Altro che Pax Telefonica

Da Italia Oggi. Nulla da aggiungere.

Altro che pace telefonica. I fax del Ministero dello Sviluppo economico erano ancora caldi per aver mandato in giro decine di copie del comunicato di mercoledì sull'accordo tra Telecom Italia e i suoi concorrenti per la rete in fibra ottica, che già un episodio nuovo ha provveduto a evidenziare come siano, nella realtà, i rapporti tra l'ex-monopolista e gli altri: pessimi. L'episodio è la revisione delle tariffe di “unbundling”, ovvero quelle che i concorrenti pagano a Telecom quando ne adoperano pezzi di rete per collegare i loro clienti, presentata dall'Agcom, l'Autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni.Ebbene, l'Autorità ha lievemente ridotto le tariffe proposte il 9 settembre – dopo le proteste dei concorrenti e le osservazioni espresso dalla Commissione europea il 21 ottobre – abbassandole per il 2011 da 9,14 a 9,02 euro al mese e per il 2012 da 9,48 euro a 9,14. Ma Fastweb, Vodafone, Wind, Tiscali, H3G e Bti non ci stanno. Per loro i rincari sono comunque eccessivi e preparano l'ennesimo ricorso al Tar: si vedrà se facendo fronte comune o se con qualche defezione, ma i “big” sono uniti nel malcontento. E per loro a nulla vale l'altra novità, che cioè l'Agcom ha introdotto – come recita la nota della stessa Autorità – «un rigoroso meccanismo di verifica della qualità della rete come condizione per riconoscere l'aumento dei canoni di unbundling per gli anni 2011 e 2012». Nessuna pace, insomma: e del resto anche alla vigilia, dopo l'emissione del comunicato stampa, lo stesso ministro dello Sviluppo Economico, Paolo Romani, che teneva molto a concludere l'accordo con gli operatorii prima che la crisi politica precipitiasse, non ha dato seguito all'idea originaria di fare una conferenza stampa per evitare il rischio che alla prima domanda un po' specifica le risposte del capo di Telecom, Franco Bernabè, e dei suoi concorrenti più agguerriti come Paolo Bertoluzzo di Vodafone o Stefano Parisi di Swisscom-Fastwess, divergessero platealmente, dimostrando che sotto l'accordo non c'è nulla.Già: perché in definitiva cosa si è deciso mercoledì a Roma? Si è semplicemente firmato un'intesa di principi sulla realizzazione della società mista per la nuova rete di telecomunicazioni in fibra ottica, la tanto decantata “next generation network”, rete di nuova generazione, che servirebbe – come ha sottolineato Romani – a portare la banda larghissima o “ultrabanda”, a 100 megabit (in grado di veicolare in modo ottimale videoconferenze e servizi di intrattenimento), alla metà della popolazione italiana entro dieci anni.Peccato che l'unico punto su cui gli operatori davvero concordano è che la rete dev'essere una sola, e va sviluppata, in partnership con gli enti locali e tutte le istituzioni finanziarie pubbliche e private possibili, secondo il principio della sussidiarietà, vale a dire la possibilità di intervenire solo là dove i privati non realizzano investimenti. Ma come lo si applicherà, questo principio? Già, perché interpretandolo alla lettera ci si accorgerà che Telecom investimenti ne fa o ne ha fatti praticamente in tutta Italia: certo, non ne ha fatti sulla fibra ottica, ma sulla rete in rame sì, e le strutture di rete – centraline di zona, cavidotti eccetera – sono o possono essere le stesse necessarie per la fibra. L'impressione autentica dei concorrenti, che per ora non l'hanno esternata formalmente per la chiara sterilità politica di qualunque polemica, viste le condizioni del governo, è che applicando il criterio della sussidiarietà in un modo o nell'altro si possa togliere o lasciare a Telecom anche tutto il mercato. Come dire che l'accordo quadro non definisce nulla sulla sostanza.E c'è un altro punto critico: ora, dalla teoria si dovrebbe passare alla pratica, per giungere all'effettiva costituzione della società mista. Il Comitato esecutivo del progetto, presieduto dal ministro e rappresentato da tutte le società firmatarie, avrà tre mesi di tempo per definire il piano, il modello di governance e il business plan anche in funzione del quadro regolamentare per l'accesso alle infrastrutture e alle reti che sarà definito dall'Agcom. Con questi chiari di luna politici, tre soli mesi sono un battito di ciglia. E scaduto il trimestre, i giochi si azzereranno.

