Sulla separazione dei servizi (risposta a Debenedetti e Vatalaro e critica ragionata alla loro articolessa)

Questo è un post molto lungo, in Italiano per la sua valenza locale.

La prima parte è una risposta ad un’articolessa di Franco Debenedetti e Francesco Vatalaro “La via del futuro per TIM” che era uscita su Il Foglio e che avevo preparato per quel giornale, ma è passato troppo tempo, sicchè la scrivo qui.

La seconda parte è una “critica ragionata” che è il format che adottavo per rispondere punto per punto (su argomenti che credo di conoscere un pochino) quando leggevo qualcosa con cui sono in disaccordo.

Risposta a Debenedetti e Vatalaro

Ho letto con il consueto ultradecennale interesse il lunghissimo articolo sul dibattito circa l’integrazione verticale di TIM a firma Debenedetti e Vatalaro, due esperti con cui generalmente concordo ma da cui, da sempre, mi divide recisamente l’opinione su questo tema giacché, a mio avviso, trascurano paletti regolamentari europei che sono determinanti.

Il tempo è stato dalla loro parte: dopo tutti questi anni TIM è ancora verticalmente integrata. Questo ha determinato il suo rilancio ? In realtà no, anzi pare che i nodi si stiano inesorabilmente avvicinando al pettine, con il progressivo depauperamento delle possibilità di investimento dell’azienda per cui la cessione di TIM Brasil pare ormai un prossimo atto ineluttabile.

Gli autori, per addurre giustificazioni all’integrazione verticale ripropongono estese parti di un articolo di McKinsey che non propone una ricetta specifica per TIM, ma che formula considerazioni generali difficilmente applicabili nel contesto italiano. Senza entrare nel merito dei motivi di tale inapplicabilità, mi limito a sottolineare alcune puntualizzazioni di McKinsey che gli autori trascurano ed evidenziare qualche apparente contraddizione interna al loro articolo.

In primo luogo, McKinsey non afferma affatto che sia necessario che una azienda sia integrata verticalmente, anzi: già il secondo paragrafo dell’articolo di McKinsey recita “Per invertire [la loro] storica sottoperformance, alcune Telco stanno separando le operazioni di rete (gestite da una “NetCo”) da quelle rivolte ai clienti (gestite da una “ServCo”) per esporre il valore degli asset di rete o attrarre investimenti esterni per finanziare l’espansione della rete”.

Gli autori difendono a spada tratta la concorrenza infrastrutturale sostenendo che consenta la sperimentazione di tecnologie diverse e la concorrenza tra modelli di business diversi, omettendo di citare l’articolo di McKinsey che afferma che tali differenziazioni e vantaggi si stanno rapidamente erodendo: “man mano che la diffusione delle reti in fibra ottica riduce la differenziazione delle linee fisse … i margini si eroderanno e la concorrenza si intensificherà”.

L’articolo suggerisce possibili interventi per società che desiderino restare integrate, sostanzialmente investendo in attività adiacenti e con un approccio orientato ai servizi sottolineando però che i casi di successo sono limitati e che la cultura aziendale è l’ostacolo principale: “Tuttavia, gli operatori di telecomunicazioni hanno storicamente faticato a scalare le attività adiacenti. Circa il 75% di queste nuove attività non ha ancora raggiunto i 100 milioni di dollari di fatturato. La sfida principale è di tipo culturale”. Si noti che 100 milioni di dollari rappresentano circa lo 0,4% dei ricavi di TIM.

Secondo gli autori investire in questi servizi, che – afferma McKinsey – mediamente hanno margini inferiori al 10%, sarebbe auspicabile mentre una eventuale integrazione con Open Fiber sarebbe da scartare perché ridurrebbe i margini di Telecom (oggi superiori al 35%). Una prima apparente contraddizione.

Una seconda apparente contraddizione degli autori è la seguente: viene suggerito che la proprietà della rete sia un asset fondamentale per sviluppare efficacemente applicazioni ma viene anche affermato che il mercato delle applicazioni si è sviluppato enormemente al di fuori delle società di telecomunicazioni. Evidentemente non è stato fondamentale possedere una rete. E’ vero che le Telco vedono transitare una infinità di dati sulle loro reti, ma essi non sono sfruttabili dato che le leggi sulle telecomunicazioni, prima ancora di quelle sulla privacy, impediscono (opportunamente) alle Telco di guardarci dentro. Non a caso McKinsey non suggerisce l’utilizzo di questi dati bensì che le Telco vendano servizi di terzi alla propria clientela, sfruttando le proprie relazioni commerciali e capacità di fatturazione: “Costruire un ecosistema di partner B2B2C”.

