Ricevo un gustoso articolo nella mailing di Franco Debenedetti dal titolo “Il caso TIM e il bastone tra le reti”.

Franco scrive benissimo, ma l’articolo mi pare veramente molto denso di imprecisioni (Per la verità, di alcune di queste ne avevo già parlato con lui molti mesi fa).

Articolo Commento
Quando si chiamava Telecom, innumerevoli erano stati gli interventi pubblici nella vita dell’ex monopolista delle telecomunicazioni. Da quando si chiama TIM sembrava che non ce ne fossero stati di nuovi. Con preoccupazione si è quindi appreso che, avendo il fondo KKR manifestato l’interesse a prendere una partecipazione fino al 49% nella rete secondaria di TIM per contribuire a finanziarne la transizione dal rame alla fibra, il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha tenuto a ricordare a TIM che la rete è “strategica”, come è dimostrato dal fatto che la legge gli conferisce il potere di esercitare la golden power, vale a dire di negare il suo consenso.
Se neanche il governo, e neanche il PD, dimostrano di non considerare che la ex-STET è un’azienda privata, non c’è da stupirsi che ancora tanti non perdonino a Ciampi di averla venduta tutta. È un’azienda privata, ed anche una infrastruttura strategica, quindi con vincoli.

Non è una novità italica… Ad esempio nei liberalissimi USA c’è un comitato governativo che deve approvare gli investimenti esteri in USA (significativi) chiamato Committee on Foreign Investment in the United States:

CFIUS is an interagency committee authorized to review certain transactions involving foreign investment in the United States and certain real estate transactions by foreign persons, in order to determine the effect of such transactions on the national security of the United States.

Mica pizza e mandolino.

.Ma, si dice, la rete deve essere unica: certo, anche questo è entrato a far parte degli idola fori. Foro italico, perché l’Unione Europea fin dall’inizio ha promosso la concorrenza infrastrutturale. Vero, cosa per cui la Commissione Europea è molto criticata perché la cosa ha funzionato poco e male, e solo in paesi e regioni in cui c’era già una concorrenza infrastrutturale con la TV via cavo.
Come è logico che sia, giacché le telecomunicazioni sono tecnologie che evolvono con una rapidità a cui si fa fatica a star dietro: Beh, insomma…

La rete fissa è sostanzialmente scavi, tubi, rame o vetro e il rame che abbiamo giù, tra gli altri, ha il problema di essere moooolto vecchio (da molti decenni prima che io nascessi, e richiede e costa molto in manutenzione, ordini di grandezza in più della fibra).

perfino l’iPhone non ha ancora la possibilità di usare il 5G. Beh, anche perché il 5G praticamente  non c’è…

Ma, soprattutto, non parlavamo di rete in fibra ? Non c’è un modo per infilare una fibra in un iphone…

E’ solo per l’attrazione di una malintesa analogia che la rete TLC viene considerata monopolio naturale.

No, è perché duplicare rete fissa è una misallocazione degli investimenti.

E’ solo perché l’acqua è la stessa sempre e per tutti, e perché non si vogliono differenziazioni nel modo di fornirla e fatturarla che la si può considerare monopolio naturale.

Veramente, per l’acqua abbiamo un solo acquedotto… di questo si parla

Sembrava fosse così anche per l’elettricità, ma l’avvento delle smart city e la diffusione delle auto elettriche richiederanno il massiccio uso di tecnologie digitali che faranno dell’elettricità qualcosa di sempre più altro dal monopolio naturale. Ma è proprio come nell’energia elettrica!

La rete è una! Mica ci sono n operatori di rete elettrica!

Ci possono essere n fornitori di servizio sopra una rete unica, come nell’elettricità!

Cioè, si usa l’argomento della rete elettrica (che è unica), per sostenere l’argomento opposto (cioè che ci devono essere più reti!)

Quanto alle telecomunicazioni, quelle tradizionali sono iper-regolamentate, mentre non lo sono per nulla servizi che tali sono a tutti gli effetti – quelli degli OTT – ad esempio Whatsapp e Skype. Vero, ma che c’entra con le reti in fibra? Piove, governo ladro?

