I giornali (quotidiani) possono sopravvivere solo con Internet ?

La risposta sintetica è “no”.

Come ogni cosa, la risposta più articolata è “dipende”…

Vediamo di approfondire:

La risposta un filino meno sintetica è “nella loro forma attuale, pochi”. Devono cambiare.

I) C’E’ GIORNALE E GIORNALE

Ci sono giornali che sono organi di partito (e quindi finanziati dalla politica) e giornali che non lo sono; giornali che hanno una grande base di abbonati e giornali che praticamente dipendono dalle edicole; giornali che si rivolgono ad un pubblico planetario (in inglese) e giornali che si rivolgono a pochi intimi (in lingue di nicchia); giornali che stanno in paesi con età media avanzata e aspettativa di vita lunga e altri che stanno in paesi pieni di giovani.

Altro punto rilevante è che come “disco” e “film” sono parole prive di significato  oggi sostituite da “musica” e “video” (essendo spariti i supporti fisici circolari e i nastri magnetici o di celluloide), anche il “giornale” online non è più giornaliero e tantomeno quotidiano, ma continuo.

Quindi non si puo’ parlare di “giornali” online o “quotidiani” online.

E come si chiamano i contenuti quando si va online ? come struttura sono certamente testi, mediagrammi, immagini fisse o in movimento, suoni; come tipo di messaggio sono  “notizie”, oppure “commenti”, oppure “informazioni”…

Per “informazioni”, intendo quelle tipiche dei “giornali di servizio”. Il Sole, ad esempio, con il direttore Napoletano, ha riconquistato la sua caratterizzazione di giornale di servizio: uno strumento che fornisce informazioni utili ai lettori per destreggiarsi in diversi ambiti (finanza e mercati, casa, lavoro, ecc)

Le notizie, sono sempre più una commodity. Viviamo immerse nelle notizie che riceviamo più e più volte alla TV, alla radio, in metropolitana, cone le free press, con i giornali, … online.

L’Economist è una testata (almeno questo nome può restare) che propone essenzialmente commenti, rivolgendosi ad un mercato globale (in inglese)

Tra l’altro gli articoli sono spesso senza firme. Questo toglie riconoscibilità ai giornalisti (i pezzi sono spesso sintesi della redazione di contributi provenienti da molti giornalisti), fatto che può essere visto negativamente (reputazionalmente per il giornalista) o positivo (come protezione delle opinioni). La fonte citata diventa così L’Economist, non il giornalista specifico.

II) COME FA SOLDI UN GIORNALE

Iniziamo dal cartaceo. Un giornale cartaceo incassa, come noto, dalla pubblicità, dalle vendite e da contributi pubblici.

1) la pubblicità

La pubblicità tra l’inserzionista ed il giornale passa da due intermediari: il centro media e la concessionaria.

Il centro media gestisce i budget dei clienti e li assiste nella pianificazione (aggrega i budget dei clienti); la concessionaria aggrega i mezzi (giornali, radio, web, tabelloni…) per fare massa critica. Ogni mezzo ha delle caratteristiche di target raggiunto sia per numerosità che per specificità.

Questi dati entrano in sistemi di pianificazione dei centri media per che suggeriscono la pianificazione da fare per raggiungere le casalinghe 55enni o gli imprenditori 80enni…

E’ cosi’ che viene deciso che quota dei budget allocare ai diversi mezzi; decisioni che in italia premiano la TV sopra tutti gli altri mezzi in misura assai maggiore rispetto al resto del mondo.

Se hai una property che non ha numeri sufficienti, una concessionaria non ti prende in considerazione e tanto meno il centro media.

Quanta pubblicità piglia un giornale dipende dal numero dei lettori. Il numero dei lettori e’ il risultato della moltiplicazione del numero di copie diffuse per il numero medio di lettori per copia. I dati di diffusione vengono certificati dalla ADS (Accertamenti Diffusione Stampa).

Il numero di utenti di un sito internet viene certificato da Audiweb con un meccanismo duplice che prende in considerazione i dati di erogazione di pagine ed utenti provenienti dagli editori (mediante un pezzo di script visibile in fondo ai sorgenti delle pagine monitorate), i dati provenienti da un panel molto esteso di utenti reclutato da Nielsen ed il tutto corretto per limare alcune spurie di poco interesse per gli inserzionisti (pagine viste dall’estero, da robot, ricaricate, ecc.).

In entrambi i casi il prezzo dipende dalla qualità del target. Siti che generano tonnellate di traffico o testate che si rivolgono ad un pubblico indifferenziato sono meno premiati di siti e testate che si rivolgono ad un target più preciso e pregiato.

Oltre ai siti, che generalmente non sono repliche del quotidiano, essendo aggiornate in continuo, ci sono le copie in PDF dei giornali fatte per essere visualizzate con appositi browser (sfogliatori) su PC o su tablet.

Essendo queste repliche esatte del giornale, entreranno anch’esse nei conteggi di diffusione dell’ADS ma, mentre la readership del cartaceo è n lettori per ogni copia diffusa, l’idea e’ che per le copie digitali sia un lettore per ogni copia diffusa.

Quindi, anche a parità di contenuti, una copia digitale rende meno di una copia cartacea (oggi nemmeno contabilizzata, domani contabilizzata come una frazione di readership di una copia cartacea).

Oltre alla pubblicità esattamente identica a quella del giornale, a volte le copie digitali sono sponsorizzate, ovvero c’è uno sponsor aggiuntivo che si fa carico del costo complessivo al fine di poterle regalare agli utenti.

Infine, come ultima osservazione, c’e’ anche il fatto che per qualche motivo che a me appare francamente incomprensibile, gli inserzionisti, in linea di massima, prediligono mettere le loro inserzioni sul giornale “vero”, quello di carta, e non online. Detto in altri termini, un lettore digitale, sia esso online o copia digitale, “vale” meno di un utente cartaceo.

2) le copie

Un editore dichiara all’ADS il numero di copie che diffonde e questo e’ il dato che viene verificato e certificato.

Le copie diffuse includono, ad oggi, quelle vendute in edicola, quelle in abbonamento e le “copie di sostegno” che sono quelle distribuite ad un prezzo oserei dire quasi nominale, a volte sponsorizzato, (ad esempio in molte scuole, per abituare alla lettura).

I resi sono le copie non vendute dalle edicole, il cui dato torna all’editore. La vendita perfetta è quella in cui l’edicola esaurisce le copie a disposizione soddisfando tutti i lettori. ovviamente ci sono variazioni ed esperti di distribuzione che cercano costantemente di minimizzare il reso massimizzando le copie vendute, seguendo andamenti settimanali e stagionalità (la gente va al mare o in montagna).

Le copie digitali sono vendute con formule disparate: alcune sono, come detto sopra, vendute ad uno “sponsor” che le regala agli utenti; altri usano un meccanismo a punti, altri a copia, altri solo ad abbonamento ed altri ancora (tendenza che sta imponendosi) regalano la copia digitale all’abbonato cartaceo (o viceversa). ovvero: l’abbonato ha il diritto di leggere il contenuto, a prescindere dal supporto.

