E' uno dei miei libri preferiti. Lo ho riletto per prendere gli appunti da mettere qui.
Leadbeater è un pensatore straordinario. Fare previsioni a 30-50 anni è relativamente facile. Farle a 5-10 anni è veramente difficile.
Questo libro è stato scritto quando ancora non c'era il DSL (inizio 2000) ed è di straordinaria attualita.
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L'obiettivo una società innovativa e inclusiva - è particolarmente importante perché le forze che favoriscono l'ineguaglianza sono molto potenti. Le ineguaglianze sono cresciute a mano a mano che la conoscenza è diventata più importante nella crescita economica. Come scrive David Landes nel suo The Wealth and Poverty of Nations: «La differenza nel reddito pro capite tra le nazioni industriali più ricche, come la Svizzera, e le più povere non industrializzate, come il Mozambico, è pari a 400 a 1. Duecentocinquanta anni fa, questo gap era forse di 5 a 1». Le nazioni, le regioni o le classi sociali ricche di conoscenza si sono staccate da quelle povere di conoscenza che producono merci.
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Viviamo in un'era dove le idee di una singola persona raramente arrivano ad essere utilizzate. Tutte le idee nascono dagli individui, ma queste devono essere inserite in una matrice di innovazione prima che il progresso abbia luogo. La matrice di innovazione si estende attraverso gruppi di ricercatori e, in molti casi, attraverso le nazioni e nel mondo. Se un ricercatore non è parte di un network tecnologico, è difficile che possa avere successo. Questa è forse l'area di maggiore cambiamento (nella ricerca scientifica) nel corso degli ultimi 100 anni. Le reti basate sulla collaborazione, non le aziende, stanno rapidamente diventando le unità di base dell'innovazione e della produzione della nuova economia.
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Questa mancanza di prospettiva è una condizione di vita nell'economia moderna. Nella vecchia economia era facile attribuire le dovute proporzioni alle cose: si potevano pesare, contare, misurarne le dimensioni, calcolare quanto materiale era stato necessario per costruirle. Nell'economia moderna giudicare il valore di qualcosa è molto più difficile perché il valore è sempre di più dovuto alla moda e alla percezione. Improvvise impennate della popolarità e del valore sono caratteristiche dell'economia moderna, dove pettegolezzi e voci si diffondono come un incendio ed è difficile attribuire un valore certo a un'azienda o a un prodotto. Una compagnia petrolifera può essere valutata in base alle sue riserve, in base al prezzo ufficiale del petrolio e all'efficienza con cui l'azienda riesce a estrarre il petrolio dal sottosuolo. Al contrario il valore delle azioni di un'azienda biotecnologica è difficile da stabilire perché queste aziende sono molto volatili e difficilmente posseggono prodotti veri e propri. Hanno idee e le idee sono difficili da valutare. La valutazione da parte del mercato azionario delle aziende biotecnologiche oscilla in alto e in basso a seconda di quello che l'azienda dice riguardo alle ricerche messe in atto per testare le sue idee. Le azioni legate a Internet seguono lo stesso andamento.
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Il vecchio mondo del business rimarrà con noi ancora per molto tempo. Le aziende non smetteranno di occuparsi di efficienza e diminuzione dei costi. Di conseguenza, gran parte delle aziende, soprattutto quelle di grandi dimensioni, si troveranno in una scomoda zona di confine, tra il nuovo e il vecchio mondo descritti da Arthur. In molti settori dell'economia le soluzioni migliori saranno versioni modernizzate delle vecchie organizzazioni gerarchiche. Eppure anche le industrie di base della trasformazione e del largo consumo diventeranno knowledge-intensive. Mentre queste industrie cambiano, cambiano anche le organizzazioni, poiché il loro centro di gravità si sposta dal vecchio al nuovo capitalismo. La vita nelle organizzazioni del nuovo capitalismo sarà creativa, innovativa e imprenditoriale, ma rischiosa, incerta ed esposta a continue delusioni. La vita nelle organizzazioni del vecchio capitalismo che sopravviveranno consisterà nel lavorare per aziende globali sempre più grandi, con complesse gerarchie che si estenderanno attraverso diversi paesi. La vita nella zona di confine si concretizzerà in una scomoda transizione tra vecchie routine, prodotti e culture che devono essere abbandonati, e altri nuovi che ne prenderanno il posto.
