"Non stiamo parlando di un mezzo
estraneo alla realtà, ma di un mass media per il quale valgono
l’antitrust e tutte le leggi contro la pedofilia e il crimine"
«Una governance per Internet?
Meglio una carta dei diritti, come quella proposta da Stefano Rodotà, e
accordi di cooperazione internazionali per perseguire chi commette
reati attraverso la rete». Stefano Quintarelli, esperto di
telecomunicazioni, è stato uno dei primi imprenditori web italiani.
Attualmente gestisce tre nuove startup, ma ha iniziato a lavorare in
rete dal 1985. È abituato a veder cambiare Internet, e ha vissuto sul
campo tutti i momenti di trasformazione radicale, dalla nascita del
world wide web a quella del peer2peer. Ma sul fatto che l’introduzione
di una governance possa giovare alla rete è scettico. «Soprattutto –
spiega – non mi convince l’idea di affidare questioni tecniche a una
governance burocratica».
Perché? Teme che l’istituzione di un controllo pubblico possa portare alla perdita di libertà della rete?
«No,
penso solo che sugli aspetti tecnici sia bene che i burocrati non
mettano il naso. Si rischia solo di rallentare l’evoluzione, come
accadde quando si costituì un’autorità per la gestione della rete
telefonica. Ogni paese tirava acqua al suo mulino, e ci sono voluti più
di dieci anni per assegnare ad ogni nazione un prefisso telefonico.
Sulla rete si potrebbe ripetere lo stesso errore. Esistono già degli
organismi di governance tecnica, come l’ICANN, che gestiscono domini e
protocolli. Mi sembra inutile crearne altri».
Ma l’introduzione di
una governance non servirebbe solo a gestire le infrastrutture
tecniche. Chi invoca maggiori regole, spesso pone l’accento sul
proliferare di attività illegali in rete, dalla diffamazione al cyber
crime, passando per le questioni di concorrenza, privacy e diritti
d’autore.
«Innanzitutto c’è da fare una precisazione: su Internet
le regole esistono già. Se si vuole discutere serenamente di
governance, è da qui che bisogna partire. La Rete non è un’entità fuori
dal mondo, ma un mezzo di comunicazione nel quale si applicano le norme
e le leggi abituali. Lo dico perché mi sembra che, quando si parla di
questo argomento, si tende a dipingere internet come il far west, una
terra di nessuno dove tutti possono fare quello che vogliono. Se si
continua a promuovere quest’immagine distorta di Internet come un
ambiente anarchico, la gente finirà per crederci».
E non è così?
«No.
Esistono già molte leggi normali che si applicano anche al mondo della
rete. Come le disposizioni antitrust, ad esempio. La maggior parte dei
reati che vengono commessi online, e che vengono portati come esempi
del caos regnante in internet, esistevano anche prima».
Ciononostante, la diffusione di reati a mezzo Internet è preoccupante.
«Sì,
ma è vero anche che abbiamo già le leggi per combatterli. Se diffondo
pedopornografia via Internet dall’Italia, verrò tracciato e arrestato
in base alle norme già esistenti. Il problema, piuttosto, è che non
tutto ciò che è illegale nel nostro paese è tale anche nel resto del
mondo. E Internet, per la sua natura globale, ha offerto terreno
fertile ai crimini transnazionali».
E l’istituzione di una governance non potrebbe risolvere il problema?
«Prima
di creare nuove regole, bisogna capire di cosa si ha bisogno. Da tempo
esistono due diversi modus operandi proposti per la lotta ai contenuti
illegali su Internet. Il primo stabilisce che il materiale illegale va
intercettato sulla rete e cancellato mentre viene trasmesso. È
l’opinione che mi sembra aver la maggiore diffusione nel mondo
politico. Ma per essere efficace, questa soluzione addossa ai fornitori
di servizi – che non hanno commesso alcun reato la responsabilità di
monitorare continuamente il traffico web. È una specie di censura
preventiva, che spinge verso il controllo del canale. E che viola la
privacy dei cittadini. Introdurre una governance in questo senso
vorrebbe dire solo limitare la libertà degli internauti».
E in che altro modo si potrebbe procedere?
«La
rimozione del materiale alla fonte: in questo modo non si puniscono né
i liberi naviganti né i fornitori di servizi, ma solo chi
effettivamente commette il reato. Il problema, in questo caso, è che
spesso, pur avendo individuato i server che violano la legge, ad
esempio contenendo materiale pedopornografico, non si può far niente,
perché sono situati in paesi che non permettono di intervenire, come la
Russia. Quindi, se lo scopo è contrastare i reati a mezzo Internet,
penso che più di una governance sarebbero più utili degli accordi di
cooperazione internazionale. Soprattutto in maniera di takedown – il
rintracciamento e la conseguente eliminazione del server che detiene
contenuto illegale. Poi, certo, di governance si può discutere. Ma
sempre tenendo presente che quello che serve non sono solo nuove
regolamentazioni».
E di cosa ha bisogno internet, allora?
«Stabilito
che le regole già ci sono, sarebbe opportuno pensare ai principi e ai
diritti che devono accomunare utenti e società presenti sulla rete. Per
questo ritengo più felice l’intuizione alla base dell’Internet Bill of
Rights di Stefano Rodotà, che propone di individuare dal basso –
attraverso la discussione ed il confronto i diritti fondamentali, delle
vere e proprie "garanzie costituzionali" di internet. Che non limitano
la libertà della rete, ma puntano a mantenere le condizioni perché
questa possa continuare a prosperare».










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