Continua la strada intrapresa da Bernabè nel 2008: riduzione del personale, pochi investimenti e dimensione “provinciale”.
Sono giorni caldissimi per i lavoratori di Telecom Italia. Dopo i 3.700 licenziamenti annunciati dall’azienda, seguiti dall’incontro fra governo, management e sindacati, e il successivo congelamento degli esuberi, c’è tempo fino al 30 luglio per trovare un accordo fra le parti.
Sul tavolo della trattativa non c’è solo il destino dei dipendenti, su cui nonostante il ritiro delle procedure di messa in mobilità pende la spada di Damocle del licenziamento in caso di mancata intesa, ma anche le prospettive di sviluppo industriale del gruppo e gli effetti legati all’occupazione. In altre parole le sorti del maggior gruppo di telecomunicazioni del paese che da qualche anno a questa parte - dall’inizio del 2008 per essere esatti, cioè quando l’attuale amministratore delegato, Franco Bernabè, ha preso in mano le redini dell’azienda - sta attraversando una profonda fase di “ristrutturazione”.
Uscite agevolate
Un affare quanto mai complicato. Che da un lato vede contrapposti azienda e lavoratori sulla questione degli esuberi, e dall’altro pone governo e management uno di fronte all’altro sul tema del piano industriale, degli investimenti e della crescita. Sul primo punto, l’alternativa ai licenziamenti potrebbe prevedere cassa integrazione e messa in mobilità con “uscite” agevolate verso i pensionamenti. Si tratta di una strada percorribile visto che il ministro per il Welfare, Maurizio Sacconi, si è impegnato a verificare “gli strumenti di protezione del reddito utili ad accompagnare i lavoratori eventualmente riconosciuti in esubero al pensionamento nei termini di legge”. Un’espressione articolata per dire che il governo potrebbe trovare le risorse per attenuare le procedure di mobilità volute dall’azienda.
Su questo fronte Emilio Miceli, segretario generale Slc-Cgil, afferma che “la partita è tutta da giocare. Occorre trovare una convergenza: personalmente non sono ottimista, ma è nostro dovere provarci. Detto questo, non è tagliando posti di lavoro che si risana Telecom. Se la rete non funziona al meglio, è perché è maltenuta o sovraccarica. Servono investimenti, ma soprattutto un piano industriale come si deve che spinga su innovazione e ricerca. Oggi Telecom Italia non riesce a esser veramente competitiva né sulla telefonia fissa né su quella mobile. L’approccio scelto dalla dirigenza si è basato sulla riduzione dei costi e sull’efficienza, non sulla crescita”. Del resto, nella relazione finanziaria del 2009 presentata agli azionisti Bernabè aveva parlato appunto di efficienza operativa, contenimento dei costi, ottimizzazione della gestione finanziaria.
Ruolo locale
È la stessa musica dell’anno precedente, quando aveva annunciato un “rigoroso controllo dei costi operativi, degli investimenti e delle spese generali affiancati da un ambizioso programma di dismissioni”. Frutto, va detto, di una gestione negli anni precedenti che definire poco felice sarebbe riduttivo visto che il debito dell’azienda è cresciuto a dismisura.
“France Telecom ha annunciato 10mila nuovi posti di lavoro entro il 2012, 900 milioni di euro di investimenti nel personale e 2 miliardi di euro per la creazione di una rete in fibra ottica”, ricorda Miceli. “Telecom Italia deve interrogarsi sul ruolo che vuole giocare non solo nel nostro paese, ma anche nello scenario extra nazionale”. Intanto, i 3.700 esuberi annunciati la scorsa settimana fanno parte di un piano di riduzione dell’organico più pesante che prevede 6.822 licenziamenti entro il 2012, che si sommano ai circa 5.000 del 2008 che stanno già completando il ciclo d’uscita.
Come se non bastasse, nonostante ricavi e investimenti in calo, i vertici aziendali hanno preferito distribuire dividendi - cioè la parte di utile che viene consegnata agli azionisti - per circa 1 miliardo di euro.