E, BTW, sulla regolamentazione degli OTT si è intervenuto anche negli USA, sia dalla FCC che in sentenze della corte suprema che con n cause antitrust in corso di definizione. E lì vige la common law.

Non stupiamoci se i capitali scappano dall’Europa; quanto all’Italia, quando si dichiarano pronti a investire, alziamo un dito per ricordargli chi qui comanda. Anche ammettendo che qui alziamo un dito prima che si investa, in USA calano la mannaia anche dopo che gli investimenti sono stati fatti!.

Per esempio consideriamo la fibra trans-pacifica dagli USA ad HongKong: per questo investimento (già fatto!) è stato bloccato l’uso dai regolatori USA “per ragioni di sicurezza” senza nessuna motivazione. Nunsupoffa’. Punto. Anche se esistono già n altre fibre che vanno ad HongKong, “questa fibra non s’ha da usare”. (Wall Street Journal)

Gli investimenti scapperanno dagli USA a gambe levate ?

E’ la AGCOM stessa a documentare le conseguenze: nell’intero comparto TLC ricavi, occupazione, EBTDA, sono tutti in calo nel periodo 2014-2018. L’intero comparto TLC include sia la rete fissa (oggetto del discorso sulla fibra, che non vien trasmessa via radio) che la rete wireless.

È proprio la teoria economica a dirci che in un mercato competitivo nel lungo periodo si annullano i margini  (possiamo dire che 25 anni sono un periodo abbastanza lungo ?)

I profitti in calo sono un effetto della concorrenza, non dei golden power sulla rete fissa o della deregolamentazione degli OTT

E in Europa non è molto meglio, anzi sarà ancora peggio se prevarrà l’orientamento, enunciato da Ursula van der Leyden, e sostanzialmente ripreso da Magrethe Vestager e ultimamente anche da Angela Merkel, secondo cui il ruolo dell’Europa nella competizione fra America e Cina è quello della “regulatory superpower”. Se le premesse discusse sopra sono la base per questa previsione, inviterei Franco Debenedetti a farsi un giro negli USA e vedere all’aeroporto JFK di New York (non in mezzo all’Arizona) quale sia il livello di copertura dei vari operatori mobili e con che standard. A ottobre dell’anno scorso ne ricordo uno solo in 4G e gli altri in 2-3G con una quantità di banda da rubinetto che sgocciola.

Insomma, il mercato delle TLC europeo non è proprio male.

Matteo Renzi, per risolvere il problema del ritardo nella banda larga, promosse la costituzione di Openfiber a fine 2015. Ritardo probabilmente presunto, dato che l’Italia poco dopo ha fatto uno straordinario balzo in avanti, No, non era presunto, era documentato dagli indicatori DESI. (Digital Economy and Society Index).

Per la connettività nel 2015 c’erano 5 paesi europei che facevano peggio di noi (Polonia, Cipro, Lituania, Croazia, Grecia), nel 2019 sono 9 (adesso facciamo meglio anche di Francia, Romania, Slovacchia e Bulgaria) .

anche perdurando il divieto di usare il vectoring che, data la conformazione della rete in rame di TIM, ci avrebbe consentito di essere tra i primi in Europa. Questo è un discorso che salta fuori ricorrentemente ed è una contraddizione in termini di chi auspica la concorrenza infrastrutturale.

Il cavo telefonico che arriva ai condomini e nelle case contiene molte coppie di fili. Quando percorso dai segnali elettrici, si genera della mutua interferenza tra i fili.

Per mitigare questa interferenza, SE TUTTE LE COPPIE DI FILI SONO COLLEGATE ALLO STESSO APPARATO (o ad apparati della stessa marca), l’apparato è in grado di rilevare le interferenze e gestirle, minimizzandone l’effetto nocivo. In questo modo si riescono a spremere performances più alte.

Con la competizione infrastrutturale, dato che (salvo in pochi centri molto densamente abitati, ma in Italia solo il1 2% della popolazione vive in città di una certa dimensione) l’ultimo segmento che entra nelle case non è duplicabile (bisognerebbe entrare nelle case con dei fili nuovi, costi pazzeschi e quindi infattibile da nessun concorrente del monopolista storico che invece possiede già i fili e già pagati da decenni) bisogna usare il filo di rame che già c’è.

