Premessa: non sono un biologo, nè epidemiologo, nè virologo, quindi le mie sono argomentazioni da bar.

Qualche volta anche qualcuno al bar ci piglia, il più delle volte, no.

Un po’ di considerazioni sparse, come premesse:

Il posto al mondo dove hanno la minore diffusione del contagio è il giappone. Nessun lockdown, nessuna misura “innovativa”. Una mania per la pulizia e contatti sociali non intimi (niente baci e abbracci, strette di mano, appena uno ha un minimo cenno di raffreddore si mette la mascherina, dispenser di igienizzanti in ogni dove, se uno usa un fazzoletto e se lo mette in tasca ti guardaanao schifato, niente scarpe in casa…) Alcuni di questi tratti sono comuni con altri paesi asiatici, in misura minore. Se possono sembrare poche cose, mi dice un epidemiologo che fanno una bella differenza.

Ecco una prima proposta: per la prossima, o per la prossima ondata, più diventiamo giapponesi e meglio è.

Ci sono diversi fattori che contribuiranno (spero) a farci riprendere: dall’aumento della temperatura per la primavera, alla disponibilità di qualche farmaco (ce ne sono diversi che apparentemente si stanno giudicando utili) per abbreviare di molto la presenza in terapia intesiva, di fatto moltiplicando la disponibilità di possibilità di trattamento e la gestione di pazienti in reparto (o a casa). Arriveranno metodiche di testing diverse, per consentire di fare test su grandi numeri (oggi siamo a meno di 20k test/die, dobbiamo fare almeno 10x) ed identificare i sani e gli immuni.

Il virus colpisce perlopiù persone fragili, anziani e malati (i decessi hanno una media di 3,4 patologie) e perlopiù maschi (3/4).

Condivido l’idea del mio amico Udi Shapiro del Weizmann Institute per uscirne appena arriviamo al plateau della diffusione grazie al lockdown (e sperando ci sia un test sierologico disponibile): anzichè tenere tutti in lockdown ed isolati, vi restino solo le persone a rischio e facciamo in modo che non restino isolati e che ricevano supporto da immuni, evitando di contagiarli. In pratica, creiamo uno scudo tra le persone a rischio e le persone non a rischio mediante delle persone immuni. Potremmo chiamarlo “shielding”.

Questo richiederà un sistema di certificazione e di coordinamento. Potrebbe essere un braccialetto come dice qualche epidemiologo, o forse meglio un’app, gestendo opportunamente i necessari aspetti di anonimato con meccanismi a doppio cieco, che può diventare uno strumento di coordinamento e di supporto per le persone che ricevono aiuto e per quelle che lo forniscono. E magari usiamo quest’app come “antenna” per registrare i contatti a breve raggio (usando il bluetooth e sempre con adeguate garanzie di anonimizzazione, come fa quest’app), per un eventuale rimbalzo in autunno, se epidemiologi e virologi riterranno che possa essere una cosa utile.

Adesso sono un po’ di fretta, mi riservo di aggiornare qs. post anche sulla base dei vs. commenti