“Come ho spiegato all’assemblea aziendale lo scorso aprile è come volersi fare la doccia con l’ultima acqua rimasta mentre il resto della casa va a fuoco”, dice Beppe Grillo, il comico genovese tra i primi a occuparsi di Telecom Italia. “C’è poco di cui discutere. Telecom era l’azienda più strategica che avevamo in questo paese e oggi non è rimasto praticamente nulla. I dipendenti sono sempre meno e l’innovazione si è fermata. Il suo destino è segnato: essere ceduta a un’azienda come Telefonica o a un altro gruppo straniero”.
“Tagli ingiustificati
Manca una strategia”
più che ridurre l’organico servirebbe un piano di innovazione e sviluppo.
Telecom Italia è un’azienda atipica rispetto ai suoi omologhi europei, forte in patria ma debole all’estero rispetto alla concorrenza e che scarica sui dipendenti il forte indebitamento societario. È questo nella sostanza il parere di Ugo Arrigo, docente di Scienza delle finanze presso la facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca che, per il Salvagente, ha messo a confronto i dati di bilancio della società con quelli delle maggiori aziende di telecomunicazioni ex monopoliste: British Telecom, France Telecom, Deutsche Telekom e Telefonica.
Un vicolo cieco
I numeri, interessanti, evidenziano innanzitutto che il costo del lavoro per Telecom incide sui ricavi solo per il 13,7% contro la media delle altre che si attesta al 19,4%. “Con un utile di 1,6 miliardi nel 2009 inoltre non sembrano giustificati tagli al personale di questo tipo, ancor di più se sommando il costo del lavoro al debito netto della società, il risultato (23,9) è allineato alla media dei rivali che si attesta a 24,6%”.
“Certo il debito di 33,9 miliardi è ancora consistente - continua Arrigo - ma il nodo da sciogliere è soprattutto quello dello sviluppo industriale. Ciò che oggi sembra mancare a Telecom Italia è una strategia. Sono lontani gli anni del monopolio, Telecom opera in un mercato liberalizzato e sempre più competitivo in cui la telefonia mobile ha tolto spazio a quella fissa, dove l’azienda era storicamente più forte. Tutto ciò si unisce a poche idee imprenditoriali, vincoli proprietari di vario tipo, risorse finanziarie limitate e pochi investimenti. Gli altri ex monopolisti hanno acquisito una dimensione internazionale, France Telecom in Africa e Telefonica in Sud America per esempio, che contano rispettivamente 180mila e 257mila dipendenti contro i 71mila di Telecom. L’azienda a mio avviso si trova in una situazione di stallo in cui prevalgono le opzioni del non fare, cioè dello status quo. Una situazione che però non potrà durare a lungo visto che si andrà progressivamente verso una riduzione dei ricavi sui servizi tradizionali”.
Nel giro di poco tempo quindi Telecom Italia potrebbe ritrovarsi in un vicolo cieco. Per evitarlo l’unica strada percorribile è spingere sugli investimenti e in particolare sulla creazione di una nuova infrastruttura di rete in fibra ottica che farebbe da volano non solo allo sviluppo aziendale, ma soprattutto al mercato dei servizi ai consumatori finali.
La nuova rete in fibra
Qui si apre un altro dei fronti caldi della questione. Spiega Stefano Quintarelli, esperto di telecomunicazioni e uno dei pionieri di internet in Italia: “In qualità di ex monopolistaTelecom è proprietaria dell’infrastruttura di rete: ben 35 milioni di km di cavi in rame che raggiungono le case degli italiani. Le reti degli altri operatori rappresentano solo una piccolissima minoranza, circa lo 0,3% della rete complessiva. Ciò vuol dire che se una nuova rete in fibra ottica dovrà essere creata questa dovrà passare da Telecom Italia. In altre parole, non c’è spazio per una rete alternativa di nuova generazione”.