Naturalmente questa cosa non è fattibile con la copia venduta in edicola: l’idea che uno va in edicola, compra il giornale e su esso trova un codice che gli consente di guardare anche la copia online, non puo’ funzionare in quanto i sistemi di stampa a rotativa, quei macchinoni infernali che sputano carta stampata con gradissima velocità, non sono in grado di personalizzare un codice differente per ogni copia.

3) i contributi

un giornale che sia organo di un partito politico riceve contributi specifici che incidono in modo abbastanza rilevante sui suoi ricavi.

Tutti gli altri quotidiani ricevono un contributo sotto forma di rimborso di spese postali o altro per un ammontare che incide per lo 0,qualcosa per cento dei ricavi complessivi.

III) QUALI SONO I COSTI DI UN GIORNALE

Per il discorso che voglio fare qui non considerero’ i costi degli investimenti infrastrutturali. Se hai comprato le rotative quelle le hai; te le trovi in ammortamento sotto l’EBITDA, magari ti penalizzano il risultato netto ma una volta che li hai pagati non intaccano piu’ il cash flow e pertanto, al limite, dato che non sono piu’ toccabili si possono considerare un sunk cost.

Ci sono poi dei costi operativi semi-variabili: quelli necessari a sostenere la produzione ovvero il pool di giornalisti, poligrafici e tutti gli strumenti e spese funzionali alla loro attività. Certamente sono quelli che da toccare sono più critici, in primo luogo perchè coinvologono direttamente la vita di alcune persone ma anche perchè possono, con erosioni successive, andare a toccare la qualità e tipologia del prodotto realizzato.

Infine ci sono i costi correlati all’andamento delle vendite. (costi del venduto e altro)

La prima cosa da osservare è il costo della carta: maggiore la foliazione, maggiori i costi.

Le copie distribuite in edicola hanno un costo logistico di distribuzione ed un costo, chiamato aggio, che è il margine che rimane all’edicolante. questo aggio esiste anche per quegli editori che domiciliano gli abbonamenti presso l’edicola (come fa il Sole), per compensare il funzionamento della logistica postale che non consente agli abbonati di ricevere il quotidiano se non in tarda mattinata.

Alcuni editori per rendersi piu’ attraenti per i lettori usano, in poche città, anche servizi postali alternativi che consegnano in prima mattinata, a costi decisamente elevati.

Talvolta ci sono costi per gli inserti, per la cellophanatura, ecc.

Per le copie digitali, i costi sono in larga misura quelli per la transazione della carta di credito (quindi minimi) per ciò che viene fruito su PC. Per ciò che viene fruito su tablet, la quasi totalità del mercato delle copie vendute su tablet avviene su iPad ed apple, come noto, esige una gabella del 30% del prezzo di vendita (e’ arrivata anche ad esigerlo sul costo dell’abbonamento cartaceo, per editori che volevano regalare la copia digitale ai propri abbonati).

Per avere una foglia di fico per l’antitrust, Apple consente di acquistare contenuti anche pagandoli su un portale differente dall’apple store (e quindi, per l’editore, con basso costo di transazione), pero’ richiede che lo stesso prezzo sia presente anche nell’apple store per il quale esige il 30% di gabella. Ovviamente la user experience integrata fa si che i clienti prediligano questa soluzione e gli editori ci rimettono il 30% dei ricavi.

A ben vedereil dominio di Apple sulla piattaforma è centrato sulla esclusività dell’Apple Store e sulle regole contrattuali imposte che vietano che sia installabile un Apple Store alternativo sui terminali (cosa che gli operatori probabilmente farebbero di corsa, per riappropriarsi del billing). Questa è una limitazione della concorrenza che chiude i mercati a valle, consentendo ad Apple di diventare un intermediario esclusivo (per questo dico “gabella”) anzichè un abilitatore. Ecco, forse questo monopsonio andrebbe rotto..

Inoltre, gli Store delle applicazioni possono essere considerati una nuova forma di editoria; potrebbero essere oggetto di regolamentazione, certamente procompetitiva, ma anche di protezione dei consumatori, tutela del pluralismo, ecc. E’ indubbio che i terminali siano “la nuova TV” e non si capisce perchè ci debba essere una regolamentazione asimmetrica; se fosse eliminata, introducendo mercato anche in questo segmento, ne gioverebbero tutti gli attori locali della filiera, ad iniziare dal fisco…

IV) L’IVA

Per quasi tutte le attività l’IVA è un dettaglio, in quanto omogenea rispetto alle varie nature del prodotto/servizio offerto, ma non cosi’ nell’editoria.

Per i giornali l’IVA e’ al 4% assolta dall’editore (e, in virtù di alcuni complessi meccanismi di crediti fiscali, l’impatto e’ ulteriormente ridotto), mentre per le versioni digitali l’IVA e’ al 20%.

Dato che il prezzo esposto al cliente è sempre inclusivo di IVA, ne consegue che per le attività digitali lo stato si prende poco meno del 20% in più rispetto alla carta
V) LA DEMOGRAFIA

Non si puo’ evitare una considerazione demografica: come sappiamo bene XXX, i “diversamente giovani” sono molti di piu’ degli altri ed hanno, rispetto a loro, una maggiore propensione a leggere il bundle di notizie “quotidiano” (pdf). in particolare questo pubblico manifesta alta fedeltà verso la testata, comprando sempre gli stessi giornali.

Online la maggioranza delle visite alla maggioranza delle testate non avviene perchè l’utente inserisce direttamente il loro indirizzo nella barra degli indirizzi o con un segnalibro; arrivano da motori di ricerca e social network, denotando quindi una fedeltà inferiore (ed anche la fine del “bundle” di articoli XXX)

VI) LA BOTTOM LINE

Possiamo sintetizzare che esistono tre tipi di clienti: quelli della carta, quelli del sito e quelli della versione digitale che beneficiano del “trascinamento” della pubblicità dalla carta al digitale.

Per rispondere al titolo del post, dobbiamo capire quale è il margine di contribuzione di ciascuno di essi, ovvero la loro capacità di contribuire a coprire i costi fissi (gli impianti) ed i costi semi-fissi.

Per la carta, abbiamo visto, ci sono

  • incentivi (anche se inferiori alle leggende metropolitane),
  • iva molto bassa,
  • readership per copia alta,
  • prezzi maggiori della pubblicità,
  • target più ampio
  • fedeltà al bundle “testata”

Per le versioni digitali ci sono

  • iva alta,
  • 0 readership per copia (sarà 1)
  • prezzi della pubblicità bassi
  • fee elevato di intermediazione di apple (sui tab)
  • target più ristetto

e, per i siti web,

  • prezzi della pubblicità bassi
  • target più ristretto
  • minima fedeltà al bundle “testata”

Tutte queste cose si possono modellare in un semplice conto economico che ci indica il margine di contribuzione delle tre categorie.

Tutte le testate in lingua inglese si sono lanciate ad aggredire un mercato planetario anzichè il loro tradizionale mercato locale. Alcune di esse hanno pubblicato dei numeri e al cosa che si riscontra è che, nonostante il target amplissimo, il più ampio possibile, e anche nonostante operazioni di marketing di successo, queste testate online hanno dei ritorni economici molto inferiori a quelli delle loro versioni cartacee.