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Lavorare potrebbe essere così per molti di noi nei prossimi dieci anni: a volte divertente e premiante, ma variabile e disseminato di momenti di insicurezza.
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Tutti gli imprenditori vivono sulle informazioni e sul knowhow riguardante fonti più economiche di approvvigionamento per le materie prime, opportunità di mercato o necessità insoddisfatte. Ciò che distingue un imprenditore della conoscenza, come Delia Smith e Phil Davies, è il ruolo centrale che il know-how ricopre nel loro business. Gli imprenditori della conoscenza hanno quattro caratteristiche distintive.
Primo, gli asset che utilizzano sono principalmente intangibili - know-how, capacità e abilità, valutazioni, intuizioni e non materie prime, terreni o macchinari. Secondo, questo know-how deve essere eccellente per essere fonte di vantaggio competitivo distintivo. Moltissimi giovani programmatori di computer possono disegnare pagine web, ma nessuno di loro è un imprenditore della conoscenza perché la loro conoscenza non è sufficientemente distintiva per creare valore aggiunto di lungo periodo. Terzo, il know-how deve essere commerciale oltre che distintivo. Un'idea deve creare un nuovo bisogno nel mercato oppure soddisfarne uno esistente più efficacemente. L'imprenditore deve inventare un modo per guadagnarci trasformandola in una serie di prodotti che possano sostenere il business. Quarto, per trasformare un'idea in un affare, l'imprenditore deve acquisire capacità di business e risorse complementari. Molte delle imprese di conoscenza di maggiore successo vengono portate avanti da partner - uno dei quali ha le idee, l'altro le capacità d'impresa.
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È ormai opinione comune che solo le aziende globali avranno le risorse e le economie di scala e di attività per fare ricerca e sviluppare prodotti tecnologicamente sofisticati e promuoverli in tutto il mondo. Sono necessari molti fallimenti per creare un successo. Le grandi aziende potranno non essere creative, ma hanno la massa finanziaria per sostenere il tasso di fallimento necessario per un eventuale successo. Nel 1986 Malcolm Baldrige, l'allora segretario al commercio degli Stati Uniti, affermò: «Stiamo semplicemente vivendo in un mondo diverso. A causa dei mercati sempre più grandi, del costo della ricerca e dello sviluppo, dell'innovazione dei nuovi prodotti, del marketing e così via.., servono aziende sempre più grandi per competere con succcesso».
Questa tesi sembra essere sostenuta dall'ondata di fusioni internazionali innescate dalla crisi nell'economia mondiale alla fine degli anni '90. Persino Joseph Schumpeter, il sostenitore dell'imprenditorialità, alla fine arrivò a pensare che le grandi aziende, con potere di mercato e grandi dipartimenti di ricerca e sviluppo, sarebbero state il motore del cambiamento tecnologico.
E difficile non sottolineare abbastanza quanto questo punto di vista sia assurdo. Mentre l'economia diventa sempre più knowledge-intensive, le aziende più piccole diventano le fonti più fertili di innovazione. Non ci sono prove che le grandi aziende siano migliori nell'innovare rispetto a quelle piccole, anche se in alcuni settori può essere così. Ci sono sempre più fatti che dimostrano come le piccole aziende siano il motore dell'innovazione nelle industrie knowledge-intensive, anche se queste innovazioni potranno essere legittimate e sfruttate da aziende più grandi. George Symeonidis, un economista dell'università di Essex, ha condotto per l'oEcD (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) uno studio esaustivo delle prove dell'innovazione nelle grandi aziende. Symeonidis ha concluso che esisteva una scarsa correlazione tra le dimensioni dell'azienda e l'innovazione.
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Ad esempio potrebbe essere possibile creare un mercato di future per il capitale intellettuale. La neuroscienza diventerà un settore commerciale esplosivo nei prossimi venti anni. Il tempo futuro dei principali dieci neuroscienziati e dei loro allievi laureati diventerà sempre di maggior valore. Immaginiamo di avere inventato uno strumento, un'opzione sul tempo di questi massimi specialisti. Compreremmo un'opzione oggidiciamo 1.000 dollari per una settimana del loro tempo.
