RIPROPOSTO. Cambiate la 231! – Ovvero, se lo conosco non si scoraggia

Mi sono accorto che il post era trocato, lo ripropongo con la parte che mancava

Vengo meno solo in apparenza a una regola che mi porta non parlare di cose diverse dalla tecnologia e all’innovazione, ma in realtà sono collegate come capirete se dedicate 20 secondi e andate oltre le prime 10 righe.

Link: AGI News on.

FISCO: CASSAZIONE, NUOVO PROCESSO PER SERGIO CUSANI

(AGI) – Roma, 22 giu. – La commissione tributaria regionale della Lombardia dovra’ di nuovo prendere in esame un procedimento aperto nei confronti di Sergio Cusani, uno degli imputati di spicco della stagione di Tangentopoli che ha pagato con il carcere i reati commessi, relativa a 6 milioni di vecchie lire di redditi non dichiarati, derivanti da investimenti all’estero.

Lo ha stabilito la Cassazione ….

15 anni dopo tangentopoli salta fuori questo (presunto) debito con il fisco per mancata dichiarazione di 6 milioni di lire frutto di investimenti all’estero. (3000 euro).

Probabilmente le tasse su cio’ potrebbero ammontare (diciamo al 40% per esagerare ?) 1200 Euro ?

Ma la Corte di Cassazione usa lo stesso metro per il Crac Parmalat e per 1200 Euro, che diamine.

La giustizia e’ uguale per tutti. Infatti Cusani ha fatto 6 anni di carcere come Tanzi…

Cosa c’entra con l’innovazione ?

C’entra con la propensione al cambiamento, con la difesa dello status quo rispetto al nuovo, con la tutela del passato rispetto alla promozione del nuovo, con le tariffe alte del bitstream piuttosto che con il Wimax Aperto (come ha propoto un commissario della FCC  in USA), con la scelta di aziende di amici prestigiosamente allocati in USA piuttosto che di aziende di giovani italiani, con il sostegno ai grandi rispetto ai piccoli (e qui mi riferisco esplicitamente a Confindustria e al suo modello di rappresentatività legato alle dimensioni aziendali).

C’entra con le regole che consentono le scatole cinesi e i consigli di amministrazione blindati, con chi fa il paladino della concorrenza, basta che riguardi gli altri.

Venerdi’ Cusani, a un convegno ha detto:

Il paradosso è che nellera della globalizzazione le forme di potere egemoni continuano a comportarsi come se ci trovassimo ancora alla fine dellOttocento.

Chi, come DAlema (cito da Repubblica del 20 giugno 2007: In tutto il mondo la classe politica e quella economica fanno squadra e difendono il Paese), pensa che governare significhi trovare un equilibrio tra le forze in questione, si comporta di conseguenza e quindi, in tale logica, per governare occorre legarsi a un blocco economicamente egemone già costituito o puntare alla formazione di un nuovo blocco più consonante (capitani coraggiosi, Unipol e varie), …

Questi paradigmi  sono condivisi, pur nella differenza dellappartenenza politica e in alcuni irrilevanti distinguo, da ogni schieramento.

La distorsione di tali paradigmi sta nel fatto che:

1)    la forza dei grandi gruppi non sta nel mercato, ma nellimpedimento che si formi un vero mercato realmente concorrenziale che produca vantaggi concreti a consumatori/utenti/risparmiatori, nel rispetto dellambiente, dei delicati equilibri della natura, della salute dellessere umano nel rispetto del mondo animale.
2)    i grandi gruppi non stanno nel mercato, ma fanno il mercato. Non sono più la forza trionfante del mercantilismo, ma la messa in evidenza che il mercato è drogato: di fatto imposto. La ricaduta di tale pratica è nel sostegno del livello dei consumi mediante lindebitamento delle famiglie.

Allora come oggi, la collusione tra politica-finanza-grandi imprese e il conflitto dinteresse non sono un problema giuridico sollevato da qualche magistrato, ma la quintessenza del sistema di potere.

Ne discende che il tema di una governance dimpresa efficace ed efficiente sia centrale per mantenere limpresa sui binari del rispetto delle regole…

la corporate governance consiste nel promuovere lattendibilità, la trasparenza e la responsabilità del governo dellimpresa.