Una terza apparente contraddizione dell’articolo è contemporaneamente difendere l’integrazione verticale NetCo+ ServCo in Italia e sostenere che una via di sviluppo sia offrire i propri servizi a delle NetCo (non verticalmente integrate) di altri paesi. L’integrazione sarebbe quindi fondamentale in Italia ma non negli altri mercati. E’ McKinsey (che non difende a spada tratta l’integrazione verticale) a proporre questa idea di fornitura di servizi non-telco da parte di operatori di TLC in altri mercati europei. Però precisa che “Mentre questo è un territorio inesplorato per le telecomunicazioni, l’industria dell’energia offre un’idea della promessa di scalare oltre i confini” citando il caso di una società elettrica britannica che opera tramite dei licenziatari in otto paesi. Azienda che non possiede una rete.

Conclude McKinsey dicendo che “In parte il problema potrebbe essere che i margini di rete di una Telco integrata forniscono un cuscinetto che oscura l’urgenza della trasformazione”. L’urgenza è rinviata da oltre 15 anni; che sia ormai giunto il momento di separare i servizi dalla rete ?

Critica ragionata a “La via del futuro per TIM” di Debenedetti e Vatalaro

Veniamo ora alla Critica ragionata punto per punto. Sul lato sinistro il testo del loro articolo

, sul lato destro il mio commento

“Il Governo”, ha detto la premier Giorgia Meloni nella conferenza stampa di fine anno, “si dà il duplice obiettivo di assumere il controllo della rete e di lavorare il più possibile per mantenere i livelli occupazionali. Il resto lo lasciamo alla dinamica libera del mercato”.
Dovrebbe essere la parola definitiva: ma definitivo è sempre una parola grossa. Tanto più parlando di TIM, come vedremo.
La separazione della rete era già stata annunciata nello scorso luglio; ma non è mai stato deciso un perimetro preciso dell’infrastruttura da scorporare: solo rete di accesso, primaria e secondaria, oppure anche il trasporto che sta a monte? A forza di metafore balorde (la rete telefonica come le autostrade, chi le gestisce non è chi fabbrica le automobili), di ambizioni personali (governare un’unica società delle reti, gas, elettricità, telecomunicazioni), di superficialità (se siamo indietro nella velocizzazione della rete, basta tornare al monopolio e dare soldi, così diventeremo forti come quelli che avevano già la rete TV via cavo), il tutto condito da nazionalismo becero (un’infrastruttura essenziale deve essere dello Stato, altrimenti ce la possono portare via) e da terrorismo psicologico (i dati dei cittadini finiranno in balia di potenze straniere che attentano alla sicurezza dello Stato), si è costruito un assioma indiscusso: la rete “unica-pubblica-separata-non controllata da una Telco”.
E invece da discutere ce n’è eccome: se sono sorte milioni di app, che hanno prodotto un nuovo settore industriale e modificato il modo di operare di quelli già esistenti, è perché qualcuno ha fornito, a loro e ai loro clienti, la connettività.
Ciò che ha consentito la nascita di milioni di servizi e applicazioni è la “permissionless innovation” che Internet ha abilitato: il fatto di poter fare una applicazione senza chiedere il permesso all’operatore.
L’economia dati si è sviluppata nonostante l’operatore di rete abbia fornito in passato una pessima connettività.
In precedenza, quando la “permissionless innovation” generava il boom del web in USA, in Europa le telco cercavano di controllare tutto e di attuare una “permissioned innovation” che ha partorito il minitel/videotel.
E questo qualcuno in Italia è stata in primo luogo la TIM e con lei le altre imprese concorrenti che, grazie alla sua privatizzazione, sono sorte in Italia più numerose che in qualsiasi altro Paese europeo, dando al nostro Paese le tariffe più basse in Europa. Le società di telecomunicazioni stimolano la crescita dell’economia B2C (business to consumer): eppure, come osserva un paper di McKinsey del 15 novembre 2022, (“Thinking like a ‘Serv.Co’: how telcos can drive B2C growth”) le imprese di telecomunicazioni hanno trattenuto ben poco delle enormi ricchezze che si sono prodotte grazie al loro contributo. E non solo in Italia: in tutta Europa le performance di Borsa delle Telco sono inferiori alla media di mercato. Perché?E’ vero che le telco non sono state capaci di catturare il valore che si è generato da Internet a la ragione la dice l’articolo in fondo (dobbiamo arrivarci.)