Nella sua relazione annuale, presentata all’inizio di luglio, il presidente dell’Agcom, Corrado Calabrò, ha però sottolineato che il piano di Telecom “consiste in parte in una rete in fibra ottica strettamente legata sulle richieste attuali dell’utenza” e su quelle attese nel breve periodo. Allo stesso modo, i progetti degli operatori alternativi non sono a uno stadio avanzato, dando l’impressione in entrambi i casi che le “idee proposte offrano una visione di quello che si può fare, ma non di quello che concretamente ci si impegna a fare”.
Più volte Bernabè ha ribadito che in Italia non c’è un problema di infrastrutture, ritenendo più che adeguato lo stato della rete e aggiungendo al contrario che il problema è, semmai, legato alla domanda di banda larga da parte dell’utenza e non all’offerta.
“Creare una rete di nuova generazione invece è più che mai necessario”, chiude Quintarelli. “Si tratta di una scelta di campo che punta sull’innovazione e lo sviluppo e che ridurrebbe il gap con gli altri paesi europei dove i servizi a banda larga sono già una realtà. Rifiutare quest’approccio, sostenendo che non c’è domanda sufficiente, è come voler dire che prima di costruire un’autostrada dobbiamo aspettare che ci siano i camion. In altre parole se oggi l’utilità non c’è, va creata, per esempio trasferendo su internet procedure, certificazioni, invio di documenti e via dicendo”. Una visione del resto condivisa dallo stesso Calabrò, secondo il quale “creare le condizioni della domanda prima di investire in nuove infrastrutture, riduce all’immobilismo”.
I numeri del “gioiello” italiano
Organico
83.187 nel 2005 - 71.384 nel 2009
Ricavi (in euro)
29,1 miliardi nel 2005
27,1 miliardi nel 2009
Investimenti (in euro)
4,9 miliardi nel 2005 - 4,5 nel 2009
Utile d’esercizio (in euro)
3,1 miliardi nel 2005
1,6 miliardi nel 2009
Debito netto (in euro)
39,4 miliardi nel 2005 - 33,9 nel 2009
Sono giorni caldissimi per i lavoratori di Telecom Italia. Dopo i 3.700 licenziamenti annunciati dall’azienda, seguiti dall’incontro fra governo, management e sindacati, e il successivo congelamento degli esuberi, c’è tempo fino al 30 luglio per trovare un accordo fra le parti.
Sul tavolo della trattativa non c’è solo il destino dei dipendenti, su cui nonostante il ritiro delle procedure di messa in mobilità pende la spada di Damocle del licenziamento in caso di mancata intesa, ma anche le prospettive di sviluppo industriale del gruppo e gli effetti legati all’occupazione. In altre parole le sorti del maggior gruppo di telecomunicazioni del paese che da qualche anno a questa parte - dall’inizio del 2008 per essere esatti, cioè quando l’attuale amministratore delegato, Franco Bernabè, ha preso in mano le redini dell’azienda - sta attraversando una profonda fase di “ristrutturazione”.
Uscite agevolate
Un affare quanto mai complicato. Che da un lato vede contrapposti azienda e lavoratori sulla questione degli esuberi, e dall’altro pone governo e management uno di fronte all’altro sul tema del piano industriale, degli investimenti e della crescita. Sul primo punto, l’alternativa ai licenziamenti potrebbe prevedere cassa integrazione e messa in mobilità con “uscite” agevolate verso i pensionamenti. Si tratta di una strada percorribile visto che il ministro per il Welfare, Maurizio Sacconi, si è impegnato a verificare “gli strumenti di protezione del reddito utili ad accompagnare i lavoratori eventualmente riconosciuti in esubero al pensionamento nei termini di legge”. Un’espressione articolata per dire che il governo potrebbe trovare le risorse per attenuare le procedure di mobilità volute dall’azienda.