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La domanda più importante posta dall'avvento dell'economia della conoscenza riguarderà la moralità della scoperta: la conoscenza è necessariamente tutta buona? In alcune circostanze non staremmo meglio con un po' di ignoranza? La presunzione che la conoscenza sia una cosa buona è radicata nella cultura moderna. La conoscenza ci aiuta a capire il mondo e a raggiungere i nostri obiettivi. La conoscenza riduce l'incertezza e la confusione; libera le persone dalla superstizione e dalla tradizione. Questa è la spiegazione ottimistica dominante di come la nostra società sia diventata più ricca attraverso l'accumulazione di conoscenza. Eppure esiste una spiegazione decisamente diversa della conoscenza scientifica, considerata come creatrice di nuovi pericoli, rischi e incertezze.
L'ingegneria genetica, ad esempio, potrebbe creare nuove terapie per le malattie e rendere la produzione di cibo più efficiente. Eppure l'ingegneria genetica è così potente da creare anche rischi senza precedenti: ad esempio virus che si possono trasmettere tra specie diverse. L'industrializzazione ha creato seri rischi, ma prima di arrivare alla presa di coscienza della minaccia del surriscaldamento globale, questi erano soprattutto rischi o locali o occupazionali: il cancro tra i lavoratori di una fabbrica di amianto; le malattie polmonari tra i minatori; l'inquinamento nelle aree residenziali vicino alle industrie chimiche. Le industrie knowledge-based potrebbero creare nuove generazioni di prodotti globali; nel corso del processo potrebbero però creare anche rischi globali.
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La genetica darà vita ai dilemmi maggiori. Prendiamo, ad esempio, l'impatto della genetica su un'industria tradizionale come le assicurazioni. Molto presto potrebbe essere possibile comprare un test genetico fai da te o visitare un "negozio dei geni" per stabilire la vostra predisposizione genetica a una malattia come il Parkinson. Cosa dovremmo fare di questa conoscenza? Immaginate di scoprire di essere a rischio per lo sviluppo di una malattia mentale. Se non ci fosse l'obbligo di rivelare i risultati dei nostri test genetici, allora potreste sottoscrivere uno schema di assicurazione per la vita e ottenere grandi somme di denaro. II sottoscrittore sano e relativamente onesto sarebbe svantaggiato. Eppure anche obbligare qualcuno a rivelare queste informazioni avrebbe conseguenze pericolose. I membri "sani" dello schema assicurativo potrebbero proteggersi escludendo gli aspiranti sottoscrittori ad alto rischio per i quali si conosce il pericolo di sviluppare malattie mentali. L'obbligo di rivelare informazioni genetiche potrebbe creare una sottoclasse assicurativa. La nuova conoscenza, la capacità di leggere i nostri geni, creerà una nuova coscienza del rischio e della salute. Potremmo essere capaci di inventare modi per raccogliere e condividere le informazioni genetiche per creare la base di un nuovo tipo di solidarietà. In caso contrario, potrebbe essere meglio per noi restare nell'ignoranza che acquisire una conoscenza che non possiamo essere sicuri di utilizzare in modo benefico.
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L'economia globale sta evolvendo in un patchwork di regioni e agglomerati industriali. La globalizzazione ha dislocato le comunità nate intorno alle industrie tradizionali, come quella cantieristica o del carbone, ma sta creando nuove località industriali intorno alle nuove industrie che dipendono dalla condivisione della conoscenza e dall'innovazione collaborativa. L'ascesa dell'economia globale non significa la morte della distanza o la fine della geografia. Lo stato nazionale è meno potente come unità di base dell'organizzazione economica, mentre le regioni e le città sono più potenti. Come risultato è probabile che le comunità sociali e politiche create dalla nuova economia saranno regionali e basate sulle città piuttosto che nazionali.
