Circa quattro mesi fa avevo sentito la necessità di replicare ad un articolo di Franco Debenedetti dal titolo “Il caso TIM e il bastone tra le reti”. Questa era la replica.

Adesso colgo lo spunto offerto da un suo nuovo articolo sull’Huffington post per dire il mio punto di vista sulla vicenda.

Ecco qui:

Articolo Commento
Beppe Grillo non è mai stato tenero con Telecom Italia: intorno al 2010 ne frequentava le assemblee; una sera Santoro mi invitò ad Annozero per discutere con lui di una questione di immobili che l’incumbent di telecomunicazioni stava vendendo. È quindi con una certa sorpresa che si è letto la sua accusa, anzi condanna, com’è nel suo stile, contro Open Fiber, il concorrente creatole da Renzi nel 2014. Ricordo quando Beppe venne; ero alla stessa assemblea; c’era anche Sergio Cusani che aveva ricevuto un mandato dalla CGIL per fare un riesame dei bilanci Telecom post-privatizzazione.
Val la pena ricordare la ragione a suo tempo addotta, ragione strategica, ovviamente. Enel aveva un piano di sostituzione di contatori “intelligenti”. Già che si deve entrare negli immobili o financo negli appartamenti, questa la brillante idea, si può anche portare una fibra ottica, una “sinergia” (altra parola magica) che avrebbe consentito di risparmiare soldi e tempi, sinergia rafforzata dal fatto che Enel possiede i cavidotti ove infilare la fibra. Erano favole e chi se ne intende lo diceva già da allora. Perché le sinergie tra reti elettriche e in fibra sono una favola? Una rete è per lo più infrastrutture civili, scavi, tubi, pozzetti…

In Irlanda l’ESB (Electricity Supply Board, l’azienda irlandese ex monopolista elettrico e controllata dallo stato) ha fatto una joint venture con Vodafone Ireland per fare FTTH usando in gran parte l’infrastruttura elettrica di ESB. Lo dice chiaramente: https://siro.ie/about-us/

Non è un esempio isolato. Ce ne sono altre (perlopiù locali) ovunque in giro per il mondo, dalla Svezia agli USA.

In Italia una parte delle sinergie citate, proprio la sostituzione dei contatori, si sono perse per azioni “regolamentari”.

La stessa Telecom aveva sfruttato infrastrutture elettriche; ciò avviene, ed è regolamentato.

Questo, dicevano, avrebbe portato la fibra direttamente dentro casa, FTTH, e non solo nel cabinet FTTC, cosa che pure consente di velocità in download superiori ai 100 Mbit/s, che per anni ancora basterà ai servizi d’uso domestico. Ancora? Come avevo spiegato anche nella mia replica precedente, il vectoring non è usabile in situazioni di monopolio con le regole attuali europee che prevedono la concorrenza infrastrutturale.

A parte ciò, c’è il problema che il xDSL/FTTC ha un rapporto di 10:1 tra download e upload. Come si è visto durante il periodo di lockdown, una normale famiglia con un paio di figli, senza fibra non ce la fa a far lavorare i genitori e studiare la prole contemporaneamenteperché è l’uso dell’upload è simmetrico rispetto al download.

Enel fonda Oper Fiber, poi diventata joint venture paritetica con Cdp. Il Governo identifica le aree bianche (a cosiddetto fallimento di mercato)… Le aree bianche non le ha identificate il Governo ma le hanno dichiarate Telecom Italia e gli altri operatori telefonici perché sono – per definizione – le aree in cui nessun operatore privato ha deciso e comunicato di investire.

Per capire la portata del problema, bisogna pensare che i comuni italiani sono oggi 7.904. Quindi erano aree bianche il 97% circa dei comuni italiani. Questa era IL problema: nel 97% dei comuni glli operatori non avevano piani di investimento!

Ricordo che insieme a un centinaio di top manager e accademici avevamo da poco comprato una pagina sul Corriere della Sera a nostre spese proprio per chiedere una strategia per la digitalizzazione del paese.

…trova i fondi da investire, vengono fatti tre bandi, che Open Fiber si aggiudica con offerte stracciate (tanto ha i cavidotti…):
con un finanziamento al 100% di oltre un miliardo e mezzo di euro Open Fiber si impegna a effettuare in tre anni (cioè entro
il 2020) il collegamento in fibra ottica a poco meno di 8 milioni di Unità Immobiliari (dette U.I. over 100) in 7632 comuni.
Mica tanto stracciate se è vero come è vero che il ribasso sui costi di gara, dai dati pubblici, è stato:

  • 16% per il Bando 1
  • 2% per il bando 2
  • 0,1% per il Bando 3

Il fatto che la scadenza del 2020 non sia stata rispettata è vero ma non è responsabilità imputabile a OF ma a chi ha attuato pratiche dilatorie sanzionate dall’AGCM.

