Allo studio in Gran Bretagna la governance dell'industria della «creatività»
DI STEFANO QUINTARELLI
L a settimana scorsa a Londra è stato presentato il rapporto «Digital Britain», il documento che contiene le linee guida strategiche volte ad assicurare un ruolo di primo piano al Regno Unito nell'economia digitale. In Uk le competenze in materia di comunicazioni e innovazione tecnologica non dipendono, come in Italia, da due ministeri differenti, ma sono riunite in uno specifico ministero delle Comunicazioni, delle Tecnologie e del Broadcasting; il ministro Stephen Carter ha dichiarato che questo rapporto è un riconoscimento tardivo alla rilevanza dell'industria della creatività.
Il settore dell'economia digitale è molto rilevante nel Regno Unito; secondo il rapporto,infatti,l'economia digitale in Uk ha occupato il 6% della popolazione ma ha rappresentato ben il 10% del Pil. Ovvero, l'occupazione generata dall'economia digitale ha un effetto sul Pil che è oltre una volta e mezza quello del resto dell'economia.
Il documento presenta un progetto di policy industriale che non prende la prospettiva dell'offerta ma della domanda. Il «Technology Strategy Board», il gruppo di leadership per le strategie digitali curatore del rapporto, avrà un ruolo determinante nell'indirizzare la ricercae l'innovazione a fini precompetitivi e collaborativi, disponendo a tal fine di uno stanziamento specifico di oltre 35 milioni di euro.
Questo è un passaggio decisamente importante. Un mercato funziona se vi sono delle regole condivise tra gli attori. La digitalizzazione ci porta in un nuovo dominio in cui non ci sono delle regole pragmaticamente applicabili e per questo è importante che gli attori concordino collaborativamente un insieme di regole che possano far nascere e crescere tale mercato. Una volta si sarebbe detta «coopetition». Siamo in presenza di una«frammentazione del coordinamento »in cui l'esistenza di numerosi diritti in capo a diversi soggetti limita il manifestarsi di un effetto socialmente desiderabile. La nostra mentalità è fortemente basata sull'economia materiale. D'altro canto sono 10mila anni che siamo diventati stanziali con l'agricoltura e che viviamo nell'economia materiale. Finché l'informazione stava attaccata al supporto potevamo fare finta che ciò che scambiavamo fosse il supporto e ricondurre il tutto nelle regole e consuetudini del mondo fisico.
Oggi il principale modello di remunerazione delle attività in rete è la pubblicità ma molti business potenzialmente conducibili online non possono essere sostenuti dalla sola pubblicità. Semplicemente la matematica non lo consente, non remunera infrastruttura e costo del servizio.
Altro punto rilevante è che la totale asimmetria cliente-fornitore in cui un fornitore è sempre tale e un cliente è sempre tale, nel mondo digitale viene meno; il numero di possibili fornitori si espande enormemente e chiunque può essere, di volta in volta, un fornitore o un cliente. Nel rapporto «Digital Britain» si evidenzia che nel mondo smaterializzato sarà necessario disporre di nuovi sistemi di pagamento; per importi minimi; un sistema di micropagamenti, necessariamente "esterno" al sistema finanziario, per non erodere la loro struttura di ricavi tradizionali. Poter pagare beni digitali tra diversi domini non è però sufficiente; i terminali devono consentire la fruizione e le reti di comunicazione devono consentire di veicolare questi contenuti.
In Italia una riflessione di questo genere è stata avviata qualche anno fa, non da una policy governativa, ma da volontari esperti indipendenti che si sono aggregati in un gruppo denominato «dmin.it» che ha prodotto un insieme di raccomandazioni per la massimizzazione della circolazione dei beni digitali. Oggi, anche in Italia, alcuni editori e fornitori di servizi stanno iniziando ad affrontare la questione, anche grazie alle innovazioni regolamentari europee in materia di moneta elettronica e servizi di pagamento che abilitano nuovi operatori e nuovi modelli di business.
Per altra ragione, ma nella stessa direzione,va l'iniziativa di Fastweb, Telecom Italia e Wind che hanno costituito l'Associazione per la Iptv con l'obiettivo di fare fronte comune in caso di iniziative regolamentari per beneficiare di economie di scala realizzando un decoder unico e per allargare l'appeal della banda larga a una fascia di utenti che non dispongono di personal computer, fascia particolarmente ampia in Italia e che limita il mercato delle tlc.
Se l'iniziativa sui decoder può trovare una piena giustificazione economica già a livello di singolo operatore per quanto riguarda la remunerazione dei contenuti mi pare che un'iniziativa dal basso che diventi di sistema, in assenza di linee di indirizzo di governo come quelle a cui si sta lavorando in Uk, sia di più difficile realizzazione. Dopo il «Rapporto Caio»sull'infrastruttura di rete,giustamente voluto dal viceministro Romani, penso che sarebbe bene che il Governo iniziasse una riflessione di sistema su ciò che in questa infrastruttura verrà trasportato e su come si remunererà. Diversamente l'acuirsi della crisi dei media potrebbe indurre decisori in ruoli chiave a cercare di ristabilire il "bell'ordine andato", criminalizzando il nuovo. Ciò sarebbe antistorico; il futuro è già tracciato e resistere all'evoluzione dell'elettronica è futile.










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