AcquaItalia, Waternet e la One Network
Stefano Quintarelli
Marzo 2007
Dunque, facciamo un "thought experiment", un "what if..." per analogia. Supponiamo che una sola azienda nazionale, che chiameremo AcquaItalia, possieda il 98% della rete di distribuzione dell'acqua nelle case, e che ne sostenga i costi di manutenzione. AcquaItalia, che è remunerata dalle tariffe che pratica per gli allacciamenti e per i consumi effettivi di acqua, fa profitti, distribuisce dividendi e fa investimenti di ammodernamento. Ora supponiamo che, per effetto di una fantascientifica innovazione tecnologica, una nuova azienda, la Waternet, possa saltare l'ultima parte della rete di AcquaItalia e distribuire l'acqua ai suoi utenti a costi molto inferiori, e quindi a tariffe inferiori a quelle praticate da AcquaItalia. Waternet installa a Roma quattro punti di raccordo alla rete idrica (contribuendo quindi con i costi di allacciamento di soli quattro punti) da cui spilla l'acqua che trasporta ai suoi utenti, a cui non fa pagare il canone di allacciamento ma solamente l'acqua consumata. È chiaro però che ogni utente che sceglie Waternet abbassa i ricavi della stessa infrastruttura di AcquaItalia che consente a Waternet di esistere.
Parliamo di una innovazione tecnologica applicabile a una specifica porzione della rete. Se essa viene realizzata dal gestore della rete, può portare alla riduzione delle tariffe all'ingrosso o al dettaglio. Se invece viene applicata solo agli utenti del "concorrente innovativo", questi beneficeranno dei minori costi di distribuzione finale ma tutti gli altri consumatori di acqua dovranno contribuire a compensare i maggiori costi della infrastruttura preesistente, la stessa che consente al concorrente di esistere. In pratica, le tariffe all'ingrosso praticate da AcquaItalia a Waternet dovrebbero aumentare per consentire ad AcquaItalia di mantenere in funzione la rete idrica che Waternet stessa usa. Se AcquaItalia non potesse farlo e per effetto della concorrenza di Waternet cessasse di operare, anche Waternet sarebbe condannata alla stessa sorte.
Come conciliare le esigenze dell'organismo ospitato con quello dell'organismo ospitante ? I costi delle reti, devono essere ripartiti su tutti gli utenti (al dettaglio e all'ingrosso). Altrimenti gli investimenti per ammodernare la rete non vengono retribuiti e si finisce al minimo comune denominatore qualitativo e di servizio. Magari, come in certi paesi, un tale standard minimo potrebbe essere accettabile, ma certo non può essere ammesso da chi ritiene che un livello crescente di qualità del servizio sia alla radice dell'innovazione e della competitività del nostro paese. Solo una vasta cooperazione, eventualmente sancita da obblighi, tra il gestore della rete e i concorrenti consente di neutralizzare le esternalità negative della concorrenza e quindi far crescere il beneficio collettivo. In parole più chiare: una sola rete all'ingrosso, una "one Network" e concorrenza regolata al dettaglio.










Sono pienamente d'accordo.
Aggiungerei solo che la "one Network" dovrebbe essere comunque incentivata e partecipata dai vari concorrenti, perchè altrimenti non ci sarebbe la spinta propulsiva a fare innovazione.
In un tuo post di alcune settimane fa suggerivi proprio questo.
Se 1 concorrente vuole accaparrarsi + mercato, deve poter offrire servizi nuovi e + interessanti, ma se la rete non glielo permette e non ha potere per spingere verso questa innovazione, chi gestirà la rete non farà mai grossi investimenti ma continuerà a galleggiare cercando di aumentare i profitti.
Ciao!
Scritto da: Ing. Lele | 04/04/07 a 13:32
Scusami Stefano, ma voglio capire meglio! Uso la tua "antica" metafora di chi fa il pane , ma vende la farina anche a tutti gli altri. E magari appresta farine sempre migliori (? davvero?). Stai proponendo una regolazione "neutrale" dell'acquisto delle farine? Ok, sono d'accordo! Tutto sarebbe più giusto ed equo. Avremmo dovuto avere questa centrale acquisti da un pezzo, e tutti a fare il loro pane migliore da vendere al dettaglio. Ma si può dare anche il caso che in qualche laboratorio agro-alimentare esterno (di uno o più concorrenti) si brevettino farine da altre fantascientifiche piante (non graminacee per es.! e con virtù salutistiche eccellenti).
In questo caso che succede? Il gruppo acquisti delle farine convenzionali fa muro contro il nuovo pane innovativo (...OGM free si intende!)? Vogliamo permettere o no di vendere anche questo pane alla gente? Fuor di metafora: le Autorità esterne che devono regolare la vendita all'ingrosso e al dettaglio del wimax (per es.) che rapporto hanno/avranno con ONE Network? Secondo me si dovrebbe garantire spazi al wireless con qualche dovuta asimmetria su TUTTO il mercato delle TLC; ovvero impedire all'incumbent di entrare subito sul mercato con le stesse farine innovative dei new entrants: altrimenti non cambia niente e il wimax sarà un'eterna cenerentola! So che sei d'accordo sul declino intrinseco delle TLC e che (pour cause) non credi poi troppo al wimax, ma dato che ci ritroveremo presto, COMUNQUE, altri operatori nella vendita del solito pane, che ne pensi se il PUBBLICO, IN PRIMIS, facesse sentire la sua voce? (SOPRATTUTTO OGGI!)
Scritto da: Verio | 04/04/07 a 13:47
Su borsa e finanza di ieri c'era un articolo che diceva che ad uno stesso soggetto non sarebbe consentito partecipare alle richieste di assegnazione in tutte le macroregioni
ovvero, non sarebbero possibili frequenze nazionali
ovvero, gli operatori nazionali dovrebbero attendere i prossimi 120MHz nel giro di un paio di anni.
se cosi' e', mi sembra una buona mossa..
Scritto da: Stefano Quintarelli | 04/04/07 a 14:31
ma neanche "acquaitalita" potrebbe esistere senza i quattrini dello stato e il monopolio quaratennale che ha consentito la costruzione della rete nazionale.
Quindi qui c'e' qualcuno che agisce da sempre sul mercato in condizioni di nettissimo vantaggio. Questo vantaggio glielo vogliamo lasciare vita natural durante, o vogliamo in qualche modo porvi rimedio?
Scritto da: aghost | 04/04/07 a 17:35