Su questo fronte Emilio Miceli, segretario generale Slc-Cgil, afferma che “la partita è tutta da giocare. Occorre trovare una convergenza: personalmente non sono ottimista, ma è nostro dovere provarci. Detto questo, non è tagliando posti di lavoro che si risana Telecom. Se la rete non funziona al meglio, è perché è maltenuta o sovraccarica. Servono investimenti, ma soprattutto un piano industriale come si deve che spinga su innovazione e ricerca. Oggi Telecom Italia non riesce a esser veramente competitiva né sulla telefonia fissa né su quella mobile. L’approccio scelto dalla dirigenza si è basato sulla riduzione dei costi e sull’efficienza, non sulla crescita”. Del resto, nella relazione finanziaria del 2009 presentata agli azionisti Bernabè aveva parlato appunto di efficienza operativa, contenimento dei costi, ottimizzazione della gestione finanziaria.
Ruolo locale
È la stessa musica dell’anno precedente, quando aveva annunciato un “rigoroso controllo dei costi operativi, degli investimenti e delle spese generali affiancati da un ambizioso programma di dismissioni”. Frutto, va detto, di una gestione negli anni precedenti che definire poco felice sarebbe riduttivo visto che il debito dell’azienda è cresciuto a dismisura.
“France Telecom ha annunciato 10mila nuovi posti di lavoro entro il 2012, 900 milioni di euro di investimenti nel personale e 2 miliardi di euro per la creazione di una rete in fibra ottica”, ricorda Miceli. “Telecom Italia deve interrogarsi sul ruolo che vuole giocare non solo nel nostro paese, ma anche nello scenario extra nazionale”. Intanto, i 3.700 esuberi annunciati la scorsa settimana fanno parte di un piano di riduzione dell’organico più pesante che prevede 6.822 licenziamenti entro il 2012, che si sommano ai circa 5.000 del 2008 che stanno già completando il ciclo d’uscita.
Come se non bastasse, nonostante ricavi e investimenti in calo, i vertici aziendali hanno preferito distribuire dividendi - cioè la parte di utile che viene consegnata agli azionisti - per circa 1 miliardo di euro.
“Come ho spiegato all’assemblea aziendale lo scorso aprile è come volersi fare la doccia con l’ultima acqua rimasta mentre il resto della casa va a fuoco”, dice Beppe Grillo, il comico genovese tra i primi a occuparsi di Telecom Italia. “C’è poco di cui discutere. Telecom era l’azienda più strategica che avevamo in questo paese e oggi non è rimasto praticamente nulla. I dipendenti sono sempre meno e l’innovazione si è fermata. Il suo destino è segnato: essere ceduta a un’azienda come Telefonica o a un altro gruppo straniero”.
“Tagli ingiustificati
Manca una strategia”
più che ridurre l’organico servirebbe un piano di innovazione e sviluppo.
Telecom Italia è un’azienda atipica rispetto ai suoi omologhi europei, forte in patria ma debole all’estero rispetto alla concorrenza e che scarica sui dipendenti il forte indebitamento societario. È questo nella sostanza il parere di Ugo Arrigo, docente di Scienza delle finanze presso la facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca che, per il Salvagente, ha messo a confronto i dati di bilancio della società con quelli delle maggiori aziende di telecomunicazioni ex monopoliste: British Telecom, France Telecom, Deutsche Telekom e Telefonica.
Un vicolo cieco
I numeri, interessanti, evidenziano innanzitutto che il costo del lavoro per Telecom incide sui ricavi solo per il 13,7% contro la media delle altre che si attesta al 19,4%. “Con un utile di 1,6 miliardi nel 2009 inoltre non sembrano giustificati tagli al personale di questo tipo, ancor di più se sommando il costo del lavoro al debito netto della società, il risultato (23,9) è allineato alla media dei rivali che si attesta a 24,6%”.