Non è vero che l’articolo di McKinsey affermi ciò! non dicono che “non hanno trattenuto valore”.
le parole sono importanti!

The connectivity that telecom operators provide has launched hundreds of thousands of new applications and services, creating enormous value at the edge of the industry. Despite this, telcos have underperformed shareholders’ expectations.
Le cause principali sono due. La prima è un problema strutturale e culturale comune a tutte le Telco: la divaricazione fra la creazione del valore e la cattura del valore, che fa sì che a loro sfugga in gran parte la ricchezza che hanno contribuito a produrre. Da sempre le Telco promuovono l’innovazione di prodotto (ad esempio dal 2G al 5G, dal rame alla fibra, e così via) ma trascurano l’innovazione dei modelli di business, ancorate come sono alla mera connettivitàQuella è innovazione tecnologica e non è prodotta dalle telco ma dai produttori di elettronica.

Non da sempre ma da molti anni diverse grandi telco europee sono gestite da manager che noncapiscono il business e di certo non capiscono il nuovo business. Hanno chiuso centri di ricerca e centri di formazione, anczichè innovarli e trasformali da telco a internet, si sono concentrati sulla finanza e non sull’industria. Hanno fatto alchimie finanziarie tra cessioni, outsourcing e leaseback e hanno cercato la crescita lanciando guerre di prezzi.

sembrano la UPIM di decenni or sono (Unico Prezzo Italiano Miano: tutto a cinque lire!)
In questo modo si genera una forte esternalità verso i clienti, da un lato, e verso gli OTT, dall’altro: tutto valore che le Telco distribuiscono.Il servizio informativo per eccellenza è quello finanziario. Il Trading Online è abilitato dalla telco. Anche quello è valore distribuito ? dove sta il confine ? dove ci fermiamo ?
La seconda causa, valida in Europa e non negli USA, è la frammentazione con aziende troppo piccole e una forma di concorrenza sul prezzo che le rende asfittiche e incapaci di generare ricavi e utili a sufficienza: da questo deriva la fuga dei capitali verso settori più redditizi e di conseguenza la difficoltà ad investire in nuove infrastrutture.Non è vero che anche negli USA non “fuggano i capitali verso settori più redditizi”. Anche dove il mercato è più concentrato la capitalizzazione delle maggiori telco è molto lontana dagli OTT

Ciò avviene anche se negli USA non c’è praticamente concorrenza nelle tlc, ad eccezione dei centri di alcune grandi città: gli operatori si sono spartiti zone geografiche dove operano in quasi monopolio
In Europa, calcola McKinsey, ci sono 87 provider con più di un milione di abbonati ciascuno; in America solo 16. È quindi probabile che si sia alla vigilia di un processo di consolidamento.USA = 1 mercato
Unione Europea = 21 mercati

la frammentazione delle telco è determinata dalla frammentazione del mercato, non viceversa!
Sarebbe bellissimo se per creare un mercato unico europeo dell’energia, delle assicurazioni, delle banche, ecc. ecc. bastasse mettere assieme tre telco.

Oppure è possibile che si sia alla vigilia di un processo di consolidamento anche in questi altri mercati ? Avvertiamo Messina, Donnet e Starace!

McKinsey non ha detto nulla di ciò. Anzi: ha detto che “While NetCos are likely to remain inherently local businesses because they own and operate physical assets that can’t easily be scaled into new markets, telcos’ B2C operations have the potential to scale across geographies by partnering with local NetCos to offer connectivity

Capite ? Netco locali e Servco europee. Alla faccia dell’integrazione verticale!
Come arriverà l’Italia a questo appuntamento? Una TIM in cui si fosse proceduto alla separazione di rete e servizi – un’operazione fatta solo da Nuova Zelanda e Australia, con pessimi risultati la seconda, appena mediocri la prima – sarebbe diversa da tutte le altre, dunque emarginata o, peggio, assorbita da parte dei grandi gruppi continentali o globali. Un esito opposto a quello auspicato dai sostenitori del primato dello Stato nelle telecomunicazioni italiane.A parte il fatto che le tlc sono un density based business. la distribuzione geografica della clientela (e quindi anche dei costi) è totalmente diversa rispetto all’Oceania

La separazione dell’incumbent è avvenuta giò in Europa, vedi Danimarca e Repubblica Ceca. Possiamo anche ricordare UK con BT Open Reach. Si tratta di operazioni che hanno creato valore (anche se si è mantenuto il controllo sul retail)

Assorbita quale ? Netco o Servco ? Netco, dice McKinsey, è un business inerentemente locale, Servco sarebbe un male ?