Come diceva Jeff Zucker, si passa da dollari analogici a pennies digitali.

Senza svelare quindi alcun dato riservato (che poi è diverso per ogni editore), facciamo un ragionamento molto spannometrico su ordini di grandezza. Se quello che dice Zucker è vero, con i siti web, per sostenere i costi fissi e semi-variabili abbiamo bisogno di una audience un ordine di grandezza più ampia.

Quindi, la risposta sintetica alla domanda è proprio “no”.

VII) L’EVOLUZIONE

“Il futuro è già qui, solo che non è distribuito in modo uniforme”, una bellissima massima di Gibson. A complicare la situazione c’è appunto il fatto che la situazione non è statica ma dinamica e non bianca e nera ma con un continuo di sfumature di grigio.

Chi ha una struttura di costi fatta tempo fa per sostenere il lucrativo business della carta, in una evoluzione “all digital” è svantaggiato rispetto a chi nasce con una struttura di costi più leggera; la sua scommessa è spostare la sua massa di clienti da un mondo all’altro mentre ricostruisce dall’interno la sua struttura per essere sostenibile andando avanti.

Non è ovviamente tutto fosco.

Se qualcuno vi dicesse “c’e’ un business in cui

  • il cliente è intermediato,
  • non si hanno dati di vendita precisi se non dopo molto tempo dopo,
  • non si sa nulla dei clienti,
  • il rapporto con il cliente avviene a intervalli fissi,
  • i servizi devono essere venduti a pacchetto

oppure un business in cui

  • il cliente è diretto
  • si hanno dati e informazioni in tempo reale
  • si conoscono gli interessi dei clienti
  • il rapporto è continuo
  • si può vendere al cliente per ogni livello di importo
  • si può dare al cliente esattamente ciò che gli serve quando gli serve

Voi, in quale business preferireste essere ?”

La tendenza complessiva del mercato, per la tradizionale editoria, è discendente per il semplice fatto che siamo grossomodo ad un figlio per donna.

Ma le evoluzioni fornite dalla tecnologia possono consentirci di immaginare un futuro diverso dai vincoli che abbiamo adesso, che ci consentano di monetizzare ogni volta che forniamo qualcosa al cliente degno della sua attenzione. (quando un cliente manda un SMS ad una radio per partecipare a una trasmissione sta manifestando la sua disponibilità a pagare, solo che il pagamento è diretto ad altri..)

Vediamo oggi e andando avanti vedremo sempre più iniziative tese a ridurre gli svantaggi di cui sopra come ad esempio, micropagamenti con meccanismi per spostare il focus verso abbonamenti, iniziative per fidelizzare gli utenti, per moltiplicare le occasioni di contatto, per ridurre i costi di distribuzione, ecc.

(stanno nascendo nel mondo, fatte a livello di sistema da gruppi di editori, edicole basate su HTML5 e su carta di credito per acquistare contenuti, in modo da sfuggire al morso della mela)

Il tutto in un conflitto interno tra tutela del passato e promozione del futuro; per estremizzare, dubito che vedremo l’IVA sulla carta passare al 20% e quella sul digitale diventare assolta dall’editore…

VIII) CONCLUSIONE

Assistiamo ad una evoluzione del business dell’editore.

Dicevo all’inizio che “giornale” e “quotidiano” sono parole che nel digitale non hanno più cittadinanza.

Anche la parola “editore” sta cambiando significato; il ruolo tradizionale di produrre e/o aggregare contenuti con una redazione, impacchettarli e distribuirli venendo pagati dal cliente e dalla pubblicità, è destinato ad essere abbastanza presto un ricordo legato a tecnologie passate.

Propongo una nuova definizione: Editore è colui che monetizza l’attenzione del cliente. (nel massimo numero di modi e occasioni possibili)

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44 thoughts on “I giornali (quotidiani) possono sopravvivere solo con Internet ?”

  1. Sono stato abbonato per 20 anni a Newsweek (prima ero stato abbonato per pochi anni a Time), ma lo scorso anno non ho rinnovato perche’ era diventato via via meno interessante e imitava sempre piu’ il web, anche come grafica. Mi dispiace solo per gli articoli di Fareed Zakaria.
    Se trovassi online una pubblicazione analoga a Newsweek (ampio respiro, bravi giornalisti, niente immondizia tipo le colonne di destra di Corsera e Repubblica online) mi abbonerei subito, posto che i contenuti son siano riservati ai device Apple o abbiano limitazioni analoghe e che il prezzo sia onesto (no, non accetto di pagare lo stesso prezzo dell’edizione cartacea, non raccontatemi le solite balle sui costi uguali).
    La tua analisi, Stefano, non fa una grinza. Secondo me il problema e’ anche dovuto alla ad una sorta profezia auto-avverante secondo cui sul web non si guadagna e non vale la pena offrire contenuti di qualita’. I creatori di contenuti credono a questa valutazione e, quindi, ci ritroviamo con Repubblica e Corsera online illeggibili e uguali al Sun (il cui sito visto ogni tanto perche’ e’ divertente).

  2. Molto interessante. L’IVA diversa è praticamente un’assurdità, non conoscevo questo aspetto.
    Riguardo all’iPad, nota che Apple ha modificato i termini e ora è possibile applicare prezzi diversi tra App Store e altri canali di vendita online. Rimane però il vincolo di non pubblicare assolutamente nessun link né nessun riferimento a questi canali di vendita da dentro l’applicazione.