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L'ipotesi teorica che la fiducia sia un ingrediente centrale nello sviluppo economico è più significativa delle prove empiriche, che sono ancora scarse. Uno dei pochi tentativi di misurare il valore della fiducia nelle economie moderne è stato fatto da un gruppo di economisti delle università di Harvard e Chicago. Hanno utilizzato il World Values Survey, che interroga 1.000 persone in quaranta paesi, per mettere alla prova il legame tra livello di fiducia tra persone, la cooperazione tra le aziende e la fiducia nell'efficacia e nella correttezza delle istituzioni pubbliche. La ricerca chiedeva ai partecipanti se pensavano che le persone potessero essere generalmente credute o se avessero bisogno di "fare attenzione" quando avevano a che fare con altre persone. Hanno scoperto che il paese con il tasso di fiducia più alto è la Scandinavia, dove due terzi delle persone hanno dichiarato di fidarsidi un estraneo. I paesi con il minore livello di fiducia erano in America Latina e nelle società dominate da religioni gerarchiche. Più elevato era il livello di fiducia, più era probabile che il paese in oggetto avesse grandi aziende internazionali, un governo efficace, una giustizia imparziale, una bassa evasione fiscale e poca corruzione. L'elevata fiducia era legata, anche se debolmente, a inflazione più bassa e prodotto interno lordo più alto così come a risultati sociali quali una minore mortalità infantile e migliore livello dell'istruzione. Gli autori concludevano: «La fiducia promuove la cooperazione specialmente nelle grandi organizzazioni. Nonostante lo scetticismo degli economisti, le teorie della fiducia resistono molto bene». Mari Sako, dell'Università di Oxford, arrivò a una simile conclusione, quando osservò le relazioni tra i clienti e i fornitori nell'industria automobilistica. Mari Sako scoprì che, in un ambiente di elevata fiducia, i fornitori erano decisamente migliori nell'effettuare consegne just-in-time e si impegnavano di più nella ricerca di soluzioni insieme ai loro clienti. La fiducia era creata e riprodotta da una specie di scambio di doni all'interno della relazione, con i fornitori.
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Ma a chi dovrebbero appartenere, ammesso che debbano esistere, i diritti per lo sfruttamento a scopi commerciali del genoma umano? Se questi diritti fossero affidati ai governi e al settore pubblico, sarebbero in molti ad essere preoccupati. Si determinerebbero infatti potenziali minacce per le libertà civili. All'inizio di questo secolo il governo svedese e quello americano si impegnarono in forme di eugenica. Un dittatore o un burocrate impazzito armato con il genoma umano potrebbero disporre di un enorme potere. Più concretamente il settore pubblico potrebbe rivelarsi certamente meno efficace di quello privato nel trasformare questo know-how in prodotti commerciali di ampia diffusione. Eppure anche l'idea che la proprietà dei diritti sul genoma possa essere affidata ad aziende private è altrettanto inquietante. I geni dell'uomo sono come una ricetta: danno istruzioni alle cellule di far crescere i capelli, digerire il cibo, combattere i batteri. Queste ricette sono state sviluppate durante milioni di anni di evoluzione: un'eredità condivisa fatta di tentativi, errori, capacità di adattamento. Decifrare cosa fanno questi geni è uno sforzo che richiede collaborazione. Uno scienziato che riesce a trovare l'ultimo pezzo di un puzzle, ci riesce solo grazie al lavoro di decine di altri che sono venuti prima di lui. Tutto suggerisce che la proprietà dei geni umani è intangibile e collettiva, ammesso che possa essere posseduta affatto. La proprietà privata dei geni è moralmente ed economicamente preoccupante così come quella pubblica.
II genoma umano è un esempio perfetto di come il problema della proprietà sarà al centro della nuova economia. La proprietà è stata, in passato, uno degli argomenti che separava nettamente le diverse fazioni politiche. Le sinistre tradizionali di stampo statale socialista favorivano una proprietà collettiva e pubblica almeno dei principali aspetti dell'economia, per essere certi che i lavoratori che creavano benessere avessero poi un controllo sulle aziende che avevano contribuito a costruire. Mentre la sinistra sottolineava l'uguaglianza, la nuova destra rispondeva che la proprietà privata, combinata con la concorrenza di mercato, era la chiave per la crescita economica. Negli anni '80 la questione sembrò risolversi a favore della destra. I regimi comunisti crollarono e in tutto il mondo, aziende di
stato furono privatizzate, spesso con grandi miglioramenti nell'efficienza. Oggi la proprietà non è praticamente più un problema. Nessuno ne parla. Il New Labour di Tony Blair ha conquistato il potere nel 1997 dopo aver eliminato dal suo statuto la Clausola Quattro sulla nazionalizzazione. E oggi più probabile che i politici discutano di come i mercati debbano essere governati piuttosto che di come le aziende debbano essere possedute. Eppure la proprietà sarà una questione sempre più controversa nella nuova economia. E necessario introdurre nuove forme di proprietà, che siano postcapitaliste e postsocialiste.