I principi cardine su cui costruire il modello di governance aziendale dovrebbero basarsi sui seguenti tre pilastri:
trasparenza: che vuol dire mantenere sempre una chiara tracciabilità delle operazioni poste in essere;
2   integrità: che vuol dire adottare adeguati meccanismi che oltre a garantire il flusso di informazioni al sistema non ne permettono la manipolazione;
accountability: che vuol dire adottare regole contabili chiare, emanate  dagli organi preposti e non manipolate a piacimento per pilotare i risultati, come nel caso della cosiddetta finanza creativa.

La public company dovrebbe rappresentare lantitesi del modello scatole cinesi in quanto non  avendo unazionista di riferimento, il controllo non è nelle mani di singoli importanti azionisti ma è nelle mani degli amministratori nominati dallassemblea dei soci.

Questo in teoria, perché spesso nella pratica avviene una distorsione, pienamente confermata e resa evidente anche dai più recenti scandali: gli amministratori assumono come proprio principale obiettivo quello di farsi rieleggere.
In questo modo i manager non sono tanto stimolati a perseguire, come il loro mandato imporrebbe, solo e soltanto linteresse primario della società e dei suoi azionisti, risparmiatori/investitori (bond), clienti, fornitori, creditori, quanto fondamentalmente il proprio interesse.

Per la verità il TUF-Testo unico della finanza già prevede, tramite il meccanismo del voto di lista, la possibilità dei soci di minoranza di presentare proprie liste per lelezione di amministratori indipendenti che li rappresentino, imponendo parametri di riferimento però talmente laschi e ampli che gli statuti inseriscono, in conseguenza, una percentuale di sbarramento (ad esempio il 5% nei grandi gruppi quotati in Borsa) per presentare liste da parte dei soci: in tal modo, di fatto si snatura lindicazione di principio generale, pur non congrua nella sua indicazione pratica, contenuta nel TUF.

Questa quota minima andrebbe abolita. Dovrebbe essere riservata una quota nel Consiglio di Amministrazione in base alla percentuale che si forma liberamente tra i soci votanti presenti in assemblea.

Insomma penso che debba essere maggiormente garantita una sorta di quota rosa di amministratori davvero indipendenti.

Laspetto più importante è che andrebbero previste e codificate regole più chiare e trasparenti su come valutare lindipendenza di un amministratore.
Attualmente la valutazione sullindipendenza è demandata al CdA.

(come chiedere all’oste se il suo vino e’ buono ndr.)

se il legislatore volesse intervenire con concretezza ed efficacia su una materia di tale rilevanza economica e sociale, è mia maturata convinzione che una efficace ed efficiente governance non possa non avere  un efficace ed efficiente tutore: la  legge.

Cioè se le varie Autorità di controllo, e quindi il Parlamento, fossero determinati nel voler rendere sempre più incisiva e autorevole la governance anche per evitare ulteriori crack finanziari, è mio parere che le regole fondamentali debbano rifarsi ad una norma di legge, quale riferimento generale.

Chiarisco il mio pensiero: bisognerebbe ampliare la Legge n° 231 dell8 giugno 2001, che recepiva gli accordi OCSE di Parigi del febbraio del 1999, cioè la legge sulla responsabilità penale della persona giuridica (enti – società e imprese), attualmente limitata, su pressione dell’allora Confindustria, principalmente ai reati di truffa allo Stato, corruzione e concussione, falso in bilancio e false comunicazioni sociali..

Solo con una legge efficace, voluta e votata dal Parlamento, si può dare quindi corpo ad una governance efficace perché, purtroppo, la governance è di fatto diventata più una copertura per amministratori e manager che una tutela per azionisti, risparmiatori, lavoratori, creditori: cioè per l’intera collettività. ..

Discutere di governance, formalmente sempre più raffinate e articolate – anche con contenuti etici teoricamente condivisibili – è parlare a vuoto: serve soltanto a mettere la testa sotto la sabbia, a non voler andare al cuore del problema.
E il problema è che sono necessarie regole chiare e produttrici di responsabilità civili e penali per tutti.

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3 thoughts on “RIPROPOSTO. Cambiate la 231! – Ovvero, se lo conosco non si scoraggia”

  1. Ciao Stefano,
    (posso darti del tu?) approfitto di questo post per farti i complimenti. Seguo il tuo blog, sono appassionato di TLC e laureato da poco, per me sei un punto di riferimento.
    Riguardo al post sono pienamente d’accordo, da voce ad alcuni miei pensieri meglio di quanto io avrei saputo fare.
    Continua così.
    Grazie!
    Federico

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