Una rete nazionale sarebbe un esito opposto ? Ma da che punto partiamo ? Chi sono gli azionisti di riferimento delle grandi telco italiane oggi ? tutti stranieri. Incluso TIM di cui gli azionisti tranieri sono oltre il 68%Separare le operazioni di rete da quelle rivolte ai clienti, affidando le prime a una NetCo, e cedendo le seconde a una ServCo, con l’obbiettivo di attrarre più facilmente investimenti di lungo periodo per l’espansione delle reti, può rivelarsi illusorio.!!

Si presenta come futuro distopico una realtà già attuale per le TLC domestiche.
Separare le operazioni di rete da quelle rivolte ai clienti, affidando le prime a una NetCo, e cedendo le seconde a una ServCo, con l’obbiettivo di attrarre più facilmente investimenti di lungo periodo per l’espansione delle reti, può rivelarsi illusorio.i servizi hanno moltiplicatori e attese di ritorni di investimento da società di servizi (pochi anni, ritorni alti).

la rete è un business essenzialmente edilizio (il grosso dei costi sono edilizia) i fondi infrastrutturali hanno ritorni bassi e tempi lunghi.

ci sono fior di fondi infrastrutturali a fare la coda per investire.
Se si separa la rete, aumentare la crescita e il valore della ServCo diventa una questione esistenziale: infatti la separazione ha un effetto devastante sulla redditività delle restanti attività sui servizi.cogliamo l’incongruenza di questa frase con le tesi precedenti ?
se è vera. vuol dire che i servizi rendono poco, mentre la tesi precedente è che rendono molto e dovrebbero pagare per sussidiare la rete
Da quando è incominciata a circolare l’idea di separare rete e servizi, anche solo il buonsenso induceva a pensare che sarebbe stata la rovina di TIM. Lo studio della McKinsey su una Telco tipica lo quantifica in modo impressionante: senza il contributo dei profitti di rete, il margine EBITDA della società dei servizi si abbatte dal 30-40% al 5-15%.Se questo fosse vero, la logica vorrebbe che per tutelare la redditività della rete, ci si sbarazzasse quanto prima dei servizi…
Ma anche se si abbandonasse la sciagurata idea che parrebbe radicata in Italia, la Telco integrata dovrebbe adottare la mentalità di una ServCo per rinvigorire la crescita, ridurre la base di costo e trovare il modo di espandere il perimetro delle attività.Quindi i servizi hanno margini bassi, la rete alti, allora bisogna tenerli insieme ed espandere i servizi . (?!?=!?!)

Il fatto è che McKinsey non dice che bisognerebbe tenerli insieme…
Alcune aziende ci sono riuscite, e il paper di McKinsey indica i modi: tutti presuppongono di disporre dei dati, ovviamente anonimizzati, che sono un patrimonio direttamente accessibile solo se si controlla la rete.

No, McKinsey non dice ciò.

e poi, ma come, non ci lamentiamo che gli OTT controllano tutti i dati e adesso impariamo che i dati sono accessibili solo se si controlla la rete ? ovviamente non è così.

Come dicevo nella risposta, le telco non possono toccare i dati prima ancora che per le norme della privacy per le norme sulle telecomunicazioni!
L’integrazione rete-servizi può consentire il salto di qualità verso una data-driven company, cambio di paradigma essenziale per accrescere la cattura del valore. Nel nuovo modello d’impresa, i dipendenti sfruttano i dati nel loro lavoro regolarmente e in modo naturale; le attività e le decisioni di routine sono automatizzate e le organizzazioni si concentrano sulle decisioni da prendere, mentre reti di dispositivi raccolgono e trasmettono dati e analisi, spesso in tempo reale; l’intelligenza artificiale abilita lo sviluppo di nuove capacità e la scoperta di nuove relazioni nei dati per guidare l’innovazione; i team aziendali mirano all’ideazione di nuovi modi d’uso dei dati nello sviluppo di una strategia aziendale sempre più efficace nelle interazioni con il cliente e nella generazione di nuove forme di monetizzazione dei servizi.Dato che questa discussione c’è da 17 anni, perchè non è accaduto ? Solo TIM non è stata capace ? cosa hanno fatto di eclatante FT/Orange, BT, DT, ecc. ecc. ?

