Sì, il problema che poni é centrale. Che regole vengono fatte e che regole vengono applicate. In realtà  del caso di Google / Vividown, del famoso ragazzo down, non é che sappiamo un granchè, perchè sappiamo solo che c’é una “multa”, ma non sappiamo cosa c’é scritto sopra quindi aspetterei a leggere le motivazioni della sentenza, prima di esprimermi propriamente. Certo che da quello che appare, dai primi commenti, c’é stata una razione tra Stati Uniti ed Europa, in un certo modo, dove gli Americani hanno vissuto questa decisione come una cosa al di là  del bene o del male, perchè va a toccare direttamente quello che loro considerano un caposaldo della democrazia, che é la libertà  di espressione,apparentemente.

La decisione del Giudice si basa sulle regole sulla privacy. Qui si tratta di capire quale diritto prevale, quale valore prevale. Cioé dietro a questa cosa, che ha degli impatti economici notevoli, c’é tutta una riflessione sui valori.

Diceva prima il dottor Bernabè che la libertà , lo ricordava, il limite della libertà  é quella degli altri, é la libertà  degli altri. Le regole servono per assicurare una convivenza civile, prevedono diritti e doveri. La politica é il diritto/dovere di darsi democraticamente delle regole. In rete, é stato ricordato, molte delle regole nascono, emergono spontaneamente: il fenomeno dell’autoregolamentazione é molto presente.

Chi, come me, si occupa di queste cose dall’inizio ha visto questo fenomeno proprio dispiegarsi molto, ripetute volte. Adesso, chiedevi tu, che regole vengono fatte. Ecco, proprio vengono fatte molte regole nuove sulla base di pressioni che sono quelle di quella parte cattiva, che ricordava prima Lawrence Lessig, ma é anche vero che le regole vecchie continuano a valere, cioé Internet non é un luogo diverso, però c’é questo contrasto tra “noi” e “loro”, che ricordava sempre prima Lessig, tra il “nuovo” e il “vecchio”, tra generazioni precedenti e le
generazioni successive e quindi c’é questa tensione verso fare regole nuove.

Internet, di per sè, é un catalizzatore della rivoluzione digitale, la rivoluzione dell’immateriale. Noi abbiamo diecimila anni di storia, dalla nascita dell’agricoltura, nel mondo fisico. Sappiamo che produrre un bene costa, riprodurlo costa, archiviarlo, immagazzinarlo costa, trasferirlo costa e richiede tempo, manipolarlo costa, richiede tempo e attività  umana, queste sono cose che sappiamo benissimo, le regole dell’economia del mondo materiale.
Nel 2001, a metà  del 2001, al mondo c’erano 2,4 milioni di collegamenti broadband, cioé noi stiamo parlando di una cosa che sostanzialmente ha meno di dieci anni, di un bambino, però ha già  causato degli sconvolgimenti economici e sociali notevolissimi, pensiamo alla delocalizzazione, al flusso delle informazioni. Abbiamo solo nove anni.

Nove anni in un mondo nuovo, dove produrre l’informazione costa, ma archiviarla, immagazzinarla, trasferirla non costa, non richiede tempo e si fa 24 ore al giorno. L’organizzazione sociale viene impattata. Le trasformazioni che si determinano sono quindi trasformazioni di velocità , rispetto al mondo cui noi siamo abituati, alle regole che abbiamo, che continuano a valere. C’é una questione di velocità , di scala, perchè nel momento in cui non ho piu’ questi attriti che ricordava prima Bernabé, nel flusso delle informazioni, nel mercato perfetto,
posso anche arrivare a dei monopoli alla velocità  della luce.

E c’é un problema di geografia e quindi c’é tutto il problema relativo ai Fori competenti, a quali regole prevalgono.

Vorrei aggiungere un’ultima cosa, quindi velocità , scala, geografia e partecipazione. Il livello di partecipazione possibile da queste caratteristiche del mondo digitale rispetto al mondo fisico, é molto più alto. Consideriamo la trasformazione dei prodotti da fisici in digitali.

Primo tra tutti, prima veniva ricordato il problema della musica, é vero che la musica digitale é cresciuta del 900%, però é vero che complessivamente il mercato della musica, ovvero dei prodotti fisici che contenevano musica, é calato del 30% e questo é un problema. Ci sono delle trasformazioni, alcuni prodotti possono diventare servizi e diventano servizi, ma una cosa é assoluta: tutte queste trasformazioni sono pervasive entrano in qualunque settore dell’economia e della vita sociale. Tentare di resistervi é futile, perchè lo sviluppo tecnologico
non dipende da noi. Lo sviluppo della tecnologia viene fatto in laboratori che stanno sparsi in giro per il mondo e, magari, anche da ragazzi che hanno delle idee brillanti.

Ricordavo a un convegno poco tempo fa, facevo una battuta e dicevo, tra qualche anno, come oggi i ragazzi si scaricano, piratando, la musica da Internet, qualcuno si scaricherà  le Barbie e se le stamperà , perchè le stampanti tridimensionali esistono. Oggi una stampante tridimensionale costa qualche migliaio di Euro e si mette sulla scrivania, le stampanti laser hanno 15-20 anni di vita. Tra poco ci stamperemo i piatti, cioé potremmo stamparli, poi il fatto che lo faremo dipenderà  dal mercato, dipenderà  evidentemente dalle regole, però questa possibilità  c’é e quindi: “mi scarichi la Barbie che me la stampo”. Gli effetti saranno in tanti settori dell’economia, non solo in quelli principalmente dell’informazione.

Questi naturalmente sono problemi, ma sono anche nuove opportunità . In Gran Bretagna il Technology Strategy Board voluto dal Governo Inglese ha promosso uno studio che ha rilevato che il 6% delle persone in Gran Bretagna, producono il 10% del PIL. Il 6% della popolazione produce il 10% del PIL, quel 6% che si occupa delle tecnologie dell’informazione, del mondo digitalizzato. Questo vuol dire che il restante 94% produce il 90% del PIL, c’é una differenza di produttività  del 74% tra chi si occupa delle tecnologie dell’informazione e chi si occupa del mondo tradizionale.

Allora, se é vero che noi vogliamo costruire il nostro futuro che, come ricorda un rapporto del Ministero dell’Economia, Dipartimento del Tesoro, é essenziale aumentare la produttività  del Sistema Italiano e innovare vuol dire costruire oggi il nostro futuro, dobbiamo decidere che modello di sviluppo vogliamo seguire. Per dirla come diceva il Presidente Fini, se pensiamo ad andare avanti guardando quello che é stato, guardando nello specchietto retrovisore, o quello che sarà.

Ecco, il mio auspicio quindi, per tornare al tema delle regole, é che chi fa le regole ascolti. Si diceva prima, i nostri figli dovrebbero essere i consulenti, ecco, cominciamo ad allargare la platea di discussione, magari ad avvalerci com’é stato fatto a Singapore, in Gran Bretagna, in Francia dove il Governo ha richiesto il supporto di un numero di saggi per lo sviluppo dell’economia digitale e hanno suggerito di investire 4 miliardi di Euro in infrastrutture di rete e Sarkozy ne ha approvati 4 miliardi e mezzo, ecco il mio auspicio é che anche in Italia si possa cercare di pervadere la politica normale, la formazione delle regole, con un occhio verso il digitale, non solo per giuste questioni di partecipazione, società , democrazia, eccetera, ma anche per una questione economica.

Soprattutto perchè questo, oggi, é un settore (l’ICT), che é veramente in crisi e con un’occupazione veramente sotto forte pressione.