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Questo sforzo per decodificare l anostra eredità genetica è un'enorme conquista collettiva, condotta da una comnità scientifica altamente competitiva. La maggior parte della ricerca è stata finanziata con fondi pubblici. Essa è progredita grazie alla condivisione, da parte degli scienziati, di risultati e tecniche. Nel 1990 James Watson estese l'affascinante metafora della doppia elica. "Sono arrivato a concepire il DNA come un sottile filo comune che attraversa tutti quanti noi sul pianeta Terra", disse Watson. "Lo Human Genome Project non riguarda un gene piuttoto che un altro, una malattia o un'altra. Esso riguarda il filo che ci unisce tutti". Eppure questa esplosione di conoscenza genetica crea anche grandi opportunità per persone che vogliono far soldi sfruttando il proprio know-how. La tesi dello sfruttamento commerciale elle tecnologie è convincente. Sarebbe un grande errore affidare il compito di sfruttare questa conoscenza ai governi, che non hanno né le capacità, né gli incentivi e i riconoscimenti necessari per diffondere efficacemente le innovazioni. Le aziende private possono svolgere questo compito molto più efficacemente e con maggiore creatività. Tradurre una scoperta genetica in una cura per una malattia è un'attività che richiede tempo e denaro. Agli innovatori si dovrebbero dare incentivi e riconoscimenti per i loro successi. Dalla fine edgli anni '70 l'industria biotecnologica è cresciuta più rapidamente negli Stati Uniti non solo perché gli Stati Uniti sono la patria di gran parte della ricerca e dei venture capitalista, ma perché il governo permetteva alle aziende di possedere brevetti sui geni. Il che sembra essere stato un atto deliberato di politica industriale. La proprietà ne è stato lo strumento principale.
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La tesi dell'industria è che l'innovazione prospera quando viene premiata. L'innovazione non avviene senza riconoscimenti. Le barriere di ingresso nelle biotecnologie sono relativamente basse. Le industrie biotecnologiche non hanno bisogno di costruire impianti costosi o grandi punti vendita. Le unità di base della produzione sono batteri manipolati per produrre sostanze di valore terapeutico e commerciale. Senza la protezione di un brevetto, un'azienda biotecnologica innovativa vedrebbe presto le sue scoperte copiate e sottratte dai nuovi arrivati. Se il problema della proprietà del diritto di sfruttamento di scoperta genetica non fosse chiarito, si darebbe vita a un'economia nel complesso molto meno innovativa. Staremmo tutti peggio.
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Una concezione profondamente radicata nella nostra cultura prevede che i brevetti stabiliscano un diritto morale per cui qualcuno dovrebbe possedere un'idea avendola inventata. Eppure neanche l'industria biotecnologica rivendica di aver inventato i suoi prodotti, bensì semplicemente di averli scoperti e ingegnerizzati. Questi brevetti contrastano profondamente il presupposto che riguarda il diritto morale della proprietà e della creazione.
Il problema concreto riguarda dunque ciò che dovrebbe essere posseduto: il gene stesso o la cura. La maggior parte delle persone considererebbero un farmaco sviluppato dalla conoscenza di una sequenza di geni come un'invenzione brevettabile. Molto più problematico è il diritto di possedere il gene stesso. E gene della fibrosi cistica, per esempio, è brevettato e chiunque produca o utilizzi kit diagnostici che usino la conoscenza della sequenza dei geni deve pagare i diritti al proprietario del brevetto. Si tratta certamente di un brevetto troppo ampio. Anzi non si tratta tanto di un brevetto, ma di un franchise di monopolio. L'innovazione è stimolata dalla competizione e molti potrebbero essere scoraggiati dallo sviluppare trattamenti competitivi per la fibrosi cistica a causa delle quote che sarebbero costretti a pagare al monopolista. Il sistema dei brevetti sta creando dei monopoli genetici mentre dovrebbe promuovere l'innovazione e la concorrenza. Dovremmo incoraggiare il rilascio di brevetti per prodotti biotecnologici e farmaci ma non per i geni: sono prodotti sociali, che dovrebbero essere posseduti dalla collettività.