E’ da 17 anni che “può consentire”. Sarebbe ora di prendere atto che non funziona e provare a dare retta a chi sostiene la visione opposta…

E lo scenario idilliaco prospettato, perchè di grazia avrebbe bisogno della integrazione verticale ?
Se questa è la Telco del futuro (ma già oggi se ne cominciano a vedere i primi esempi), accrescere la base della generazione dei dati e la varietà delle loro applicazioni diventa la chiave del successo. Ci sono due strade non in conflitto fra loro: potenziare l’integrazione orizzontale (più ampia generazione dei dati) e quella verticale (estensione delle applicazioni dei dati)Dove ?
Negli USA si sono già presentati esempi dei due modelli di sviluppo senza che la Federal Communications Commission (FCC), il regolatore equivalente alla Commissione europea, li abbia contrastati.C’è questo piccolo dettaglio che le leggi di settore e dei dati tra UE e USA sono radicalmente diverse.

PS: la FCC non è equivalente alla Commissione UE…
AT&T nel 2018 procede a un’importante integrazione verticale, acquisendo il colosso dei contenuti Time Warner e riuscendo a dimostrare in Tribunale, dopo una battaglia legale con il Department of Justice, che i benefici sociali dell’integrazione verticale superano gli svantaggi.Hanno acquisito un’azienda leader dei contenuti, non si sono messi fare contenuti. Cosa potrebbe fare TIM? Si compra Mediaset?

Le leggi sono diverse… in USA non c’è il SIC.

Le leggi sono dei paletti fastidiosi, ma ci sono…

PS. In Italia abbiamo fatto Cubovision, senza troppa convinzione, per la verità…
Poi nel 2020 T Mobile US, controllata da Deutsche Telekom e cresciuta da piccola startup nei primi anni 2000 fino a divenire il terzo operatore statunitense, acquisisce Sprint Corporation, al tempo il quarto operatore, assorbendolo e eliminando il marchio dal mercato. La fusione orizzontale, ricevuta l’approvazione del DoJ, della FCC e di diversi procuratori generali statali, ha condotto al primo operatore di telecomunicazioni al mondo per capitalizzazione (52° posto nella Top-500 con Market cap di 169,35 $ billion), sopravanzando sia AT&T che Verizon.

Ecco, quindi, le principali ragioni per cui i cosiddetti “punti fermi” della discussione in seno al governo sul futuro di TIM (e Oper Fiber) sono sbagliati.
Questo è appunto avvenuto perchè si trattava dei due operatori più piccoli: la stessa operazione, se condotta da verizon o AT&T, non sarebbe stata autorizzata negli USA.

E’ notorio che le norme Antitrust sono indigeste a Franco, ma ci sono.

Dato che >TIM non potrebbe fare una simile concentrazione, cosa potrebbe fare ? Può solo attendere che i suoi concorrenti (Iliad, Vodafone, Fastweb) si fondano…
1. La separazione della rete renderebbe ancora più critica la già ridotta redditività dei servizi di TIM; perderne il controllo renderebbe impossibili le nuove attività da cui dipende il suo miglioramentoNel caso di un consolidamento delle Telco europee, essendo ad ogni evidenza improbabile che TIM, e tanto meno Open Fiber, possano essere gli integratori, è necessario che TIM si presenti tutta intera e rafforzata ai possibili partner: quindi, come loro, con la propria rete integrata. Inoltre, in nessun posto in Europa lo Stato ha il controllo e solo in pochi casi ha una partecipazione di minoranza: il controllo dello Stato renderebbe TIM esclusa dalle future partnership europee.Se è imrobabile che TIM e Open Fiber siano gli aggregatori, significa che gli autori prevedono che finirà aggregata ad un grande operatore TLC Europeo cui è bene portare in dote anche la rete…

Sanno qualcosa che non sappiamo ?

