In cerca del modello di business

Jeff Jarvis ha un bel pezzo sui modelli di business per l’editoria online: NewBizNews: Paid content models « BuzzMachine.

Anche Google lo sta cercando.
Google Says YouTube Won’t Lose $500M This Year, I Say Prove It | The Business Of Online Video.

YouTube
can’t be profitable, not this year, not next year, not three years from
now. It has no business model, but not for lack of trying. YouTube is
the quintessential example that dispels the notion in this industry
that all you need is lots of eyeballs to have a profitable, sustainable
business model. Google has tried paid downloads with their video store,
ad rev share models of every kind, licensing of premium content and now
in the NYTimes.com article it says YouTube “might eventually ask users
to pay for some of its premium content”. What hasn’t YouTube tried?
Licensing premium content is only going to make YouTube lose even more
money, not less.

Certo, finche’ BigG riuscira’ ad avere rendite monopolistiche sulla pubblicita’, o Microsoft su Office, avranno margini per continuare a iniettare risorse in business non sostenibili, sia direttamente, sia indirettamente mediante sostegno all’industria dei VCs.

Ne parlavo al telefono poco fa con Andrea. Ci sono alcuni business (la maggioranza, in realta’), che non possono essere sostenuti dalla sola pubblicita’. semplicemente la matematica non lo consente. E’ anche il caso dei “giornali”

Pero’ potrebbero usare la rete per essere veicolati, solo che il costo del billing e soprattutto dell'”incassing” e’ eccessivo.

L’acuirsi della crisi dei media portera’ sempre di piu’ persone in
ruoli chiave a cercare di ristabilire il bell’ordine andato,
criminalizzando il nuovo. IMHO bisognerebbe rispondere non con una
critica ma con una proposta costruttiva.

Servirebbe un sistema di micropagamenti, necessariamente “esterno” al sistema finanziario, per non erodrere la loro struttura di ricavi tradizionali rendendo il business attuale insostenibile.

Questo sistema di micropagamenti dovrebbe funzionare non solo all’interno di un dominio, ma attraverso molteplici domini.

Qualcosa di simile c’e’ gia’ con gli operatori telefonici che pero’ si trattengono una grossa quota del pagamento (40-50%).

Un po’ e’ la loro “ingordigia” necessaria a sostenere i bilanci ed i titoli , un po’ e’ l’assenza di stimoli per allargare il business a valori piu’ bassi, un po’ il costo di gestione delle contestazioni.

Pero’ bisogna considerare che una truffa o un mancato pagamento, nei beni immateriali, non costituisce una perdita, ma solo un mancato guadagno e questa e’  cosa nuova rispetto al mondo fisico che consentirebbe di basare un sistema di reputazione per minimizzare il costo gestionale ed il rischio di mancato guadagno.

Gli operatori telefonici, accanto alle telefonate, si scambiano i call detail record (CDR) che non sono altro che descrittori di come una chiamata va trattata e dei dati di pagamento, incasso e distribuzione dei ricavi e lo fanno per “transazioni” di centesimi. Come servirebbe per il web, per contenuti che non sono solo istruzioni di call setup, trasferimento dati e chiusura, ma una cosa identica per qualunque sequenza di byte ed associata ad essa. In grado di supportare qualunque soggetto voglia intervenire nella filiera (ad esempio remunerando chi mette a disposizione proprie risorse (cpu, disco, banda, corrente) per diventare un nodo di una rete di distribuzione di contenuti (si puo’ chiamare “P2P” ?))

Altra cosa che i telefonici hanno sempre fatto e’ mettersi d’accordo sulla interoperabilita’ delle proprie reti, per consentire ad abbonati dell’uno di scambiarsi dati (voce) con gli abbonati di un altro, indipendentemente dai device in possesso dai ciascuno.

interoperabilita’ di pagamenti (che richiedono gestione della reputazione), interoperabilita’ della descrizione dei dati (si puo’ chiamare “DRM” ?), interoperabilità dei sistemi di trasporto.

Ricorda nulla ?

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2 thoughts on “In cerca del modello di business”

  1. Business non sostenibili? Siamo sicuri? Nel 2000 si diceva la stessa cosa di Google e Amazon. Molti sedicenti guru avevano dubbi sulla loro sopravvivenza perchè non riuscivano ad immaginare i loro modelli di business. Visto quello che è successo a Wall Street io ci andrei cauto sulle capacità di previsione di fenomeni complessi e di respiro decennale da parte di chiunque.
    La mia opinione è che almeno per ora YouTube sta andando sotto perché paga a peso d’oro banda che serve per trasportare spazzatura. Anzi no è spazzatura solo se si considerano i video degli utenti come content, in realtà quelle sono video telefonate asincrone. Le compagnie telefoniche queste videotelefonate asincrone se le farebbero pagare e pure molto proprio perchè occupano un sacco di banda. Vedremo in futuro se aumentando la qualità dei contenuti e diminuendo il traffico dello UGC le cose cambieranno.
    Penso inoltre non sia vero in assoluto che i “business (la maggioranza, in realta’), che non possono essere sostenuti dalla sola pubblicita'”. Tutte le televisioni commerciali del mondo campano di pubblicità e questo è un fatto. Il problema dove sta? Semplice dipende da cosa trasmetti. Se sei un giornale “trasmetti” news, che ormai sono commodities. Le news le trovi dovunque e sono quindi svalutate. Non esiste, infatti, il monopolio delle news. Le informazioni, invece valgono e molto, specie se salvano il portafoglio come nel caso di quelle finanziarie. Nel ragionamento bisogna poi aggiungere il modello di fruzione del contenuto. In televisione è sequenziale: o vedi il film o vedi lo spot. Internet è un mondo parallelo e la pubblicità è di norma fisicamente accanto a quello che ti interessa e per questo possiamo ignorarla. La pubblicità interstiziale cerca di riprodurre su Internet il modello televisivo.
    Estendere il modello interstiziale a tutto? Io da parte mia preferisco Adsense/Adwords che mi fornisce pubblicità, anzi informazione quando mi serve,just in time.

  2. @Roldano: non mi pare che qualcuno abbia messo in dubbio le possibilita’ di sostenibilita’ di Google (Amazon non c’entra, e’ a pagamento, mica ad sponsored).
    nel merito del video, il grosso della banda Google non la paga perche’ fa accordi di peering con operatori; il problema sta nei server, loro gestione e corrente elettrica
    Nel merito dei giornali, dopo lunghe conversazioni con De Biase e Mucchetti, mi sono convinto che “periodici informativi” solo online ad sponsored non possono vivere se non su scala planetaria e necessariamente quindi non su temi appena appena di nicchia (le info tributarie italiane dove le troveresti ?)
    Un informazione sulla affidabilita’ creditizia di una azienda non puo’ essere fornita ad sponsored. una analisi di mercato per un prodotto nemmeno, un sondaggio tampoco, una creativita’ per un logo idem, una traduzione di un testo per una brochure, un parere legale, info tributarie, e via esemplificando..

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