La domanda vera è: stante che la prima dichiarazione di una imminente costruzione di una rete di accesso in fibra, se non ricordo male la fece Riccardo Ruggiero appena insediato AD di Telecom nel 2001, prima del 2019 quante unità immobiliari business/residenziali sono state passate?

A marzo 2020 sul sito del Ministero compaiono degli aggiornamenti: i Comuni sono solo più 6230 (-18,4%) e le unità immobiliari da poco meno di 8 diventano poco più di 6 milioni. Lo scrive l’on.le Vincenza Bruno Bossio (Pd) nella sua interrogazione al ministro dello Sviluppo economico.
Dal sito del Mise si ricava che entro il 2020 saranno rese disponibili le infrastrutture solo nel 16% dei Comuni indicati ella gara. A oggi su 2914 cantieri aperti, 875 risultano ”pronti al collaudo”, di cui collaudati 606.
Non mi ritrovo con questi numeri, ma questo dipenderà da una situazione che evolve con il passare del tempo.

A parte ciò, ho già ricordato che l’AGCM ha sanzionato TI per pratiche dilatorie, e poi bisogna anche ricordare che, una volta pronte, il collaudo non lo fa OF e non dipende dall’azienda…

Come se non bastasse, l’FTTH, l’unico tipo di collegamento che l’Autorità per le Comunicazioni consente di essere
pubblicizzato col nome di “vera fibra”, nella gran maggioranza dei casi arriva non nell’edificio (cosa per cui lo Stato ha pagato) ma a 20 – 40 metri della stessa, sovente su un palo della luce, talchè bisognerebbe più correttamente chiamarlo FTTP, Fiber to the Pole.
Beh, se non erro il bando chiedeva proprio questo: fermarsi entro i 40 metri dall’edificio proprio per non sprecare risorse. Quando il primo utente richiede di essere collegato, la fibra viene portata fino a casa, evitando di sprecare inutilmente soldi per case che magari non chiederanno mai un collegamento FTTH.

È FTTP quando la fibra resta fuori dell’edificio per entrare in casa con altri mezzi (in alcuni posti nel mondo si entra in radio o rame) ma in Italia la fibra arriva a casa quando il cliente la attiva, quindi è FTTH.

A Tim, nel corso di un vivace scontro col ministro dello Sviluppo Economico, è stato interdetto di fare dei collegamenti nelle aree che Open Fiber si era aggiudicate. Non è preciso; a Tim è stato interdetto di andare a cablare zone che essa stessa aveva dichiarato che non avrebbe cablato: “TIM: Non vado nella zona x” – “OF: OK, allora ci vado io” – “TIM, no, allora ci vado io”. Se lo fai reiteratamente, a me viene qualche idea sul motivo  perché lo fai, no?
Il risultato è che Open Fiber, che avrebbe dovuto colmare il digital divide, con il suo ritardo di fatto è di ostacolo a
eliminarlo.
Le case collegate da Open Fiber sono circa 8,5 milioni e l’Italia ha fatto finalmente un salto in avanti nell’indice DESI che, l’anno scorso, la vedeva ancora penultima per copertura FTTH.
Per fortuna che ci sono le aziende private che con la tecnologia wireless sono riuscite a sopperire al grande aumento di domanda dovuto al lockdown. Non è corretto. Il Wireless è sempre stato previsto nelle gare per la banda ultralarga ed è particolarmente indicato per luoghi remoti e case sparse, laddove non è economicamente sostenibile, nemmeno con incentivi.
Tra le performance delle reti wireless e le performance delle reti fisse ci sono sempre circa 2 ordini di grandezza di differenza (il fisso è sempre più performante).
Ma Beppe Grillo non si ferma qui: ha anche quella che per lui sarebbe una pars construens, fare un’unica società, ovviamente in mano pubblica, e, en passant, rinazionalizzare Tim. Eppure è stato grazie alla concorrenza di Open Fiber, secondo il Governo, che Tim ha varato (e sta implementando) il suo piano di copertura con fibra. Il problema non è la rete unica o lo status quo, ma quale soluzione porta più rapidamente, efficientemente e sostenibilmente la fibra nelle case degli italiani. TIM non dice che non è giusto sostituire il rame con la fibra. Dice che lo vuole fare con maggiore gradualità. (Dalla citata epoca di Ruggiero)

Nel frattempo, l’obiettivo della Commissione UE non è più avere reti ultrabroadband ma, giustamente, una Gigabit Society.

Grillo poi non sembra soverchiamente preoccupato della contraddizione tra accusare l’azienda pubblica di avere aumentato i tempi e ridotto gli interventi, e voler mettere tutto – mobile, 5G, fibra – in un’unica società
pubblica.
Immaginiamo il perimetro dell’operatore come un cerchio.

Entra nelle case, sulla circonferenza c’è il router, fuori dalla circonferenza c’è l’access point che l’utente si compra e si gestisce.