  3. Marco Cremonini

    Stefano,
    permettimi una critica a una tua osservazione specifica e un commento generale.
    Il punto specifico.
    Tu dici: “Per “informazioni”, intendo quelle tipiche dei “giornali di servizio”. Il Sole, ad esempio, con il direttore Napoletano, ha riconquistato la sua caratterizzazione di giornale di servizio: uno strumento che fornisce informazioni utili ai lettori per destreggiarsi in diversi ambiti (finanza e mercati, casa, lavoro, ecc)
    Le notizie, sono sempre più una commodity. Viviamo immerse nelle notizie che riceviamo più e più volte alla TV, alla radio, in metropolitana, cone le free press, con i giornali, … online.”
    La mia critica.
    Questo punto credo richieda un approfondimento maggiore perché è fondamentale, a mio parere. Non è vero che le informazioni sono sempre più una commodity, questa è una generalizzazione fuorviante.
    Le “informazioni-commodity” sono sempre più una commodity, ovvero lo sono quelle (non molte) informazioni che vengono diffuse, replicate, ribattute da una moltitudine di organi di informazione in forma sostanzialmente analoga.
    Queste sono solo una parte, piccola a mio parere, delle informazioni utili/interessanti, soprattutto prendendo in considerazione un pubblico che è sia propenso a leggere informazioni su carta sia informazioni online.
    La maggior parte delle informazioni sfugge e quindi non solo non sono commodity ma diventano sempre più difficili da reperire, visto il trend progressivo da molti anni verso la polarizzazione delle informazioni che vengono pubblicate dai giornali.
    Ci sono parecchie analisi su questo fenomeno, inglesi e americane, ad esempio riguardante la sempre minore attenzione verso la stampa e le notizie internazionali e il focus sempre maggiore verso notizie locali e domestiche (ad esempio: http://mediastandardstrust.org/publications/shrinking-world-the-decline-of-international-reporting-in-the-british-press/).
    Piccola nota di colore.
    Per l’Economist io penso che ormai l’anonimità degli articoli sia più un vezzo che un fatto di sostanza, considerando anche che gli editorialisti di punta scrivono sotto pseudonimo (Bagehot, Buttonwood etc.) ma se ne conosce l’identità.
    Considerazione generale.
    Nella tua analisi manca un aspetto: la qualità di ciò che si pubblica rispetto ai concorrenti e rispetto agli interessi del pubblico.
    Per questo ti rigiro la domanda: non è che pubblicare online significa entrare in un ambito estremamente più vasto, più complesso ma per questo più ricco, tanto che il tuo potenziale lettore ha a disposizione molte fonti informative, gratuite, per le informazioni-commodity, sulle quali sempre meno i giornali si distinguono (o si distinguono per macro aree ad esempio di orientamento politico); e soprattutto molte più fonti informative per le informazioni-non-commodity, siano esse tali per oggetto o livello di analisi?
    Se questa ipotesi ha un senso, allora anche il pubblico si orienta diversamente. Chi cerca solo le informazioni-commodity non ha particolare interesse ne’ incentivo a corrispondere un grado di fedeltà e un costo come per il cartaceo. Chi cerca entrambe, viene orientato nel comportamento dalle informazioni-non-commodity, che io riconduco a un concetto di qualità, sia essa nella varietà delle informazioni (quindi maggiore contenuto informativo in senso quantitativo) che nella qualità delle analisi (maggiore informazione qualitativamente).
    L’Economist, esempio di successo, non pubblica nessuna informazione-commodity (o quasi) e solo informazioni-non-commodity, sia per varietà che per analisi.
    Mesi fa trovai uno studio (purtroppo ora non riesco a ritrovarlo) che mostrava come, a differenza dell’opinione comune che vuole che le persone su Web leggano solo frammenti brevi o notizie estremamente sintetiche saltando velocemente da una all’altra, era stato osservato come i lettori “forti”, intendendo quelli che fruivano di molte informazioni, (sono generico perchè ricordo che c’era una categorizzazione basata su vari parametri, ma non ricordo i dettagli) dedicavano gran parte dell’attenzione alle analisi lunghe, agli essay, ai pezzi molto descrittivi e approfonditi.
    Ora, mia personalissima opinione (io leggo informazioni, quotidianamente, da diverse fonti, una decina almeno, quasi sempre) è che la stampa italiana sia molto deficitaria su questo fronte. Saltuariamente offre qualità: la varietà delle notizie è scarsa e soprattutto (dal mio punto di vista di lettore) le analisi sono, in media, scadenti. Questo vale per tutti i maggiori quotidiani nazionali (Repubblica, CorSera, La Stampa, Messaggero, Sole).
    Quindi torniamo alla faccenda delle informazioni-commodity o non commodity.
    Un giornale italiano (escluse riviste di nicchia), io, almeno, lo leggo esclusivamente per le informazioni commodity, per quelle non-commodity il più delle volte mi infurio per la scarsa qualità e saltuariamente mi sorprendo per aver trovato qualcosa di buono.
    Ne consegue che se talvolta trovo comodo leggere il giornale cartaceo (io non sono uno di quelli sempre connessi con iPad a seguito), non ho alcun motivo valido per abbonarmi/acquistare un’edizione online avente questi contenuti, zero, se anche decidessero di chiudere l’edizione online di Repubblica o del CorSera, la differenza per me sarebbe sicuramente molto inferiore che se invece decidessero di non renderla più disponibile in edicola.
    Quindi, sono d’accordo con te che la risposta debba essere “no”, ma per motivi diversi, mi pare.

  4. @Luigi: la cosa e’ che il rapporto tra contributo della pubblicità e contributo delle vendite è una cosa simile a 4:3 o 2:1.
    e’ vero che i costi sono inferiori, ma la pubblicità paga MOLTO meno, per cui la quota del costo che deve essere coperta dalle vendite e’ persino maggiore.
    faccio un esempio ipotetico per chiarire.
    supponiamo che il giornale cartaceo costi 70; 40 li mette la pubblicità e 30 chi lo compra in edicola.
    se la copia digitale costa 40 ma la pubblicità ci mette solo 10, chi lo compra in edicola (online) lo deve comunque pagare 30…
    Ovvero, non devi prendertela con l’editore ma con il mercvato della pubblicita’ che, come dicevo, riconosce un valore molto basso all’online, a mio avviso ingiustificatamente.
    @Giovanni: si, e’ cosi’ (semplificavo), ma non cambia l’effetto.
    @Marco Cremonini: attenzione: dico che le notizie sono una commodity, non le informazioni. D’altronde non pretendo che sia una verita’ assoluta, sto solo dando delle mie definizioni per spiegare con dei colpi di machete le tre principali prospettive diverse (ce ne sono altre, ad esempio il gossip, le foto scandalistiche, ecc.).
    riconsidera il tuo commento tenendo bene in mente questa definizione che ho abbozzato: notizie=commodity (e vale cio’ che dici). informazioni = non commodity ed e’ tutto da inventare, per nicchie. Ad esempio, il commento alle norme per gli esperti di diritto del lavoro sono informazioni ditpiche di una testata di servizio, non una commodity che possono essere re-packaged ed arricchite. Ed infatti lo sono. L’area Professionale del Sole fa molti piu’ soldi del quotidiano.
    La Qualità dei commenti e delle notizie si trova, ma per nicchie di interesse e a costi maggiori di quelli generalisti (l’esempio sopra, dell’area Professionale, e’ uno di questi, ma anche “le firme del Sole” lo sono (in tutta sincerità, io non lo leggevo prima di venire qui, ma penso che le analisi sono le piu’ interessanti del panorama editoriale e non banali)).
    Last but not least, non sempre ciò che luccica e’ qualitativo. la qualita’ sta negli occhi di chi legge e se siamo di tendenza esterofili, penseremo che l’erba del vicino sia sempre piu’ verde (da qui la serie dei miei post con quel titolo)