Quindi, concorrenza infrastrutturale = condivisione del rame tra operatori diversi.

Ma questo implica anche possibilità di uso di apparati diversi (ogni operatore mette i propri) e questo implica non usabilità del vectoring.

Ovvero, il vectoring funziona solo se qualcuno decide quali apparati usare per tutti e tutti si adeguano. Monopolio nella scelta degli apparati.

Quindi si, ci avrebbe consentito di essere tra i primi, ma solo in una situazione di monopolio.

O, detto in altri termini: se la rete fosse unica (monopolio), si sarebbe potuto adottare il vectoring. Cosa già più dubbia oggi anche in senso economico.

Ma intanto, gabellata come un risparmio nella posa dei contatori elettrici, sostenuta da consiglieri di cui alcuni in conflitto di interesse, ben vista dal PD ancora vittima di un perdurante complesso di statalismo, l’operazione Openfiber era partita. Ehm, finanziata da fondi UE, quelli che in genere restituiamo perché non siamo in grado di mettere a terra…
Sono passati più di quattro anni, sono stati fatti e assegnati i bandi da Infratel Italia, la stazione appaltante che gestisce i fondi (stanziati oltre 1,5 miliardi), e collauda i lavori eseguiti. Openfiber ha ordinato lavori per 488 milioni ma, a detta dell’AD di Infratel Marco Bellezza, a causa di progettazione inidonea sono stati realizzati lavori solo per 162 milioni, e i comuni collaudabili sono 120 su 530. C’è chi parla di un ritardo di 2 o addirittura di 3 anni che significherebbe il raddoppio dei tempi previsti. Non ho visto la dichiarazione del nuovo AD di Infratel, (progettazione di chi ?) Di certo i 488M sono solo uno dei capitoli di investimento.

I dati ufficiali complessivi di Open Fiber sono questi:
• al 31 dicembre 2019 aveva connesso in fibra circa otto milioni di unità immobiliari, di cui 5.7 milioni nelle aree A e B e 2.2 milioni nel segmento C e D.
• è oggi il più grande operatore wholesale FTTH in Europa.
• ha fatto investimenti per oltre 3 miliardi.
• nei cluster A e B è oltre il 60% del target
• nei cluster C e D (quelli delle gare Infratel), le cifre degli investimenti sono diverse e ammontano a circa 750 milioni e sia nel 2018 sia nel 2019 sono stati raggiunti i target per la rendicontazione dei fondi europei da parte delle regioni.

Va detto che nei cluster C e D ci sono soltanto piccoli paesi e ci vive la maggior parte degli italiani, quelli che prima non avevano speranze di avere un accesso in fibra

In realtà è vero che c’è un ritardo, ma non nell’esecuzione ma nella partenza: i lavori sono iniziati solo nel 2018 e non nel 2016 perché bloccati da molti ricorsi contro gli appalti.

Per alcune Regioni l’aggiudicazione è avvenuta meno di 9 mesi fa.

E poi dopo avere fatto i lavori ci sono i collaudi che sono in forte ritardo e anche questi dipendono dal pubblico.

Paradossalmente, per fare più in fretta, l’operazione “di sistema” Openfiber sta invece rallentando, per l’incertezza che determina nel mercato, tante piccole imprese italiane che, specie nel Nord del Paese e con solo denaro privato, servono già con le tecnologie wireless oltre 1 milione e mezzo di famiglie proprio nelle aree disagiate. E’ vero l’opposto: se Open Fiber rallenta, è manna dal cielo per queste aziende. Dove arriva Open Fiber con la fibra (più performante del wireless), questi perdono abbonati. Quindi, più Open Fiber è in ritardo, più loro prosperano!

Ah, e non è nemmeno vero che sono con SOLO danaro privato. Alcuni di questi si sono aggiudicati appalti delle stesse gare.

Ancora una volta è il mercato che pone rimedio alle disfunzioni dello Stato.
Sulla base di estrapolazioni prudenziali, si può prevedere che non meno del 30% (ma forse il 50%) delle utenze previste da Openfiber, a fine progetto, saranno già state servite dai privati, senza godere di aiuti di Stato. Per la verità il 100% delle utenze previste da Openfibre è già servito da qualcuno. Quello che cambia è come! (una bella ADSL a 256Kbps o un bel modem a 28,8Kbps non si nega a nessuno!)

