Spunti di analisi stimolata da una approfondita analisi del prof. Angelo Marano
Interessante ricerca dei Professori Ferraris, Marano, Mariani su dati US Pension Benefit Corporation.
In particolare il Prof. Angelo Marano sul Manifesto del 17 agosto 2008 ha esposto una approfondita analisi sulla crisi dei Fondi Pensione Aziendali negli USA.
Sanità
- 50 milioni di persone (il 17% della popolazione) risultano prive di assicurazione sanitaria
- 30 milioni di persone devono fronteggiare coperture sempre più costose e complicate perchè spesso costruite ad arte in modo da abbandonare l’assicurato al proprio destino proprio quando diventa vecchio o si ammala.
Pensioni
Il ruolo delle pensioni pubbliche negli USA è limitatissimo e viene garantito un importo pubblico irrisorio e uguale per tutti al fine di spingere alla sottoscrizione dei fondi pensionistici privati:
- tantissimi lavoratori (il 50%) non sono coperti da fondi privati. In UK nel 2005 il 56% dei lavoratori del settore privato non aveva altre forme di previdenza che quella pubblica. Negli USA, i dipendenti soci di un fondo pensione non superano il 50% del totale.
- i tradizionali fondi a benefici definiti (quelli che danno al lavoratore una certa percentuale del salario per ogni anno di lavoro) stanno chiudendo, quando non sono già falliti.
- ai lavoratori vengono offerti solo fondi a contribuzione definita ma spesso non possono permetterseli e sono completamente esposti al rischio dei mercati finanziari: quindi si sa quanto costa la sottoscrizione ma non si sa quanto (e se) si otterrà di pensione perchè tutto dipenderà dall’andamento dei mercati finanziari.
I fondi aziendali a benefici definiti tipici dell’industria, dei trasporti e del settore pubblico stanno rapidamente diminuendo.
Benefici definiti significa contributi variabili: l’azienda regola la contribuzione in base all’andamento del patrimonio dei fondi pensione in rapporto al valore dei benefici promessi: se i mercati vanno bene, gli iscritti sono ancora giovani e le regole di calcolo del debito pensionistico sono flessibili, l’azienda può arrivare a pagare contributi molto bassi, quando non nulli, come avvenuto per buona parte degli anni ’80 e ’90.
Tutto cambia con la crisi finanziaria: crisi legata inizialmente ai subprime, crescita dei pensionati e riduzione del numero degli attivi nella grande industria.
Il patrimonio dei fondi pensione non può allora più essere considerato in bilancio prevedendo rendimenti annui dell’8,75% (pratica corrente fino a tutto il 2002), mentre il debito nei confronti degli iscritti non può più essere eluso, in quanto le pensioni vanno effettivamente pagate.
Emerge così un’enorme sottocapitalizzazione dei fondi pensione.
Secondo l’analisi di Angelo Marano al 2006 mancherebbero, secondo dati ufficiali, almeno 450 miliardi di dollari per coprire le promesse pensionistiche già fatte.
Molti fondi pensione aziendali falliscono, complice anche la legge americana che permette all’impresa di scaricare in tal modo i costi sui lavoratori e sull’assicurazione pubblica che garantisce una piccolissima parte delle prestazioni: sono saltati così negli ultimi anni 3.700 fondi pensione, tra i quali quelli di molte linee aeree (United Airlines, US Airways, TWA) e dell’industria pesante (Bethlehem Steel, LTV Steel, National Steel, Weirton Steel, Kaiser Aluminium e altre).
La crisi richiederebbe alle imprese di aumentare sostanzialmente i contributi.
Ma questo significa aumentare il costo del lavoro.
Ad esempio Ford e General Motors, le due grandi case automobilistiche che hanno finora evitato il fallimento dei propri fondi pensione, sottocapitalizzati nel 2004 rispettivamente per 12,5 e di 10,3 miliardi di dollari, hanno chiesto aiuti di Stato per fronteggiare la copertura dei propri fondi pensionistici e sanitari aziendali.
Se è molto costoso per le imprese chiudere i buchi che emergono, salvo il verificarsi di un nuovo boom azionario, nell’immediato esse possono però congelare i propri fondi, non offrendo più ulteriori benefici previdenziali ai propri lavoratori (soprattutto ai nuovi), ovvero se proprio qualcosa devono offrire, offrendo solo limitati contributi aggiuntivi a quelli del lavoratore per fondi a contribuzione definita.
E’ ovvio che il fenomeno relativamente al 2007/2008, in previsione della recessione già in atto nell’80% degli Stati dell’Unione, tende ad un drammatico peggioramento.
Al lavoratore americano vengono ormai offerti, al più, fondi pensione a contribuzione definita (gli stessi offerti in Italia), sia a livello aziendale che di categoria o individuale.
Ma di nuovo emergono problemi sostanziali.
In primo luogo, le imprese nel passaggio da fondi a benefici definiti a fondi a contribuzione definita, tendono a ridurre drasticamente i contributi: la Pension Commission inglese valuta che, mentre il tipico contributo nei fondi pensione a benefici definiti, in via di estinzione, era del 23% del salario, esso scende al 10% del salario nei fondi a contribuzione definita.
In secondo luogo, se nei fondi a contribuzione definita l’impresa, versati i contributi, non ha altri obblighi, chi sopporta interamente il rischio è il lavoratore, la cui pensione dipende completamente (non essendoci tra l’altro un controllo continuo e rigoroso sulla gestione degli investimenti finanziari che sono ingenti) dall’andamento dei mercati finanziari e che rischia in caso di crisi, come molti hanno già sperimentato, di perdere addirittura gran parte del proprio risparmio pensionistico.
Infine, il risparmio nei fondi a contribuzione definita è tipicamente abbastanza “liquido”, nel senso che può essere riscattato, anche se con qualche penalità, in caso di bisogno: è quanto è accaduto e ancora accade sempre di più in tempo di crisi dei mutui a molti lavoratori americani.
Il che però significa che solo apparentemente si tratta di risparmio pensionistico in quanto viene utilizzato per far fronte alle necessità contingenti a discapito del futuro, cioè della pensione.
Commenti