  5. Gianmarco Carnovale

    La verita’ (parolona) e’ che il bundle di notizie-commodity e commenti (o opinioni), tipico del quotidiano cartaceo, e’ superato dalla velocita’ della rete, attraverso la quale vengo raggiunto in mille modi dalle notizie-commodity. E qui ci siamo. A quel punto, poco spazio resta perche’ io vada a leggermi i commenti, di cui ero lettore quando compravo il cartaceo, e che del cartaceo costituivano l’elemento di caratterizzazione o differenziazione dai concorrenti. I commenti erano il valore aggiunto rispetto alle commodity, insieme ad una serie di informazioni collaterali che mi erano utili (l’elenco delle farmacie di turno, i film al cinema, il meteo…) o che potevo gradire che mi venissero passivamente sottoposte come stimolo (le mostre d’arte nella mia citta’, la recensione di un libro, gli speciali…).
    Tralasciando i contenuti e commenti di tipo professionale, di cui – se sono professionista – avro’ sempre bisogno, e relativamente ai quali necessitero’ di una reliability che non posso trovare facilmente sul web, tutto il resto oggi – le informazioni non-commodity- lo trovo in modo disaccoppiato sulla rete, con una profondita’ e completezza ben maggiore di quanto troverei sul quotidiano cartaceo.
    Quello che intendo dire e’ che la rete ha ucciso il bundle precotto: il mio aggregatore di feed, o l’elenco dei miei bookmarks, e’ tagliato sulle mie esigenze personali ben di piu’ di quanto non possa fare un giornale. Sia cartaceo che online (per me corriere.it, repubblica.it, messaggero.it sono sostanzialmente interscambiabili, vi leggo solo le notizie “mainstream”). Quello che mi viene a mancare, in questa trasformazione, e’ solo la parte di contenuti che mi venivano sottoposti passivamente. Contenuti che non ricerco attivamente, e che quindi non mi raggiungono piu’.
    Posso aggiungere che sarei disposto a pagare, tutt’oggi, per un bundle-giornale che mi raggiungesse su ogni supporto che utilizzo, che fosse pero’ tagliato sulle mie esigenze e gusti personali (anche con un po’ di contenuti “non richiesti”).

  6. vittorio pasteris

    Stefano: è una analisi condivisibile e splendida.
    Ti chiedo un parere su una cosa su cui sto ragionando in questi giorni. Come si evolveranno le dinamiche e i contesti che descrivi nei prossimi mesi di crisi finanziaria, poi recessione e quindi crisi nell’economia reale ?
    Abbracci
    VP

  7. due parole sulla definizione, che è la cosa più innovativa che ho trovato nel tuo (bellissimo) post:
    ** Editore è colui che monetizza l’attenzione del cliente. (nel massimo numero di modi e occasioni possibili) **
    ora ti chiedo
    – addio “Pubblicazione”? un editore non si occuperà di server e domini? per ora c’è un bel pezzo di editoria che se ne occupa 🙂
    – togliendo la “pubblicazione”, dove sta la pubblicazione a fini culturali (cioè non remunerativi nell’immediato)?

  8. Luca Giammattei

    Complimenti per l’analisi, coincide quasi al millimetro con quella che facemmo anni fa’ per un imprenditore che si apprestava a comprare un quotidiano, poi lui non seppe cosa farsene del nostro lavoro ed oggi prova a disfarsi del suo investimento. La nostra idea era che carta, on-line e altro si dovessero integrare in forme e modi diversi, alimentandosi alla stessa fonte (la redazione) ma vivendo vite diverse poi rispetto agli usufruitori e al canale di fruizione scelto. Sembra che problemi di natura sindacale, finanziaria, ecc impedissero (a medio breve) l’evoluzione che suggerivamo che e’ la stessa strada sulla quale sembri indirizzarti tu…

  9. Stefano, sono preoccupato. Tu sostieni che la pubblicità mantiene il giornale di carta ma stiamo parlando di un canale di promozione che è sempre più vecchio, scarso (per lo spazio) e quindi costoso per raggiungere un target –indifferenziato- che tende a restringersi.
    Immagino e temo che gli inserzionisti stiano per passare dalla TV ai social media (es. Facebook e Google) scavalcando quindi i giornali, anche quelli online. Il loro fine, come anticipi tu, è quello di connettersi direttamente con i propri clienti, che già conoscono meglio per via dei “Like” e dei tool di reccomendation.
    Concordo sul fatto che le notizie sono commodity, ma sbaglio a pensare che solo le opinioni di qualità e la vera partecipazione dei lettori siano gli unici motivi per catturare la loro attenzione “monetizzabile”?

  10. @Gianmarco: ricorda che c’e’ sempre gente che compra il pane già tagliato a fette e l’insalata già lavata…
    @simo: si occupera’ di quello e di molto altro, per monetizzare, ampliera’ il range delle cose che fa. Per la pubblicazione a fini culturali ci sono i mecenati (aka gli sponsor) e poi per comportamenti socialmente desiderabili ci dovrebbero essere iniziative collettive (prevalentemente pubbliche)
    @Luca: grazie
    @Massimo: ti faccio un esempio di progressione
    pubblicità tabellare, pubblicita’ con misurazione redemption, pubblicità pagata a performance, vendita di prodotti dell’azienda. secondo me Groupon e’ un editore di “classifieds” che fa revenue sharing con i suoi clienti. Questo per dire che ci sono tanti modi per catturare l’attenzione.

  11. Gianmarco Carnovale

    Stefano, è verissimo, non intendevo dire che gli aggregatori uccideranno l’editore, tant’è vero che anche io pagherei se qualcuno mi risparmiasse il tempo/lavoro che oggi impiego per gestirmi il mio bundle-quotidiano.
    Quello a cui intendevo arrivare è la moltiplicazione e customizzazione dell’offerta, o una sofisticazione del concetto di long-tail: l’editore, per monetizzare la mia attenzione, deve sfornarmi il prodotto che comprerei, affiancando alle (mie) notizie-commodity tutte quelle altre informazioni ed approfondimenti che *io* vorrei ricevere. Anche a costo di acquistare alcuni contenuti da terzi (aka altri editori o giornalisti non suoi dipendenti), per rivenderli a me.
    Il mio editore deve sfornarmi un prodotto che mi metta insieme le maggiori notizie nazionali ed internazionali, quelle che riguardano la mia città, quelle del giornale di quartiere della mia zona, quelle della mia squadra/sport, quelle della/e mia/e industry prese dai giornali(sti) che ritengo più reliable, insieme ad editoriali ed approfondimenti su temi di mio interesse scritti da giornalisti/bloggers che leggerei (a prescindere se pubblicati su un blog, sul Sole, o su The Economist), etc etc.
    Questo, per me, è il futuro dell’editoria.

  12. L’integrazione è la soluzione vincente, il resto è una questione di numeri (che banalità!). Sta di fatto che stanca leggere notizie sui giornali che potevi trovare on-line 3/4 giorni prima free; che la scelta tra cartaceo ed on-line è molto intima e personale. Proprio in questi giorni i sottoscrittori (abbonati alla carta) di Linux Journal hanno appreso sulla propria pelle cosa non dovrebbe fare un giornale (roba da ultima spiaggia)… http://www.linuxjournal.com/content/linux-journal-goes-100-digital …ho lanciato anche un sondaggio http://t.co/ZUv5PRe e comunque ho già un’idea di come andrà a finire soprattutto se non investono il risparmio forzoso in contenuti e qualità. In questo caso si tratta di una rivista che vede una platea di utenti/clienti già specializzata ed avvezza ai mezzi digitali; ma secondo me (IMHO) un quotidiano non potrebbe permettersi uno switch-off cosí radicale; il numero di persone ‘analogiche’ o le attività ‘analogiche’, prendere un treno, andare al bagno, ecc. ecc. :-), sono decisamente in maggioranza… no, l’editore deve coccolare i lettori, ottimizzare i costi, ampliare l’offerta.
    73,
    Arturo

  13. Nel tuo discorso, manca un dato che secondo me è interessante, ovvero quello dei giornali sovvenzionati (solo) dagli abbonamenti.
    Me ne vengono in mente due esempi: Il Fatto Quaotidiano (che ha anche una versione PDF, oltre al cartaceo) e LaVoce.info che è solo online.
    Ovvero testate che esistono perché piacciono ai propri lettori, con poca (o nulla) pubblicità, e nessun finanziamento pubblico.
    Che ne pensi?

