Di Stefano Quintarelli
Sul Wi-Max sono stati versati fiumi di inchiostro, non solo in Italia. E spesso si è «spacciata» l’idea che sia la panacea destinata a risolvere tutti i deficit di concorrenza sulle reti di tlc. In Italia, dove dopo 15 anni di liberalizzazione, il network d’acceso è saldamente in mano all’operatore ex monopolista (che ne possiede circa il 95%) la possibilità di disporre di un’alternativa wireless (sull’ultimo miglio) è vista come il Santo Graal. Il leit motiv, quindi, è: «viva il Wimax!» Ma cosa si cela, veramente, sotto questo acronimo? A ben vedere si tratta dello sforzo di standardizzazione, non ancora completato, per utilizzare lo spettro elettromagnetico in porzioni di spettro vicine a quelle del tradizionale Wi-fi (2,3 e 2,5 GHz) e a frequenze più alte (3,5GHz e 5,8GHz). Le frequenze del Wifi sono ad uso libero, chiunque le può utilizzare. Tanto che i punti di accesso wireless, i telecomandi radio, i forni a microonde e i dispositivi bluetooth, che condividono tutti le stesse frequenze, ma a bassa potenza, hanno invaso le nostre vite. Ma proprio perché condivise, la gestione della qualità del servizio risulta complessa e, tenedo conto anche dell’attuale assetto regolamentare, non consente di assicurare al cliente un servizio di un certo livello. L’assegnazione in uso esclusivo di porzioni di spettro (come nel caso del Wi-Max) serve, quindi, a consentire la fornitura in termini commerciali di servizi di comunicazione wireless con ben definiti livelli di qualità di servizio.
Le frequenze in questione sono assegnate al Ministero della Difesa che, cedendole, dovrà adattare i propri apparati per operare in altre porzioni di spettro. Nella assegnazione che viene fatta di queste frequenze, i primi lotti riguardano le frequenze intorno ai 3,5GHz. Per ragioni fisiche, queste frequenze consentono di effettuare collegamenti anche in presenza di ostacoli opachi ma con uno spessore inferiore a 8,5 cm. Si presteranno quindi, molto bene, ad offrire discrete portate trasmissive (ordini di grandezza inferiori a quelle di una fibra ottica) a distanze molto lunghe in assenza di ostacoli: come, per esempio, nelle zone non cittadine oggi digital divise. Ma certo, non potranno essere usate efficiemente in città. Qui bisognerà aspettare le più pregiate frequenze a 2,3 GHz, in grado di attraversare pareti opache di 13cm. Sebbene l’interesse economico per queste frequenze sia contenuto, per le ragioni sopraespresse, le regole previste dall’Agcom per la gara che verrà indetta dal Ministero delle Comunicazioni fanno discutere. Pur con mercati potenziali abbastanza limitati, potrebbe esservi infatti l’interesse da parte di grandi gruppi già operanti nella trasmissione dati (sia wireless sia di rete fissa), di accaparrarsi tali licenze per rallentarne lo sviluppo e ridurre il rischio per il proprio business. A novembre 2006 l’Agcom aveva posto a consultazione pubblica la possibilità di adottare un sistema di gara analogo a quello già utilizzato per l’assegnazione delle frequenze Wll (Wireless Local Loop, uno standard precedente assai più limitato), gara che prevedeva misure asimmetriche a favore dei nuovi entranti non consentendo la partecipazione alla gara ad operatori con «Significativo Potere di Mercato». Il giudizio finale sulla gara Wi-Max va sospeso fino alla pubblicazione delle regole che sono state definite dall’Autorità ma non sono state ancora rese note se non tramite un comunicato stampa del maggio 2007, secondo il quale non vi sarebbero misure asimmetriche. E, intorno a questa assenza, si sono scatenate le polemiche. Di più: altre previsioni indicate nel comunicato non hanno soddisfatto appieno. In primo luogo la previsione di un tempo pari a 30 mesi per il raggiungimento di un livello minimo di copertura, periodo giudicato troppo esteso date le dinamiche di sviluppo del mercato. In secondo luogo la possibilità di concorrere ed ottenere frequenze per l’intero territorio nazionale (suddiviso in macroaree); diversamente, l’interesse per un operatore a carattere nazionale sarebbe stato più limitato, favorendo la nascita di operatori macro-regionali.
Il dubbio che serpeggia nella comunità degli addetti ai lavori è che queste regole siano state pensate più mirando alla massimizzazione degli introiti per lo Stato che non allo sviluppo della concorrenza. La stessa scelta fu fatta quando venne privatizzata Telecom Italia senza separare la rete di accesso dai servizi alla clientela, una scelta che molti indicano come una delle principali cause della limitata concorrenza sulla rete fissa che tuttora c’è in Italia, al punto da essere ritornata alla ribalta con le attuali discussioni sulla separazione funzionale o sullo scorporo della rete di accesso secondo il modello attuato con Terna per la rete elettrica.










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