Battute a parte, se parliamo di banda ultralarga, bisogna ricordare che il wireless è una tecnologia tampone.

Tra le performance delle reti wireless e le performance delle reti fisse ci sono sempre circa 2 ordini di grandezza di differenza (il fisso è sempre più performante)

Tornare indietro, però, non è possibile: i tassi di interesse negativi hanno abbassato la soglia minima di profittabilità per rendere i progetti economicamente sostenibili, e Openfiber non ha avuto problemi a finanziarsi. Ma sulla rete unica bisogna ragionare. Su questo blog si predica dal 2006 in questo senso…
Salvatore Rossi, nuovo presidente di TIM, ricorda “anche come economista” che TIM é la sola in Italia ad avere “una simile dote”, e che quindi sarà giusto che continui a gestire la rete fissa “anche se e quando” ci fosse l’integrazione tra le due reti. … a meno di una ridefinizione del perimetro della rete fissa in TIM.
In ogni caso, integrata o no, con altri partner o no, è essenziale che TIM abbia il controllo anche societario della sua rete, se non vuole mettere a rischio la sua esistenza come grande azienda. Può darsi, ma, giusto per capire,  perché?

Non si lodava poco sopra la concorrenza nel settore elettrico in cui c’è una sola rete e tanti fornitori di servizio che innovano digitalizzando cose?

Non pare contraddittorio?

Per il ministro è “strategico”, per il presidente necessario che “l’Italia non perda il treno hi-tech”, per il buon senso bisogna incominciare a non mettere i bastoni fra le ruote a ciò che funziona, e a chi vuole investire. Forse questo è il nocciolo.

Chi vuole investire?

Sarebbe bello che le telco (tutte!) iniziassero a dare cifre disaggregate sugli “investimenti di rete” fatti, così, giusto per capire quanto di questo sono infrastrutture di backbone, quanto di IT/data centre e quanto di telefonini da affittare agli utenti. (possibile che gli analisti non chiedano questi dati ?)

Per inciso, ricordo che Telecom Italia è il primo operatore incumbent UE per profittabilità (bravi!).

Dulcis in fundo, quando si parla di fare una rete unica, si parla di “scorporo della rete”, intendendo che tra servizi e infrastruttura (che hanno due profili di profittabilità, di investimenti e di tempi di ritorno diversi) si pensa a Telecom come “ciò che resta dopo lo scorporo della rete”.

E se invece ragionassimo al contrario ? Se pensassimo che si scorporano i servizi e pensassimo a Telecom come ciò che resta dopo lo scorporo dei servizi ? Avrebbe un grande futuro, da grande compagnia con un monopolio naturale e margini stabiliti dall’autorità, in grado di remunerare gli investimenti (su rete e data centre della SDN).

Questo anche perchè in realtà c’è un disallineamento (ovvio) tra obiettivi aziendali ed obiettivi del paese. Il paese ha come obiettivo avere una rete in fibra in ogni angolo del paese (si vede quanto serve adesso, con questa epidemia). L’azienda ha l’obiettivo di fare profitto. Sarà una mancanza mia, ma non ho ancora visto UN amministratore delegato di un incumbent che avesse nei propri obbiettivi la massimizzazione della copertura in fibra, ma per tutti ci sono dividendi e prezzo dell’azione.

Mi viene in mente quel convegno del 2012 organizzato dal Financial Times in cui gli AD di 11 telco europee (incumbent) chiedevano deregolamentazione per “Meeting the investment and growth challenges ahead”.
11 Amministratori delegati che nell’anno precedente avevano distribuito dividendi per oltre 20 miliardi di euro. Tre miliardi quell’anno, tre miliardi l’anno dopo, sai in 9 anni quanta rete in fibra si sarebbe fatta in Italia ?

PS. era molto tempo che non rispondevo più ad articoli sul tema, ma mi pare che il dibattito sulla rete sia ripreso e, forse complice un po’ la stanchezza dopo un decennio e più di discussioni, mi pare che qualche concetto fondamentale si sia un po’ annacquato…