  14. @mORA: non mi pare che il Fatto sia diverso dagli altri quotidiani, e’ venduto in edicola ed in abbonamento. La voce.info e’ un blog di gruppo, certamente un nuovo tipo di editoria dove chi scrive lo fa per passione o per altro interesse, di commento, non remunerato..

  15. Pier Luca Santoro

    Stamane ho approfondito la parte del tuo ragionamento reelativamente al settore tradizionale.
    Grazie degli spunti forniti.
    Saluti
    Pier Luca Santoro

  16. Il Fatto però, nella sua versione da edicola, sta in piedi senza contributi statali. Solo lettori paganti e pochissima pub. Viceversa, e non mi pare se ne sia parlato, ci sono tanti giornali distribuiti gratuitamente che evidentemente vivono di sola pub e forse anche di contributi statali.
    Questi giornali quotidiani free – come altro chiamarli? – mi trovo a pensare adesso, che in in estate sospendono la pubblicazione per riprenderla poi in concomitanza con dell’apertura delle scuole. Forse in estate non si riesce a fare massa critica?

  17. @Gregorio: il fatto, come tutti i giornali, ha le stesse sovvenzioni che ho indicato, tipo Iva assolta dalleditore (4% nominale, meno della metà reale) e altri contributi vari. (sempre poco, come indico, per tutti tranne gli organi di partito)
    La free press è esattamente ciò che tu dici, ovvero sostenuta da una sola delle fonti che indico (più pochi contributi). soffrono ovviamente molto di più di altri del rallentamento del mercato pubblicitario. molti hanno già chiuso.

  18. Luca Giammattei

    Il punto fondamentale imvho e’ che l’on-line o il digitale non e’ sostitutivo della tradizionale distribuzione delle informazioni, bensi aggiuntivo. E come tale andrebbe trattato.
    Il giornale come media, forma, contenuto ecc e’ un qualcosa che si e’ strutturato negli ultimi 2/3 secoli, pensare di sostituirlo “tout court” e’ stupido come lo e’ immaginare uno scenario in cui non esista piu’ da qui a 15/20 anni nella forma in cui lo abbiamo conosciuto. E’ pero’ vero che non si puo immaginare di riproporre “sic et sempliciter” quella forma in nuovi ambiti distributivi, che permettono al cliente e al produttore di aprire nuove forme d’interazione.
    Da consumatore non smettero’ di comprare il “bundle” (siamo onesti vi sono ancora degli ambiti della nostra vita/attivita’ quaotidiana/giornata in cui risulta estremamente comodo). Pero’ dall’online vorrei qualcosa di piu’ della semplice riproposizione di quanto potrei acquistare in edicola. Cosa? Bhe’ il mio “spacciatore” di notizie on line dovrebbe:
    – essere documentato in maniera trasparente (ed oggi i link o fonti esterne direttamente consultabili mancano)
    – permettermi d’interaggire con se (e non solo la vexata quaestio dei commenti degli utenti o un forum ma partendo da li anche la possibilita’ per gli utenti che abbiano ricevuto un certo riconsocimento dalla comunita’ intorno al “sistema informativo” d’interagire, in modalita’ wiki ad esempio, con la redazione ed i contenuti
    – essere un aggregatore (nel senso lato del termine, quindi non solo di feed opportunamente selezionati dalla redazione o suggeriti da me) ma anche piattaforma di socila network, sia in ambito settoriale (per le mia passioni, musica. libri, ecc) sia geografico (la mia citta’ o di piu’ il mio quartiere) o professionale.

  19. @Luca: c’e un fattore di costi importante. io credo che arrivera’ un momento in cui i costi di distribuzione fisica dovranno ridursi perchè i volumi non li consentiranno (in larga parte erosi da digitale e riduzione demografica) e questo significa che le edicole più vicine ai centri logistici dei distributori saranno quelle rifornite piu’ a lungo e quelle piu’ remote saranno le prime a non avere più la distribuzione.
    tieni presente che viviamo in sistemi molto ottimizzati ed i margini di manovra sono stretti. non occorre fare perdere il 40% dei ricavi ad una azienda per metterla in crisi. è sufficiente che perda il 5-10% dei margini, quindi magari il 2-4% dei ricavi, per metterla sotto pressione con banche (se non si dispone di liquidità alternativa) e mercati dei capitali.
    non discuto sul ruolo e comodità del giornale cartaceo, ma se non e’ costante e di massa e ubiquo, la struttura di costi ne soffre. (e c’e’ sempre la demografia, i decessi sono il doppio dei nuovi entranti nella maggiore eta’..)
    circa le cose che proponi, le condivido. osservo che i sistemi editopriali sono fatti per la carta che e’ dominante e difficilmente si adattano all’online. Come esempio prendi questo: in alcuni sistemi editoriali non vi è associazione tra titolo ed occhiello ed il testo dell’articolo. sono entità seprate, non correlate. ovvero, sono correlate solo dal loro senso e dalla posizione nell’impaginato, ma non nel DB. Questo si intuisce facendo anche alcune ricerche in archivi dove si trovano articoli “senza titolo” non perche’ questo non vi sia stato, ma perche’ le euristiche che associano le due entità (prossimità spaziale nell’impaginato, dimensione relativa dei font) non raggiungono il livello di confidenza sufficiente per associarli in automatico (e magari sono pezzi margoinali e gli addetti al “post processing” dei contenuti non sono intervenuti)

  20. Luca Giammattei

    @Stefano veramente a me fino ad ora hanno raccontato che sono i volumi che si sono adattati alle necessita’ di distribuzione fisica (cioe’ per essere presente su 14k punti vendita, circa, devi uscirtene con tot copie, che ti servono anche a garantirti l’adeguata visibilita’ in edicola, poi immagina un po’ se ad un certo punto gli edicolanti si facesseo pagare il posizionamento sugli scaffali un po’ come fanno le catene della GDO in termini di scontistica, ecc?)
    Cmq, pensare di sostituire la distribuzione fisica con dei pdf inviati via email o via ip, credimi non sta in piedi (e parlo da consumatore al di la del cincischiare ), perche’ se il sistema editoriale non e’ pensato con le stesse logiche di un decente database di gestionale, non significa che sia possibile “restringere” il suo risultato quello che e’ nato per essere letto su di un formato 50*70 in un A4 che in genere e’ meno della meta’. Sono cose che tempo fa ho discusso anche con Tombolini, lui alla fine (alla luce delle sue esperienze personali) si era fatto persuaso che fosse impossibile ripensare il media quotidiano ed allora tanto valeva riproporlo paro paro, in digitale su device ipad like, io rimango invece persuaso che quella sarebbe una delle cause di morte di un certo tipo di editoria. Il punto non e’ ripensare il media “quotidiano” ma come giustamente dici tu riflettere sull’aggregato che si presenta al pubblico

  21. @Luca: non ho capito la tua prima frase (volumi adattati alle necessità di distribuzione fisica) a cosa fa riferimento di cio’ che ho detto e cosa ne falsifichi. mi spieghi, pls ?
    non penso affatto che un editore decida di sostituire la carta con pdf. penso invece che una parte crescente degli utenti lo farà a prescindere dai desideri dell’editore e del distributore. penso che nella media del pollo, il basso costo distributivo a verona compensi l’elevato costo a campofontana. penso che quando occorrera’ ridurre il costo distributivo, campofontana sara’ il primo a saltare.