Con il 5G il cerchio resta fuori dalla casa e l’antennina è sulla circonferenza, nel perimetro dell’operatore.

Nelle more che si diffondono la definizione ultra-alta per il video e tecniche olografiche, per molte persone ciò sarà sufficiente potendo disdire il filo che entra in casa e spegnere il proprio access point (con il vantaggio che puo’ usare i device ovunque e non solo attaccato all’access point di casa).

Non mi pare insensato pensare di ricomprendere porzioni di rete wireless.

Tim ha dichiarato di essere disposta a societarizzare la rete, e di fonderla con Open Fiber, a condizione di mantenerne il controllo: condizione per lei esistenziale, senza rete Tim si riduce a un insieme di negozi. Ma cosa è la rete nell’era delle SDN? (Software Defined Networks)

Eppure lo stesso De Benedetti scriveva nel suo articolo precedente  “Sembrava fosse così anche per l’elettricità, ma l’avvento delle smart city e la diffusione delle auto elettriche richiederanno il massiccio uso di tecnologie digitali che faranno dell’elettricità qualcosa di sempre più altro dal monopolio naturale”.

(Elettricità dove notoriamente c’è un gestore unico della rete ed una sola rete elettrica che non ha mai avuto senso duplicare).

In questo senso quella che vorrebbe essere la pars contruens del piano di Grillo, ne è invece la pars destruens, di una delle poche grandi aziende del Paese. Prima di discutere la soluzione finanziaria migliore, occorre chiarirsi su quale sia l’obiettivo di un intervento pubblico:  mettere i soldi solo per averne un controllo (o minoranza di blocco; simile ILVA o Alitalia) o per determinare le condizioni per lo sviluppo di una infrastruttura strategica per il Paese? E in questo caso, quale è la rete
che vogliamo ed entro quando?

La situazione è in un’oggettiva impasse. Nel frattempo che si decide, Open Fiber non può smettere di cablare e a Telecom Italia aspettare fa male.

Open Fiber non può smettere perché, seppur in larga misura per cause esogene, è in ritardo e deve recuperare, altrimenti rischia di dover pagare penali. A TIM aspettare fa male perché man mano che la rete di Open Fiber si estende, la sua rete in rame (che è sempre stata citata dalla stampa come asset di ultima garanzia del debito) si deprezza.

Questo grafico mostra (in Milioni di euro) l’andamento dei ricavi e dei margini (EBITDA) del gruppo Telecom negli ultimi 11 anni in Italia e nel Resto del mondo (ROW). Va detto che il perimetro è cambiato, ovvero sono stati venduti degli asset per ridurre il debito che, come si vede, è calato. Si vede anche che il contributo dal Resto del mondo negli ultimi anni è sostanzialmente stabile.

Quest’altro grafico mostra l’andamento solo per l’Italia di ricavi, margini debito e numero di linee vendute a clienti al dettaglio (non fornite all’ingrosso ad operatori concorrenti; sulla scala di destra milioni di linee)

Premettendo che magari sbaglio e vi invito pertanto a verificare i numeri sul sito di Telecom, a giudicare da questo andamento, se dipendesse da me, anche io cercherei di andare a matrimonio con una giovinetta che promette di essere maggiormente a prova di futuro.

Il fatto è che questa evoluzione non è un fulmine a ciel sereno e IMHO l’operazione andava fatta molti anni fa. Non è avvenuto anche perché il capitale è passato di mano n volte, ciascuna volta per pochi anni. Se l’azionista avesse avuto un respiro di più lungo termine probabilmente non si sarebbe opposto alla separazione servizio/rete, anzi.

Secondo me, una rimonopolizzazione, mettendo assieme TIM ed Open Fiber, difficilmente potrebbe essere autorizzata dall’autorità Antitrust (Europea) senza che ci sia una separazione tra servizi e rete, tra operatore wholesale ed operatore retail. C’è da scommettere che più di un concorrente vi ricorrerebbe opponendosi ad un monopolio integrato e mettere d’accordo tutti gli operatori per evitare un ricorso mi pare francamente poco probabile, a questo punto.

Anche si optasse per una separazione wholesale/retail, una operazione del genere, comunque, non è fattibile nell’ordine dei mesi.

Rispetto ad un intervento statale, alla fine, torniamo alla domanda: per fare cosa ? Per motivazioni finanziarie o per dotare il paese di una infrastruttura strategica ? Quale ? Quale obiettivo infrastrutturale avrebbe il neo monopolista pubblico ? E con quali altri azionisti allinearsi per assicurarsi di tradurre l’interesse del Paese in obiettivi aziendali ? Per proteggersi da takeover ostili basta la Golden Share. Per decidere quale grande piano infrastrutturale fare devono essere d’accordo gli azionisti.

Ma quale è il grande piano infrastrutturale che giustifica tutto questo ? Questa è la domanda da cui partire, IMHO.