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La scienza della biotecnologia è fonte di ispirazione. Essa promette importanti potenziali benefici. Eppure per il suo sviluppo una nuova economia politica della proprietà non sarà meno importante dell'impegno scientifico. Potremo non capire mai la scienza ma dobbiamo acquisire una maggiore padronanza delle questioni che riguardano chi dovrebbe possedere la nostra stessa eredità genetica e come. Nella biotecnologia, come in altre industrie knowledge-intensive, è necessario sviluppare una nuova economia mista che dovrebbe dar vita a nuove forme di proprietà sociale e a istituzioni ibride che uniscano insieme il pubblico e il privato. II settore pubblico ha un ruolo centrale nell'industria: esso finanzia gran parte della ricerca di base e della formazione; regola il mercato dei consumatori; sovrintende al regime dei brevetti. Il ruolo del settore privato è altrettanto vitale. Dipendenti pubblici, accademici e legislatori non creeranno certo nuovi business, lo faranno gli imprenditori. Eppure uno sviluppo dell'industria guidato solo dal settore privato allarmerebbe molte persone dal punto di vista morale e potrebbe non essere efficace nel lungo periodo perch metterebbe in pericolo la condivisione della conoscenza e la ricerca. II genoma umano è parte della nostra eredità comune, è l'equivalente genetico delle Grandi Pianure del Nord America. Corriamo il rischio di permettere "ai coltivatori genetici" di ararle, di piantare staccionate e di farci pagare prezzi troppo elevati per accedervi. Questa eredità genetica non appartiene a loro, ma neanche a noi. Non siamo altro che portatori di azioni comuni di codice genetico creato da milioni di anni di evoluzione. Le industrie manifatturiere del ventesimo secolo si sono sviluppate attraverso l'innovazione istituzionale della società per azioni. Le aziende knowledge-intensive della nuova economia avranno bisogno di innovazioni altrettanto radicali del modo di possedere gli elementi fondamentali dell'economia. Al centro di tutto ciò ci sarà un nuovo statuto per la proprietà delle aziende.
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L'idea tradizionale della proprietà di un'azienda è un mito. In tutto il mondo i manager giustificano le loro decisioni sostenendo di dover produrre valore per i reali proprietari dell'attività, cioè gli azionisti. Eppure è difficile capire in che modo gli azionisti possiedono effettivamente l'azienda. L'idea tradizionale è che un'azienda è fondata su un insieme di asset - terreni, materie prime, edifici e macchinari- che sono di proprietà degli azionisti. Questi vengono chiamati asset residuali, per intenderci quelli che saranno venduti in caso di fallimento. Gli azionisti nominano un consiglio di amministrazione che nomina manager per guidare l'azienda e impiegare forza lavoro e altri fattori produttivi per lavorare sul capitale. Un'azienda strutturata in questo modo incappa nella rischiosa questione di come l'autorità possa essere delegata dagli azionisti ai direttori e da questi ai manager, che devono essere controllati, monitorati, premiati e valutati. ll potere scorre verso il basso, almeno in teoria, a partire dagli azionisti.
Questa descrizione della proprietà degli azionisti è una delle più potenti fantasie della vita aziendale. Eppure il concetto della proprietà non è semplice. Quando qualcuno possiede qualcosa - una macchina, ad esempio - può usarla, impedire agli altri di farlo, prestarla, venderla o sbarazzarsene. La proprietà conferisce il diritto a possedere, utilizzare e gestire un asset, per trarne del profitto e ottenere una crescita del suo valore. La proprietà conferisce al proprietario anche delle responsabilità riguardo all'utilizzo non dannoso dell'asset. I proprietari possono trasferire ognuno di questi diritti ad altre persone. Come spiega john Kay, direttore della Said Business School dell'università di Oxford, quando possediamo un ombrello, diciamo «quell'ombrello mi appartiene», il che di solito significa che lo possiamo aprire, chiudere, vendere, affittarlo o gettarlo via. Se l'ombrello venisse rubato potremmo rivolgerci alla polizia e ricorrere a vie legali per averlo indietro. Eppure non è altrettanto chiaro il fatto che gli azionisti possiedono un'azienda nello stesso modo in cui io e voi possediamo un ombrello.
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II vecchio capitalismo ha trionfato sul socialismo soprattutto perché si basava su forti diritti di proprietà (combinati e protetti dalle istituzioni della libera democrazia). II nuovo capitalismo, l'economia della conoscenza, sarà guidato dalla scoperta e dalla distribuzione di beni pubblici intangibili - l'informazione e la conoscenza - creati in gran parte con asset intangibili - capitale umano e sociale. Questi beni di conoscenza vengono prodotti al meglio attraverso la collaborazione e la competizione, le partnership e le reti che mettono insieme il pubblico e il privato. Il vecchio capitalismo era fondato su forti diritti di proprietà, il nuovo capitalismo sarà basato su diritti di proprietà sfocati e collettivi. La nuova economia si affermerà solo con nuove forme di proprietà.
