Non bastano 11.436 dipendenti fissi (più 1.872 contratti a tempo
determinato). E non sono sufficienti neppure 43 mila collaboratori. La
Rai non può fare a meno degli «appalti esterni», quasi non avesse
energie e talenti all’altezza dei propri compiti. Se si tolgono i tg e
qualche programma di informazione (come «Report» o «La Storia siamo
noi») praticamente tutto quello che vediamo su Rai1, Rai2 e Rai3, dalla
mattina a notte fonda, è confezionato all’esterno. Cuochi, pacchi,
nonni, piste da pattinaggio, ballerini sotto le stelle, seggiole e
divani. Tutto, o quasi: le fiction, i varietà della prima serata, i
talk show, i documentari. Nel bilancio 2006 su un totale di ricavi pari
a 3.111 milioni di euro, 1.516 sono stati stanziati per «l’acquisto di
beni e servizi esterni», cui vanno aggiunti 580 milioni di euro di
investimenti per comprare diritti televisivi. Totale: 2.096 milioni di
euro spesi fuori casa, a fronte di 979 milioni di euro versati al
personale interno. Il consuntivo del quinquennio 2002-2006 mostra che
per ogni 100 euro che entrano nelle casse aziendali, 64,4 vanno ad
alimentare una «mezza Rai» che negli anni si è sviluppata lontana dagli
studi di Saxa Rubra o di via Teulada. Queste risorse si trasformano
negli incassi delle società di produzione, tra le quali spiccano
Endemol (che fa capo a un pool di azionisti guidato da Mediaset),
Magnolia (De Agostini) e la Ballandi Entertainment. La Rai, l’azienda
del servizio pubblico, la «compagnia di bandiera» della tv italiana,
può andare avanti così? La Slc-Cgil (Sindacato lavoratori della
comunicazione) ha fatto esaminare i bilanci degli ultimi cinque anni
(2002-2006) da un gruppo di esperti coordinati dal consulente
finanziario Sergio Cusani. Ed è giunta a una conclusione che è
allarmante. No, la Rai non può continuare così, perché di questo passo
l’azienda presieduta da Claudio Petruccioli è destinata al declino. Sia
chiaro: non a un tracollo violento come quello dell’Alitalia; piuttosto
un cedimento lento, ma inesorabile. Uno slittamento dei conti, con le
perdite che si accumulano, gli investimenti che non tengono il passo
dell’innovazione e le risorse del canone che non bastano più. L’analisi
della Slc, guidata da Fulvio Miceli, parte da un pacchetto di dati
«strutturali». Dal 2002 al 2006 (quattro anni e mezzo di governo
Berlusconi, sei mesi con Prodi), l’azienda di viale Mazzini ha
incassato 7.261 milioni di canone, cioè di denaro pubblico, più 5.900
milioni dalla raccolta pubblicitaria. Il 21,2% degli incassi (cioè
3.131 milioni) è stato investito soprattutto nell’acquisto di diritti
televisivi (2.753 milioni). Solo una quota residuale, 482 milioni è
servita per svecchiare il parco degli impianti, dei macchinari, delle
attrezzature da studio. Negli anni il costo del lavoro è cresciuto con
regolarità (dagli 868 milioni del 2002 ai 979 del 2006), oscillando su
un livello pari al 20-21% dei ricavi. Completa il quadro la voce più
cospicua, il 45,7% (6.751 milioni) destinato ai «beni e servizi
esterni», da sommare ai 2.753 milioni di euro per investimenti «fuori
porta» (18,6% dei ricavi), per un totale di 9.504 milioni pari al 64,4%
del fatturato.
Di nuovo, attraverso le cifre, la Cgil arriva a
quello che considera il passaggio cruciale: dal 2002 al 2006 «il
ricorso a produzioni esterne è cresciuto in media dell’11%». Vista da
un’altra angolazione: nel 2002 a fronte di un euro speso per i
dipendenti, ce n’era 1,38 per gli esterni. Nel 2006 questo rapporto è
salito fino a quota 1,46. Illuminante anche il confronto con gli altri
operatori europei che si avvalgono del canone. Dall’esame del «piano
triennale 2008-2010» messo a punto dai vertici di viale Mazzini,
risulta che l’azienda italiana può contare sul 75% di lavorazioni
interne, il 3% di co-produzioni e il 22% di esterne. Tuttavia, si legge
nel documento del sindacato, «le produzioni interne di Rai attengono
sostanzialmente ad attività a basso valore aggiunto e non
caratteristiche del business». In altri termini in casa si fanno le
cose più facili e, spesso, meno pregiate. Gli inglesi della Bbc,
invece, hanno una quota più bassa di «interni» 62%, il 34% di
co-produzioni e solo il 4% di esterni. La Bbc è inarrivabile? Non
proprio. Basta osservare nella tabella pubblicata in queste pagine che
i francesi di Tdf e i tedeschi di Ard si regolano nello stesso modo.
Fin qui i numeri di quella che la Cgil definisce «l’anomalia» della
Rai. Lo stesso studio, comunque, sottolinea come l’impianto finanziario
dell’azienda abbia sostanzialmente retto. A monte dell’attività il
margine operativo lordo (nel 2006) pari a 702 milioni di euro, ha dato
copertura a sostanziali investimenti. Il punto è che, anche qui, la
gestione ha utilizzato i due terzi delle risorse all’esterno e il
resto, 109 milioni, ai «beni tangibili» (fabbricati, impianti e
macchinari). Il risultato è che il patrimonio interno diventa sempre
più obsoleto e quindi è chiaro che, alla lunga, appare più semplice
ricorrere alle lavorazioni esterne (studi, troupe eccetera).
Secondo la Slc-Cgil la tendenza sarebbe destinata a durare. Nel piano
triennale 2008-2010 della Rai i costi esterni «non subiscono
riduzioni»: si parte dai 1.327 milioni previsti nel 2007 e si arriva a
1.311 milioni nel 2010. Tuttavia la direzione generale di viale Mazzini
è convinta di poter riportare i bilanci in attivo. Esiste, però, anche
un’altra simulazione, quella del cosiddetto «scenario inerziale». Che
cosa succederà se le dinamiche di spesa dei prossimi tre anni
continueranno ad aumentare con il ritmo del biennio 2006-2007? Le cose
si metterebbero male, avverte il gruppo di esperti guidato da Cusani. I
conti chiuderebbero in rosso, accumulando a fine percorso (2010) una
perdita di quasi 200 milioni e una posizione finanziaria negativa per
500 milioni di euro. E a quel punto la svolta sarebbe obbligatoria.
Per Sergio Cusani.
Buonasera. Ho appena assistito alla puntata odierna (7/9/2008) della trasmissione di Carlo Lucarelli Blunotte che trattava di Tangentopoli. Ho seguito con interesse tutta la trasmissione, anche perché sapevo che alla fine si sarebbe inevitabilmente parlato di lei. Mi ha sempre interessato la sua storia e il suo percorso personale, anche se non l'ho mai approfondito a dovere limitandomi alle notizie sui mezzi di informazione. Come mi aspettavo ha detto qualcosa di interessante e l'esempio della classe scalmanata mi è sembrato molto appropriato e me lo ricorderò a lungo. Solo una domanda: se il suo aereo di carta valeva 150 miliardi di lire, quanto valevano i banchi gettati fuori dalle finestre? E la cattedra?
Con ammirazione,
Alessandro Tonelli, Pesaro.
Scritto da: Alessandro Tonelli | 08/09/08 a 00:16