Ignorare i criteri di sostenibilità può irritare il mercato La sfida è condividere di più il successo
DI STEFANO QUINTARELLI
Google ha annunciato Wave, un sistema che integra funzioni di posta, instant messaging, wiki, in un modo nuovo. Potrà essere un successo o un flop. Beninteso, tecnologicamente Wave è stupendo, ma da dove possono venire i profitti? Sarà a causa della crisi economica, o degli spazi che si chiudono, sarà che i venture capitalist non riversano più miliardi di dollari sul mercato delle startup (contribuendo a una sorta di "doping finanziario" in cui ciò che si monetizza non è il prodotto ma le aziende stesse). Ma su internet sta tornando sempre più il tema della sostenibilità economica: del fatto che bisogna avere un prodotto e un'idea di chi lo può comprare e come lo si può pagare, che non si può fare una società solo per venderla a Google, che la pubblicità non basta.
Interessante in questo senso è un post apparso di recente su www.GigaOM.com dal titolo «Google scala nuove vette di arroganza con Wave». L'articolo, in estrema sintesi, sostiene che Wave, come altri prodotti lanciati da Google, è stato pensato da tecnici che non hanno pensato a come promuoverlo, venderlo, denotando vanità, arroganza e superficialità.
La lista di iniziative di Google che non hanno avuto successo è nutrita. Un dato però è certo: hanno chiuso degli spazi ad altri, usando gli ingenti margini che provengono da una posizione dominante sulla ricerca che è oggi l'unico modo di monetizzazione in rete. Quantomeno si è alzata l'asticella, a meno di finanziatori con doti cospicue che puntino a un rientro dell'investimento non dalla vendita del prodotto/servizio, ma della società stessa; non importa il prodotto/mercato, la società/idea è il prodotto. Ma di una cosa possiamo essere certi: al futuro della monetizzazione online Google ci pensa, eccome. E finché non appare uno strumento di micropagamenti interoperabili o fino a un eventuale intervento dell'Antitrust, può dormire sonni tranquilli.
Nell'immaginario collettivo Google vanta le caratteristiche di apertura, gratuità, o quantomeno tariffe flat. Sotto la superficie, però, mantiene degli elementi di
lockin fortissimo degli utenti assicurandosi l'audience e un sistema di billing sofisticatissimo e assolutamente non forfettario per garantirsi i ricavi, in una forte posizione di monopolio, con margini ingenti, molto superiori alla normale remunerazione dei capitali in un mercato competitivo.
Essere monopolisti non è un reato; non è illegale. Anzi, se il monopolista si comporta bene, nell'interesse degli utenti (secondo alcune dottrine), è addirittura positivo. Il fatto che Google sfrutti la sua rendita monopolistica per controllare settori chiave di innovazione in mercati adiacenti a quello dei motori di ricerca non si può ritenere un abuso, anzi, porta cioccolata gratuita agli utenti, spesso di buona qualità.
Alla presentazione di Wave, sono state rivolte alcune domande allo staff riguardo piani di marketing, promozione, e concorrenza. La risposta è stata "non ci abbiamo pensato".
E giustamente, non serve che ci pensino, anzi, probabilmente non devono. Chiunque altro dovrebbe misurarsi con il conto economico della divisione, ma Google no, per la ragione di cui sopra. Anzi, riempire uno spazio serve a evitare che si possa creare qualcosa che potenzialmente disturbi, come forse potrebbe succedere con Facebook. Seppure Google non paghi la banda di accesso a internet grazie alle sue potentissime interconnessioni non onerose con i principali operatori mondiali di tlc, Youtube (che è l'applicazione più famelica di banda), perde centinaia di milioni di dollari all'anno ma,l'importante non è monetizzare, ma colonizzare.
L'autore dell'articolo già citato ritiene che Google sia una società guidata dai tecnologhi; io dissento e ritengo anzi che ci siano menti molto fini e brillanti e un grado di comprensione del mondo online in tutti i suoi risvolti (tecnologici, economici, regolatori, di adozione dagli utenti) organizzati in una strategia sofisticata e una execution eccellente, con un orizzonte temporale lungo, a un livello che "da fuori" non riusciamo a intuire.
È possibile che vedremo il diffondersi di reazioni come quelle dell'articolo che accusano Google di vanità e arroganza, per la sua invidiabile facoltà di non occuparsi di questioni terrene quali i conti economici dei prodotti che realizza, incidendo negativamente nell'ambiente dove operano gli altri addetti ai lavori. Una sfida per Google potrebbe essere, per mantenere la sua egemonia culturale e limitare reazioni avverse, dover trovare un modo di allargare e condividere il proprio successo con una base più ampia di persone, non comprando ogni tanto qualche startup e alimentando il principale business model di oggi: farsi comprare da Google.










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