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I progressi nell'information technology e nelle telecomunicazioni permetteranno alla produzione di essere sempre più internazionale. Il capitale, e la forza lavoro qualificata, saranno più mobili a livello internazionale. All'altro capo della società, un numero maggiore di persone che vivono ai margini del mondo del lavoro verranno pagate in contanti; i loro stipendi non saranno registrati. Un sistema fiscale creato per un mondo industriale sarà superato dall'ascesa di una nuova economia smaterializzata. L'industrializzazione ha spostato la tassazione dalla terra al capitale, al lavoro. La nuova economia richiederà una trasformazione altrettanto fondamentale.
II nostro sistema fiscale, come molte altre istituzioni economiche, è stato disegnato per un ordine industriale postbellico. Due delle caratteristiche di questa vecchia economia che erano vitali per la capacità dello stato di riscuotere le tasse stanno svanendo rapidamente.
Primo, le grandi aziende, i datori di lavoro, le società di credito edilizio e le banche sono simili ai subfornitori per il fisco, che riscuotono tasse in sua vece decurtando i nostri stipendi e i rendimenti dei nostri risparmi. La maggior parte delle tasse riscosse nel Regno Unito arrivava da queste organizzazioni intermediarie. Questa macchina privata per la riscossione delle tasse non esisterà più in futuro, almeno non in questo modo. Sempre più posti di lavoro saranno in piccole aziende. Tra il 1979 e il 1997 l'autoimpiego è cresciuto da 1,9 a 3,3 milioni di persone. C'erano oltre 3,7 milioni di aziende nel Regno Unito all'inizio del 1996, un aumento di 1,3 milioni rispetto al 1980. Due milioni e mezzo di queste non avevano impiegati. Le microimprese che impiegavano meno di cinque persone rappresentavano l'89% nel 1994. Riscuotere tasse da questo mare di piccole imprese sarà sempre più costoso. La linea di separazione tra autoimpiego e impiego sarà sempre più difficile da mantenere. II fisco - una grande organizzazione burocratica - lavorava al massimo della sua efficienza quando riscuoteva le tasse da grandi organizzazioni burocratiche. Potrebbe avere vita assai più dura in futuro.
Secondo, il sistema fiscale postbellico è stato costruito su una base sociale stabile: una famiglia tradizionale. Una varietà di forze, compreso il divorzio e la crescita dell'occupazione femminile, sta creando basi fiscali sempre più differenti e personalizzate, che richiedono una gestione più complessa e costosa. Inoltre, e cosa più importante, il vecchio sistema fiscale si affidava ampiamente alla grande, stabile classe borghese creata dal vecchio capitalismo. Le persone con lavori stabili, ed entrate stabili, erano l'equivalente per il sistema fiscale delle pianure agricole del Midwest degli Stati Uniti, pronte per essere mietute con una mietitrebbia da un agricoltore delle tasse. Questa grande, stabile borghesia sta scomparendo rapidamente. L'impiego sta diventando più insicuro e incerto.
Le nuvole nere che incombono sul vecchio sistema fiscale sono la globalizzazione del commercio e della produzione, combinata con la crescente smaterializzazione dell'economia.
mento del prezzo e di accordi fiscali. La globalizzazione rende la raccolta delle tasse aziendali generalmente più complessa: la competizione fiscale tra i paesi per l'attrazione degli investimenti esercita una costante pressione al ribasso sui livelli di tassazione aziendale. Anche la mano d'opera qualificata è sempre più mobile. Le aziende svedesi come la Ericsson si sono recentemente lamentate con il loro governo che le alte aliquote marginali di tassazione potevano essere ritenute responsabi-
li della fuga dei migliori tecnici verso gli Stati Uniti. La globalizzazione ha eroso la base di tassazione almeno a partire dagli anni '70, quando sono stati rimossi i controlli sui capitali. L'impatto della globalizzazione sarà anche più forte quando sarà combinato con la crescita del commercio elettronico e l'ascesa dell'economia dell'intangibile. Si può cominciare considerando l'impatto che il commercio elettronico, acquistare e vendere su Internet, avrà sulla raccolta fiscale.
