Ambigue conseguenze della condanna
La sentenza contro Google sul caso Vividown è scritta su 111 pagine criptiche e apparentemente contraddittorie, tanto da suscitare divergenze interpretative. «È una sentenza dirompente perché è la prima volta che un giudice italiano dice che un intermediario estero deve rispettare le nostre leggi sulla privacy», spiega Guido Scorza, avvocato esperto di internet. «Ed è la prima volta che una sentenza considera l'intermediario responsabile per gli illeciti compiuti dagli utenti. In questo caso l'illecito è la violazione della privacy del ragazzo disabile, ma lo stesso principio può essere esteso anche ad altri reati», continua Scorza. Su questo punto gli interpreti sono d'accordo, «le divergenze di opinioni sono sugli effetti della responsabilità dell'intermediario », riconosce Scorza.
Il giudice dice che Google non ha rispettato le norme sulla privacy poiché non avrebbe informato gli utenti di Google Video in modo abbastanza chiaro dei loro obblighi sulla privacy degli altri soggetti ripresi nei video. E, per il giudice, Google ha agito così deliberatamente, per non ostacolare la crescita del servizio.
Da una parte, Scorza teme che la sentenza getti il mercato delle piattaforme in una pericolosa incertezza normativa; dall'altra, però, crede che «dovrebbe bastare mettere bene in vista una chiara avvertenza sulla privacy, per evitare future sentenze come questa ». Non la pensa così Andrea Monti, avvocato esperto di diritto su internet: «il giudice chiede di fatto all'intermediario di verificare che i propri utenti non violino la privacy di terzi. Non si limita a richiedere un avviso che scarichi la responsabilità su chi pubblica i video». Un'interpretazione condivisa da Google che ha commentato: «la sentenza attacca i principi stessi di internet ».C'è chi nota però l'altra faccia della medaglia: «in passato si è riscontrata una certa leggerezza da parte di multinazionali Usa – Facebook, Google – quanto all'aderenza ai quadri regolamentari europei», nota Stefano Quintarelli, uno dei primi imprenditori internet italiani. «Secondo il giudice, all'epoca dei fatti l'informativa di Google Video era carente. Anche oggi i termini di servizio di YouTube rinviano a un testo in inglese che però non risulta immediatamente disponibile agli utenti italiani».










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