualche modifica agli algoritmi, magari supportata da qualche forma di autoregolamentazione e qualche meccanismo di responsabilizzazione diverso dagli attuali.

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