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Il Realismo socialista al Checkpoint Charlie
Arianna Di Genova
Con uno spettacolare effetto domino che farà cadere uno dopo l'altro «pezzi di muro», Berlino si prepara a celebrare la caduta di quella barriera un tempo in cemento. Oggi è stata reinventata in poliestere con mille blocchi che simboleggeranno il crollo del Muro. Dalla sera del 9 novembre, ogni blocco - dell'altezza di 2,5 metri, dipinto a mano - provocherà la caduta di quello successivo, lungo il percorso tra la Potsdamer Platz e il Reichtag.
Fra le molte iniziative che renderanno effervescente la città tedesca, si segnala una mostra particolare, che «scarta» rispetto tutte le altre manifestazioni, dedicata al Realismo Socialista e alle opere che lo hanno «cantato». Saranno circa trecento i dipinti che verranno esposti «dietro la Cortina di Ferro», nella mostra berlinese che porta in carrelata i quadri del Realismo socialista - con opere che abbracciano un arco di tempo che va dagli anni Trenta fino agli Ottanta - lungo il tracciato del «Berliner Mauer», tra Axel Springerstrasse e il varco di frontiera fra i due settori, il Checkpoint Charlie (organizza la rassegna, visitabile fino al 30 novembre, il Centro Studi e Ricerche d'Arte di Milano, con l'apporto e il coordinamento di Sergio Cusani). La galleria Jeschke-Van Vliet si è affollata di scene bucoliche ma più insistentemente operaie; a volte, con colori cupi e graffianti, si leva alta la disperazione dei minatori, altre tuonano immerse nelle atmosfere polverose le arringhe alla folla di Lenin. Quando i cromatismi si fanno tersi, allora arrivano i bambini, oppure, in primi piani alla Ejzenstein, sfilano i volti «scavati» dalla Storia, i ritratti ufficiali di Gagarin e quelli della prestanza «rivoluzionaria», fino a approdare ai picnic delle famiglie di pionieri in Crimea o ai marinai piangenti della Seconda Guerra mondiale. I soggetti sono quelli di un mondo scomparso e sovente hanno subìto la medesima sorte anche nei luoghi pubblici. Nella storia visiva dell'Urss è stato così vissuto un «gap»: l'epoca d'oro delle grandi avanguardie e poi il salto temporale fa approdare lo spettatore direttamente all'arte contemporanea, set pop per eccellenza del XXI secolo russo. Quei dipinti pedagogici, commissionati dallo Stato e che a esso tornavano (gli artisti non potevano gestire le loro produzioni), vere e proprie «gallerie» che hanno rappresentato un intero periodo pieno di contrasti e chiaroscuri, «scolpendoli» nelle loro raffigurazioni kitsch, sono stati rimossi, dispersi o distrutti. Eppure sono un catalogo che ha «ridigerito» ogni avanguardia, finendo per mimare i linguaggi moderni e riassumerli in formule più popolari. Dietro la mostra, che conduce a Berlino opere appartenenti a collezioni private italiane, l'intenzione di riscoprire un genere artistico, con le diverse personalità e sensibilità che lo hanno interpretato. Non una ricognizione dal sapore ideologico, ma piuttosto una «passeggiata consapevole» fra le varie tecniche e stili di quel periodo così prolifico.
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