Banda larga: eppur (qualcosa) si muove: archiviati gli 800 milioni di investimenti che il governo doveva stanziare per lo sviluppo dell’infrastruttura, si fanno avanti i privati. Martedì, mentre Scajola rassegnava le dimissioni da ministro dello Sviluppo economico, i concorrenti di Telecom, ovvero Fastweb, Wind e Vodafone hanno presentato a Gianni Letta un loro piano per una rete di nuova generazione. L’audizione presso il sottosegretario vicinissimo a Berlusconi appare come un passaggio di livello: questa volta si fa sul serio e si cerca di interloquire direttamente con Palazzo Chigi. Il piano dei tre gestori, che sarà presentato domani, dovrebbe prevedere un investimento da parte dei tre soggetti di 2,5 miliardi di euro, garantendo così ai cittadini di 15 città italiane una connessione a 100 megabit al secondo.
Più che un vero piano industriale, però, quella dei tre gestori appare una mossa strategica, come un "vedo" in una partita a poker giocata con il governo e con Telecom. "Non credo e non ho mai creduto ad una rete alternativa che esclude Telecom – dice al Fatto Quotidiano Stefano Quintarelli, uno dei massimi esperti nazionali di reti telefoniche e banda larga – tutti gli studi lo dimostrano: ad eccezione di poche città, può esistere una sola rete di nuova generazione".
Banda larga vuol dire competitività, innovazione tecnologica, investimenti sicuri. Ma sulla fibra ottica ora il boccino è in mano al governo che, sempre secondo Quintarelli, "deve riuscire ad avere il via libera da Bruxelles per un’unica rete. L’esecutivo deve determinare le condizioni per assicurare a lungo termine gli investitori passati (come chi ha obbligazioni Telecom) e quelli futuri, ovvero tutti colori che con le debite certezze possono dare il loro contributo (come la Cassa Depositi e Prestiti)". Anche questo un banco di prova fondamentale per il prossimo ministro dello Sviluppo economico.










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