  22. Io non ci prendo mai, ma non mi aspetto che il quotidiano, come lo conosciamo oggi, ci sarà ancora fra 15/20 anni.
    Piuttosto mi immagino i pochi che non saranno passati ad una alternativa digitale fare un salto nel “media store” più vicino e farsene stampare una copia (a costi 5-6 volte superiori degli attuali).
    Una ipotesi ottimistica potrebbe essere quella in cui al media store parlino con il commesso dicendogli che loro erano abituati a leggere corriere e repubblica e in particolare seguire la cronaca nera della zona e si interessano di giardinaggio e che non vogliono leggere più di 10 pagine al giorno e si trovano stampato l’aggregato personalizzato al volo, magari con gli articoli dei 2 quotidiani che parlano dello stesso argomento messi uno a fianco dell’altro e con le differenze evidenziate (ovviamente sempre da un software, non dal commesso!).
    Ma il quotidiano di carta?? Provate a stare una mattina a guardare una edicola e contate quanti under 30 comprano un quotidiano. Pensate che saranno tanti i 30enni che oggi non ne comprano uno che inizieranno a farlo nei prossimi 20 anni?
    Io anche se ne vedo uno sul tavolo non lo apro: le notizie sono vecchie di 7-8 ore come minimo, sempre più vecchie di quelle che ho letto sull’aggregatore appena sveglio. Oltre che sporcare le dita di nero è uno spreco di tempo.
    Chi ci tiene ad essere informato valuta, a mio parere, la pluralità di sorgenti, la freschezza delle notizie, l’interattività e multimedialità che può offrire il digitale come un valore non riscontrabile dalla versione cartacea.
    Chi invece lo considera un passatempo cambierà idea quando la versione cartacea diventerà troppo costosa o troppo difficile da trovare.
    Quello che dice Stefano a proposito di Campofontana è già una realtà: Se siete frequentatori delle nostre montagne vi sarete già accorti come alcune edicole che 10 anni fa erano aperte tutto l’anno ora sono aperte solo in alta stagione e nei punti più turistici, altrimenti aprono una mezza giornata a settimana per la distribuzione dei mensili/settimanali, ma niente più quotidiani.
    Certo uno si aspetterebbe anche che le versioni digitali fossero incentivate dallo stato e che la carta fosse tassata maggiormente di carta e inchiostro che sono sicuramente meno ecologici, ma ci sono soldoni da proteggere, talmente tanti che ci preoccupiamo che i negozi online non possano vendere a prezzi troppo vantaggiosi i libri! Un “cartello” forzato per legge, pensa te! E quindi chissà.. magari verrà vietato dare notizie su internet e si potrà darle solamente tramite carta stampata e con un piccolo decreto le nostre previsioni verranno stravolte, e sarò io che dovrò passare in edicola visto che l’aggregatore non potrà oltrepassare il grande firewall che taglia fuori i siti che fanno illegalmente informazione.

  23. Pier Luca Santoro

    Come promesso, ho pubblicato la seconda parte di analisi di scenario con specifico riferimento all’ambiente online/digitale. Spero possa coinvolgerti ed interessarti.
    Ciao
    Pier Luca

  24. Ma è corretto!
    Io non ho la TV e quindi sicuramente non rientro nel novero dei beneficiari del contratto di servizio pubblico, ma ho motivo di ritenere che anche ai restanti cittadini tale contratto non giovi affatto.

  25. BASTA che la “sega mentale” della adattabilita’ alla ricezione delle trasmissioni televisive …!
    Fatevi un giretto sulla normativa europea delle telecomunicazioni, soprattutto dove si dice che i servizi NON graditi e NON voluti NON possono essere imposti …
    Per sentenza della Suprema Corte Costituzionale e della Suprema Corte di Cassazione la normativa (e la giurisprudenza …) europea ha la precedenza su quella nazionale …
    Sbaglio, o e’ anche vietato fornire aiuti di stato ad imprese private …?

  26. E’ la mia testa non è “adattabile alla ricezione della TV”. C’è poco da cercare perché un mezzo unidirezionale, con contenuti scelti da e per non-si-sa-chi, non searchable, globale nei disvalori e locale nella propaganda, ecc. ecc. non può essere di mio interesse.
    Però vedo il riflesso della TV nella società e ti assicuro che non è un bello spettacolo, per questo penso che nessuno benefici del contratto, come giustamente dice la sentenza 🙂

  27. Si un paio di belle notizie in un colpo solo non sono male, ma avrei piacere, visto anche il mio ambiente prOfessionale di riferimento, capire se non fosse possibile anche inserire una variabile pubblicitaria nel finanziamento ed utilizzo di questo bel progetto. Del resto siamo a milano e la pubblicita è la prima risorsa di business della città. Nel caso Davide Corritore sia in ascolto possiamo incontrarci dopo le vacanze e coordinare una task force idonea alla bisogna dove potrei coinvolgere i principali stakeholder del settore, tutti ovviamente milanesi … 🙂

  28. Mi permetto di segnalare che esiste UN SOLO modo per una PA di operare nel settore delle TLC (senza incappare in sanzioni :-)) ed è utilizzare il denaro pubblico (quello che proviene ANCHE dalle tasse degli ISP) stando MOLTO attenta a non danneggiare le dinamiche del libero mercato infatti al netto della retorica dell’azione della PA nell’interesse dei cittadini, quando si altera la legge della libera concorrenza il cittadino riceve, alla fine, un danno ECONOMICO di gran lunga maggiore del beneficio sbandierato.
    Stando l’attuale codice delle comunicazioni la PA può SOLO creare infrastrutture che:
    – o usa solo per SE e quindi per l’attività dei suoi dipendenti o per l’interazione dei suoi servizi con i cittadini)
    – o cede a TUTTI gli operatori in modo EQUO, NON DISCRIMINATORIO, DISAGGREGATO le infrastrutture di TLC che realizza.
    Nel caso dell’accesso internet realizzato mediante frequenze non licenziate (WiFi per intenderci) significa che ogni singolo AccessPoint creato dalla PA con il denaro pubblico deve essere UTILIZZABILE da TUTTI gli ISP alle medesime condizioni tecniche/economiche, questo significa che ogni singolo AccessPoint deve poter essere punto terminale di una VPN sulla rete dell’ISP e la funzione di autenticazione deve essere integrabile con quella dell’ISP. (prima che inizino fantasiose “scuse” di carattere tecnico vi dico che la soluzione tecnica ESISTE! se qualcuno ne dubita in Assoprovider vi sono numerosi soggetti in grado di attivarla)
    A questo punto il comune può decidere di “regalare” l’utilizzo degli AccessPoint agli operatori imponendo che essi retrocedano tale gratuità a tutti i propri utenti (ovviamente solo quando accedono alla rete per mezzo degli AccessPoint creati dalla PA).
    Oppure può imporre un prezzo all’ISP imponendo magari anche in questo caso quale condizione economica debba essere praticata dall’ISP agli utenti quando essi fanno uso degli AccessPoint della PA.
    In ultima istanza la cosa importante è che TUTTI gli ISP abbiano le medesime condizioni/vincoli ECONOMICHE.
    Ovviamente affinchè sia realizzata anche la parte “EQUO” gli AccessPoint dovrebbero essere realizzati e gestiti alle migliori condizioni economiche possibili e per avere una garanzia che non si verifichino graziosi regali agli amici di qualche politico/tecnico sarebbe sufficiente che le associazioni degli ISP venissero coinvolte sia nella valutazione dei preventivi economici sia nella fase di valutazione della qualità dei lavori
    eseguiti.
    Questa, e solo questa, sarebbe una reale opera di aiuto alla digitalizzione dei propri cittadini e di quelli eventualmente in transito, qualsiasi altra cosa presenta grandissimi rischi, non solo distorsivi del mercato agevolando un ISP a dispetto di tutti gli altri, ma anche di sprechi del denaro collettivo realizzando opere inutili o malfatte o non alle migliori condizioni di mercato.
    Dino Bortolotto
    Presidente Assoprovider

