I beni digitali sono diversi dai fisici: forse si può ipotizzare un sistema senza la garanzia di un regolamento
DI STEFANO QUINTARELLI
Gli
strumenti di pagamento nacquero millenni fa consentendo alle persone di
superare i limiti, i rischi e le difficoltà del baratto. Prima che
fossero inventati ci si scambiavano beni fisici e tutt'ora, diecimila
anni dopo la nascita e la diffusione dell'agricoltura, i sistemi per il
regolamento monetario consentono di farlo, sia che si compri un
pacchetto di caramelle, sia che si acquisti un'automobile. I sistemi di
pagamento devono essere in grado di funzionare per scambi commerciali di
qualsiasi entità. Una caratteristica tipica dei beni fisici è che a
essi è associato un "costo del venduto". Detto in altri termini, se io
ho un bene e te lo vendo, riduco il valore del mio magazzino. Se tu non
paghi, io ho un bene in meno per il quale avevo sostenuto un costo, a
fronte del quale non incasso nulla e quindi subisco una perdita netta.
Nel
mondo fisico gli operatori hanno impostato il proprio business, e si
sono organizzati in filiere funzionalmente articolate sulla base di
prassi e normative consolidate. Sebbene stiano emergendo istanze del
tutto diverse, non si può certo immaginare che dette normative vengano
stravolte mettendo a repentaglio la stabilità del sistema sia per quanto
riguarda il complesso della filiera degli attorisia per quantoriguarda
l'attività del singolo operatore. Se un'impresa ha un certo
indebitamento, un certo gradimento da parte degli azionisti, sostenuti
dalla attività che svolge, non può mettere a repentaglio il suo
equilibrio con grandi importi in gioco, per inseguire una tecnologia
dirompente, ancorché dai volumi, almeno inizialmente, minimi. Questa la
legacy che ci portiamo dietro, determinata dalla fisicità: una ben
determinata struttura della filiera transazionale e i relativi costi.
Facciamo ora una breve digressione: tutti conosciamo Skype o Messagenet,
due tra gli operatori Voip che consentono ai propri utenti di
comunicare tra loro a costo zero. Essi hanno beneficiato di un contesto
regolamentare più favorevole.
Quando però gli utenti dei due sistemi
devono comunicare tra loro, devono transitare dalla rete telefonica
tradizionale.
Torniamo ai sistemi di pagamento, pensando ai beni
dematerializzati. La prima considerazione è che oggi gli utilizzatori
dispongono di accesso pressoché a tutti i contenuti digitali senza
pagare alcunché, vuoi perché sostenuti dalla pubblicità, vuoi a causa
dell'imperante malcostume della pirateria online. Paradossalmente, la
user experience per chi desidera accedere a un contenuto a pagamento
restando onesto, è peggiore rispetto a quella che ottiene se decide di
violare il copyright. In un rapporto del governo britannico si valuta
che la diffusione della pirateria è stata accentuata dalla scarsa
disponibilità e accessibilità legale ai contenuti. Non giova rimpallarsi
le cause. Il dato di fatto è che nel serbatoio dell'illegalità è
disponibile sostanzialmente tutto ciò di cui gli utenti desiderano
fruire in formato digitale. E lo fanno. E questo, pur non
condividendolo, è il punto di partenza realisticose vogliamo
reintrodurre una situazione di legalità diffusa.
Ma i beni digitali
presentano caratteristiche diverse dai beni fisici: non hanno un vero e
proprio "costo del venduto". Se un utilizzatore prende un bene fisico e
non me lo paga, certamente ho un mancato guadagno, ma non perdo un bene
per ottenere il quale ho sostenuto un costo specifico. È una delle
caratteristiche salienti che caratterizzano quelli che il Gruppo di
Lavoro Intercommissioni del Cnel ha chiamato " neobeni". Facciamo
un'astrazione: immaginiamo che ci possa essere un sistema dei pagamenti
specializzato per i beni digitali che, proprio perché non c'è un costo
del venduto, non debba assicurare la certezza del regolamento monetario
della compravendita. Immaginiamo un modello di business che garantisca
una statisticamente determinata probabilità di pagamento, pur senza
assicurare l'incasso di tutti i crediti. A questo modello, integrato con
il sistema dei pagamenti, gli operatori possono liberamente aderire,
consapevoli di dover accettare la condizione di ragionevole rischio; un
tale modello avrebbe costi più ridotti, abiliterebbe transazioni di
importi minimi, per una classe di transazioni assolutamente non
supportabile dai sistemi di pagamento tradizionali.