“Certo il debito di 33,9 miliardi è ancora consistente - continua Arrigo - ma il nodo da sciogliere è soprattutto quello dello sviluppo industriale. Ciò che oggi sembra mancare a Telecom Italia è una strategia. Sono lontani gli anni del monopolio, Telecom opera in un mercato liberalizzato e sempre più competitivo in cui la telefonia mobile ha tolto spazio a quella fissa, dove l’azienda era storicamente più forte. Tutto ciò si unisce a poche idee imprenditoriali, vincoli proprietari di vario tipo, risorse finanziarie limitate e pochi investimenti. Gli altri ex monopolisti hanno acquisito una dimensione internazionale, France Telecom in Africa e Telefonica in Sud America per esempio, che contano rispettivamente 180mila e 257mila dipendenti contro i 71mila di Telecom. L’azienda a mio avviso si trova in una situazione di stallo in cui prevalgono le opzioni del non fare, cioè dello status quo. Una situazione che però non potrà durare a lungo visto che si andrà progressivamente verso una riduzione dei ricavi sui servizi tradizionali”.
Nel giro di poco tempo quindi Telecom Italia potrebbe ritrovarsi in un vicolo cieco. Per evitarlo l’unica strada percorribile è spingere sugli investimenti e in particolare sulla creazione di una nuova infrastruttura di rete in fibra ottica che farebbe da volano non solo allo sviluppo aziendale, ma soprattutto al mercato dei servizi ai consumatori finali.
La nuova rete in fibra
Qui si apre un altro dei fronti caldi della questione. Spiega Stefano Quintarelli, esperto di telecomunicazioni e uno dei pionieri di internet in Italia: “In qualità di ex monopolistaTelecom è proprietaria dell’infrastruttura di rete: ben 35 milioni di km di cavi in rame che raggiungono le case degli italiani. Le reti degli altri operatori rappresentano solo una piccolissima minoranza, circa lo 0,3% della rete complessiva. Ciò vuol dire che se una nuova rete in fibra ottica dovrà essere creata questa dovrà passare da Telecom Italia. In altre parole, non c’è spazio per una rete alternativa di nuova generazione”.
Nella sua relazione annuale, presentata all’inizio di luglio, il presidente dell’Agcom, Corrado Calabrò, ha però sottolineato che il piano di Telecom “consiste in parte in una rete in fibra ottica strettamente legata sulle richieste attuali dell’utenza” e su quelle attese nel breve periodo. Allo stesso modo, i progetti degli operatori alternativi non sono a uno stadio avanzato, dando l’impressione in entrambi i casi che le “idee proposte offrano una visione di quello che si può fare, ma non di quello che concretamente ci si impegna a fare”.
Più volte Bernabè ha ribadito che in Italia non c’è un problema di infrastrutture, ritenendo più che adeguato lo stato della rete e aggiungendo al contrario che il problema è, semmai, legato alla domanda di banda larga da parte dell’utenza e non all’offerta.
“Creare una rete di nuova generazione invece è più che mai necessario”, chiude Quintarelli. “Si tratta di una scelta di campo che punta sull’innovazione e lo sviluppo e che ridurrebbe il gap con gli altri paesi europei dove i servizi a banda larga sono già una realtà. Rifiutare quest’approccio, sostenendo che non c’è domanda sufficiente, è come voler dire che prima di costruire un’autostrada dobbiamo aspettare che ci siano i camion. In altre parole se oggi l’utilità non c’è, va creata, per esempio trasferendo su internet procedure, certificazioni, invio di documenti e via dicendo”. Una visione del resto condivisa dallo stesso Calabrò, secondo il quale “creare le condizioni della domanda prima di investire in nuove infrastrutture, riduce all’immobilismo”.
I numeri del “gioiello” italiano
Organico
83.187 nel 2005 - 71.384 nel 2009
Ricavi (in euro)
29,1 miliardi nel 2005
27,1 miliardi nel 2009
Investimenti (in euro)
4,9 miliardi nel 2005 - 4,5 nel 2009
Utile d’esercizio (in euro)
3,1 miliardi nel 2005
1,6 miliardi nel 2009
Debito netto (in euro)
39,4 miliardi nel 2005 - 33,9 nel 2009










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