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5 thoughts on “Altro che Pax Telefonica”

  1. Scusa Stefano, ma di quale “Pax telefonica” stiamo parlando? E’ chiaro e normale che ciascuno dei competitors vedrebbe con gioia tutti gli altri 6 chiudere bottega,, così come è altrettanto evidente che l’accordo dello scorso mercoledì non rappresenta altro che un debole tentativo da parte del Ministero di mettere in campo un minimo di accordo per quelle aree che altrimenti l’NGN la vedrebbero solo con un ritardo di decenni, se mai.
    Come ho già detto d’altra parte il MoU si riferisce a una “società di scavi”, nient’altro. Le stesse parole del comunicato stampa lo dicono: “Il “Tavolo Governo – Operatori […] ha sottoscritto un Memorandum of Understanding in cui è stata decisa la costituzione di un veicolo societario, […], per la realizzazione di un’infrastruttura passiva per lo sviluppo di reti a banda ultralarga.”.
    Infrastruttura passiva. Condotti, scavi, lavori e la loro eventuale condivisione, nelle sole aree non soggette a competizione tra gli operatori.
    Il fatto che molti commentatori ne facciano una questione di cavi e di tecnologia dimostra solo l’incomprensione della situazione, o la mala fede. Sono certo che tu non sia tra questi, chiaramente.
    La diatriba sui costi dell’ULL, cruciale per la sopravvivenza e la redditività degli operatori alternativi, è un tema assolutamente diverso e non c’è affatto da stupirsi se questi contestino la scelta dell’aumento, specie a fronte di garanzie tutt’altro che certe sul miglioramento dell’efficienza in casa TI, sulla riduzione dei KO e sul controllo della parità di trattamento.
    Non sei d’accordo? E se no, perché? 🙂

  2. l’unica parola ambingua nell’articolo di italia oggi secondo me e’ “centraline”. se capisco l’articolo come divulgativo, penso che i lettori capiscano gli stadi di linea, non gli apparati che vi sono contenuti, di cui il lettore non ha idea.
    per ilr esto l’articolo mi sembra ok.
    e’ certo che il mou riguarda solo gli aspetti edili e nemmeno dovunque. da qui a passare a fare una cosa vera, ne deve passare di acqua sotto i ponti.
    c’e’ una incongruenza di fondo che e’ difficile da far notare ma dimostra che e’ fuffleware, almeno secondo me.
    supponiamo tu dica “facciamo la rete dovunque” ed io dica “no, la facciamo dovunque meno x,y,z”
    c’e’un conflitto netto. IL Conflitto. sono due posizioni inconciliabili.
    allora io dico “vabbeh, iniziamo a farla dovunque meno x,y,z”, tu che fai ? aderisci ? se si, vuol dire darla vinta a me ne IL Conflitto.
    tu puoi aderire solo se sai che poi non si verifica e potrai dire “vedi, avevo ragione, bisogna farla dovunque”.
    ormai e’ chiaro anche ai sassi che non accadra’, nonostante l’impegno e la buona fede di Romani. E’ *IMPOSSIBILE* che Romani sia ancora ministro dello sviluppo economico nel nuovo governo. (spererei che venga fatto un ministero per l’ICT, BTW)
    E’ vero che il tema ULL e’ diverso, ma gli interlocutori sono gli stessi e nessuno si fida dell’altro. Su ULL mi sto documentando, avevo abbandonato il tema da tempo e non voglio scrivere castronerie.

  3. Sì, di tangibile c’è ancora ben poco. Questo principio di sussidiarietà poi non mi piace: anche moltiplicare le reti nelle città rimane comunque uno spreco di denaro.

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