È ammissibile
pensare a una nuova classe di transazioni? Quindici anni fa non si
pensava alle aste di pubblicità per dei risultati di ricerca
sponsorizzati: ora invece costituisce un nuovo tipo di pubblicità. Oggi
l'utente della rete evoluto ha perso la relazione esclusiva con la
testata e salta di sito in sito consultando informazioni, accedendo a
contenuti sulla base di raccomandazioni e suggerimenti della propria
rete sociale online.
È pensabile in un simile scenario che un
utilizzatore abbia un portafogli elettronico per ogni sito in cui
capita? E che per ciascuno si autentichi per la transazione?
Ergonomicamente ed economicamente non funziona. Deve avere un portafogli
elettronico utilizzabile con ogni fornitore di informazioni. Ma oggi
siamo nel caso del Voip. Per consentire la transazione tra dominii
diversi si deve transitare per il sistema tradizionale, ereditandone
costi e procedure, che inibiscono di fatto la realizzazione di
microtransazioni a prezzi e condizioni tecnico-operative accettabili. Il
problema, quindi, diventa come assicurare l'interoperabilità di una
nuova classe di "sistemi di pagamento" che consentano microtransazioni.
L'elemento centrale di un tale sistema è la creazione di un'entità
condivisa che consenta al fornitore di valutare la reputazione del
cliente, in modo tale che possa decidere se accettare il suo impegno di
pagamento e fornirgli il bene digitale.
Un contenuto potrebbe costare
7 centesimi, come un sms (che genera miliardi di ricavi annuali). Se
l'utilizzatore che ha fruito di detto contenuto onorerà la promessa, il
venditore avrà un guadagno. Se l'utente non onorerà la promessa e non
pagherà, il venditore avrà un mancato guadagno, ma la reputazione del
cliente verrà diminuita.
Un sistema aperto, con un meccanismo di
reputazione centrale, unitamente all'interoperabilità tra i gestori di
impegni di pagamento necessitano della definizione di uno standard di
comunicazione che specifichi protocolli, interfacce e strutture di dati.
Questa attività è stata svolta negli ultimi cinque anni da un gruppo di
esperti, chiamato Dmin. it, guidato da Leonardo Chiariglione, il padre
del video e audio digitale. Bisogna anche considerare che lo sviluppo
della tecnologia rende "liquido" il confine tra fruitore e produttore.
L'aumento della potenza degli strumenti e la riduzione del loro costo
abilita la produzione e l'erogazione da parte di chiunque. Nuovi
intermediari nascono ogni giorno nella filiera digitale, ma oggi
limitati a business model basati sulla pubblicità. Dmin.it ha
specificato anche l'introduzione di una partita doppia per ogni utente,
in modo tale da coinvolgere le persone non solo per una questione
reputazionale e di azione culturale al rispetto dei produttori di beni e
servizi digitali, ma anche come opportunità di guadagno. La presenza di
un sistema di pagamento del genere descritto consentirebbe la nascita
di nuovi intermediari. Un nuovo Facebook potrebbe nascere in Italia.
Il
lavoro svolto da Dmin.it è generalmente apprezzato e la sua
implementazione potrebbe avvenire in Italia in tempi brevi. Se non
dovesse accadere prima, lo importeremo tra qualche anno dall'estero. La
proposta di standard ha infatti iniziato il suo percorso verso
l'integrazione in standard Iso all'interno di gruppi di
standardizzazione in cui dominano gli occhi a mandorla. Essendo una
iniziativa di sistema, il sistema si deve muovere. Un po' come nel gioco
dei quattro cantoni, tutto rimane in stallo fino a quando qualcuno non
prende l'iniziativa.I tempi sono maturi. Basta che, invece che ai
campanili, pensiamo a preparare assieme una nostra piazza nel villaggio
globale. Dipende solo da noi.










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