Fino ad ora, Internet è stato principalmente usato come un modo per commerciare prodotti intangibili. Invece di comprare un CD o un video in un negozio, si può andare su Internet e comprarlo da un servizio on-line di ordini per corrispondenza, con sede negli Stati Uniti, che spedirà il bene direttamente al consumatore. L'acquisto presso un negozio in centro verrebbe caricato di IVA, quello in rete quasi sicuramente no. Man mano che i prodotti diventano più intangibili questa perdita di IVA potrebbe trasformarsi da una goccia in un fiume. I bit e le informazioni digitali, suoni o immagini, non devono viaggiare in container o entrare nei porti, e passare la dogana. Possono essere trasmessi per telefono e con il satellite direttamente ai personal computer. Sempre di più le nostre case saranno equipaggiate per copiare software, scaricare video, ristampare libri, fare compact disc. Questa attività sfuggirà agli uomini del fisco, a meno che non vengano installati in un semiconduttore inserito in ogni computer venduto nel Regno Unito, una prospettiva che allarmerebbe chi ha a cuore le liberth civili.
La smaterializzazione dei commercio eliminerà uno dei più utili controlli incrociati dell'autorità fiscale sui gettito fiscale: gli input e gli output.
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I paradisi fiscali, un tempo riservati ai ricchi, saranno presto alla portata del contribuente medio dotato di un personal computer e di un modem.
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Questo è il prossimo futuro. Guardando poco oltre, forse appena dietro l'angolo, è il futuro stesso del denaro come forma di pagamento ad essere messo in discussione. Le autorità fiscali possono controllare le entrate e le spese dichiarate monitorando i dati sui pagamenti - ad esempio con gli estratti conto e le matrici degli assegni. Ciò potrebbe diventare più difficile in futuro. I network di computer e di telecomunicazioni hanno già sostituito il denaro come principale forma di pagamento tra banche. Sistemi di negoziazione lorda in tempo reale gestiscono i pagamenti tra banche in diversi paesi. Man
mano che i sistemi di computer e di telecomunicazioni diventano più potenti, non c'è motivo per cui questi sistemi non si possano estendere dai mercati finanziari ad altre aziende e ai consumatori. Usando tali sistemi, un consumatore potrebbe
Il nostro sistema fiscale dell'età industriale è chiaramente in difficoltà. Il problema è quanto siano serie queste difficoltà. Di fronte a questa situazione le autorità fiscali non sembrano avere problemi ad aumentare il gettito fiscale. Le tasse rappresentavano ii 38% del prodotto interno lordo dei paesi dell'OCSE nel 1996, rispetto al 34% del 1980. La minaccia teorica rappresentata dal commercio elettronico impallidisce se confrontata con la massiccia espansione del sistema fiscale, e del settore pubblico che esso mantiene, avvenuta nel ventesimo secolo. Eppure anche se il commercio elettronico, il cambiamento sociale e la nuova tecnologia erodono solo parzialmente i margini del sistema fiscale, l'impatto potrebbe essere rilevante.
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Gli atteggiamenti nei confronti del nazionalismo saranno determinati da un'altra distinzione che avrà sempre più importanza, quella tra knowledge radical e knowledge conservative. I knowledge radical rappresentano società disposte a impegnarsi nella diversità e nella sperimentazione che accompagnano la creazione radicale di conoscenza. I politici che abbracceranno l'innovazione e il cambiamento saranno parte della tradizione dell'Illuminismo che mette la ragione e le idee al centro della politica. I knowledge conservative avranno un'idea del progresso molto più prudente e rischiosa. I knowledge conservative saranno di diverse tipologie: comunitari, neoromantici ambientalisti, populisti autoritari o, semplicemente, conservatori tradizionali. I conservatori sosterranno che la conoscenza debba essere controllata, limitata o soppressa in nome di un bene superiore, come la tradizione o l'ambiente o il senso della comunità.
E, infine, si verificheranno ripetute dispute tra produttori e consumatori di conoscenza. I produttori di conoscenza vogliono guadagnare il massimo dalla loro expertise, centellinando la sua disponibilità attraverso complicate procedure di formazione e licenza: dottori, avvocati, commercialisti e altre professioni tradizionali rimarranno sul campo. I consumatori di conoscenza vorranno infrangere questi antiquati monopoli, utilizzando le nuove tecnologie, il loro stesso know-how e capacità non strettamente professionali.
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Noi siamo in questa situazione, intrappolati tra la gabbia del vecchio e il caos del nuovo. Come Andando a caccia di orsi ci ricorda: «Non possiamo passarci sopra. Non possiamo passarci sotto. Dovremo passarci attraverso».










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