  29. Stefano quando parli di “esempi” già esistenti mi trovi d’accordo.
    La provincia di Roma ha già una sua rete, qualcuno conosce il numero di accessi che sviluppa? E’ veramente così utile per i turisti? Siamo sicuri che l’approccio wi-fi sia quello corretto per dare un servizio internet semi-gratuito stante le esperienze (ad esempio) romane?
    Dovremmo a mio parere ragionare sul bisogno finale e non sul mezzo tecnologico.
    Quindi: quale è il bisogno primario che deve soddisfare una rete wi-fi?
    Se la risposta è “internet gratis per gli italiani” faccio presente che è impossibile dare un servizio gratuitamente (lo pagheremmo comunque con le tasse) e che la qualità del wi-fi non potrà mai dare accesso ad una “vera internet”
    Se la risposta è “internet gratis per i turisti” faccio presente che sarebbe meglio capire se a Roma questo è accaduto e se non conviene immaginare per i turisti modalità più efficienti (esempio obbligo per gli alberghi di dare accesso internet free oppure obblighi di roaming dati meno esosi)
    Se la risposta è “ridurre il digital divide sia fisico che culturale” direi che non si è capito cosa è il digital divide.
    Insomma mi pare che quando si parla di wi-fi si inneschi un meccanismo politico/comunicativo che non guardi numeri ed esigenze pratiche ma che guardi più che altro al ritorno in termini di consenso elettorale.

  30. Per le Capex domestic Stefano il comportamento anomalo (una tantum) del 4Q11 è dovuto alla gara per le licenze mobili 4G/LTE per cui Telecom Italia ha speso €1.223 milioni e infatti formalmente assegnate il 3 ottobre 2011. Per quanto riguarda le divisioni mobile e wireline della BU Domestic è corretto come dici che si tratta di un double counting in gran parte dovuto ai ricavi della divisione mobile per la terminazione delle chiamate fisso-mobile effettuate dai clienti di Telecom Wireline.
    Entrambi gli aspetti sono meglio esplicitati nel comunicato stampa relativo ai risultati preliminari del full year 2011 (“Comunicato stampa – Risultati preliminari FY 2011”) di Telecom Italia della Bu Domestic: a pag 9 per gli investimenti industriali in cui sono citati gli investimenti per la gara LTE e a pag 15 per la suddivisione dei ricavi della BU domestic nella matrice ricavi segmento cliente (TOP; Business, Consumer, Wholesale) suddivisi per segmento servizio (fisso e mobile) dove nella tabella si dice in nota “Nella visione per tecnologia fisso – mobile i valori esposti sono al lordo delle elisioni intersettoriali”

  31. Aggiungo che sebbene la terminazione Mobile per le chiamate da clienti Telecom Italia a clienti TIM sia un servizio wholesale “reso” da TIM a Telecom Wireline, i corrispondenti ricavi sono attribuiti alla divisione mobile di Telecom (TIM) e non alla BU National Wholesale che invece comprende oltre ai ricavi verso i concorrenti (OLO) per servizi unbundling, bitstream, wholesale line rental e linee affittate anche i ricavi per servizi di terminazione o trasporto (fonia) fissi sempre resi agli OLO

  32. Io trovo incredibile il modo in cui stiano sostanzialmente non affrontando il nodo dell’OTT TV, lasciando così scoperto il mercato (unico caso in Europa, per non parlare degli USA) mentre l’IPTV muore.
    Erano partiti bene con CuboVision, purtroppo sbagliando il business model (volevano fare il negozio, dovevano fare il mall gestendo i pagamenti), ma c’era tempo per riprendersi e intanto ridurre il costo del device… invece hanno fatto quell’idiozia di lanciarsi su Intel, andando verso un’architettura più costosa ed immatura, tanto per far cavalcare a qualcuno dei soliti il business delle app su meego (mai arrivato).
    Quando è stato chiaro che le scelte fatte erano sbagliate, invece di correggere la rotta hanno buttato a mare tutto.
    Oggi potrebbero offrire un dispositivo analogo alla prima versione a 49 Euro, ed una versione Android a 99 Euro. Ne venderebbero a cataste.

  33. La chiusura Telecom Italia è sempre l’occasione per fare un punto. Oltre ai chiarimenti di cui sopra, mi sembra che si debba comunque ricordare come:
    1. EBITDA. Il 75% dell’EBITDA continua comunque a provenire dall’Italia (meno del 65% dei ricavi). Sud America è la locomotiva, ma la cassa…
    2. CAPEX. L’impegno previsto è consistente e nel 2012 si aggiunge il tema FTTC (non FTTH), che genera nuove attenzioni sul cash flow e quindi ulteriore attenzione ai costi operativi
    3. MOBILE. La difficoltà della crescita mobile (ricavi e margini), proprio mentre parliamo dell’esplosione del mobile broadband e del connected world sembra paradossale, ma è effetto di concorrenza e dinamica terminazione. Le tensioni sui modelli di remunerazione e sulla “distribuzione/re-distribuzione” del valore generato ci accompagneranno nei prossimi anni
    4. VOIP/IPTV. I risultati VoIP e IPTV sono due temi ormai quasi “anacronistici”. Stupisce che rimangano come KPI…
    Le TLC italiane rimangono l’unico settore caratterizzato dalla continua deflazione. Il segno meno di TI rimane un “problema”, a maggior ragione se la crisi colpisce ormai anche tutti gli operatori alternativi.

  34. Me lo ricordo bene, nell’83 ero in costa azzurra e trovai un albergo in pochi minuti usandolo da un bar.
    Erano i tempi di primi videomusicali, dell’INA di Parigi che faceva CG su le architetture di Le Corbusier etc etc
    In europa erano loro i trend setter tecnlogici…..

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