PS. Solo “in pochi casi ha una partecipazione di minoranza”, tra cui proprio Deutsche Telekom (quella ce ha sopravanzato AT&T e Verizon…)

Stanti le attuali quotazioni, TIM sarebbe preda e verrebbe comprata per poco. Se ciò non avviene è perché il governo la difende, ma fino a quando potrà farlo ?
2. La separazione della rete renderebbe ancora più critica la già ridotta redditività dei servizi di TIM; perderne il controllo renderebbe impossibili le nuove attività da cui dipende il suo miglioramentoHo una controproposta: vendiamo i servizi, cosi’ rimane l’alta redditivita’ della rete.

(che poi è sempre stata la mia proposta, prima del rebranding che ha chiamato tutto TIM. Quando c’erano ancora i due marchi io avevo proposto di mantenere come Telecom Italia la rete e di scorporare i servizi nella allora TIM (Telecom Italia Mobile) da rinominare Telecom Italia Mercato.
3. La rete unica, cioè la fusione di TIM e Open Fiber, peggiorerebbe la redditività sia della NetCo sia della ServCo. Open Fiber apporterebbe i propri debiti e, quanto alla rete, nelle aree urbane è un doppione di quella di TIM, mentre nelle aree bianche è in ritardo, incompleta e realizzata con standard incompatibileNon è mie intenzione fare il difensore di ufficio di Open FIber, perchè dovrei ? tantopiù sulle scelte tecnologiche e le rispettive responsabilità (sancite e sanzionate anche dalle autorità, ma non entro in dettaglio. voliamo alto) e prospettive di evoluzione tecnologica. (non mi sfugge che Francesco è un grande sostenitore della lunga vita del rame).

chi tra i due è più gravato di debiti ?
si dice che Openfiber peggiorerebbe la reddività e quindi non va fatta ma vanno fatti i servizi che si dice hanno redditività bassa ?
TIM bisogna che migliori prioritariamente i suoi parametri economici sul versante dei ricavi.perchè non aumenta i prezzi ?
perchè c’è la concorrenza che tiene i prezzi bassi.
perche’ altri se lo possono permettere e TIM no ? forse sono più efficienti.. (tantopiù che comprano la Wholesale da TIM che grazie al prezzo regolamentato di AGCOM che fissa una remunerazione del capitale a TIM di oltre il 9%, Quindi i concorrenti comprano materia pria più cara, vendono a prezzi concorrenziali e ci stanno dentro). Forse c’è molto da fare ancora su operations.
Open Fiber, se necessario con l’aiuto temporaneo dello Stato che l’ha voluta, deve diventare una Telco a pieno titolo in grado di vendere al cliente finale i suoi servizi, per poi essere ceduta al mercato. Solo così si può pensare di salvare entrambe.Cosa vuol dire “telco a pieno titolo” ? Che si rivolge anche ad utenti finali e non solo ad operatori ? Nel mondo ci sono un sacco di operatori wholesale, che tra l’altro sono amati dagli investitori infrastrutturali.
Tornando al paper di McKinsey, è utile riflettere sulle tre leve che propone per aumentare ricavi e margini EBITDA dell’attività B2C, compreso il costo reale della NetCo.
Prima leva: aumentare la redditività della connettività. Ciò può avvenire con una strategia di aumento dell’ARPU (ricavo medio per utente) attraverso la gestione del valore del cliente e la riduzione dei costi di rete: entrambi gli obiettivi sono conseguibili con l’edge-computing.
Corretto. Vendere a Netflix e simili cache poste vicino agli utenti per minimizzare latenze, migliorare qualità per l’utente e aumentare ricavi (e non chiedere che paghino due fiorini di pedaggio per chissà quale ragione).

Perchè non è stato fatto ? Perchè si è lasciato che il business della Content delivery andasse tutto in mano ad altri ? Perchè non si è comprato una Akamai, quando era una piccola realtà ? Perchè pensavamo di parlare francese in francia, serbo in serbia, sloveno in slovacchia e slovacco in slovenia…
Seconda leva: trovare nuove fonti di reddito oltre alla connettività. Con offerte verticali in settori adiacenti, tipo assicurazioni e sicurezza; oppure creando un ecosistema di aziende con una piattaforma comune che consenta di accedere a una serie di prodotti e servizi digitali, dalla sicurezza alla telemedicina.mcKinsey spiega che il concetto è di diventare un canale commerciale per servizi di altri. non mettersi a fare concorrenza a generali o a verisure. In spagna Telefonica ha comprato Prosegur. Qui che investimenti abbiamo fatto ? Ne possiamo ancora fare ? (investimenti diversi da comprare telefonini da affittare, pardon, terminali di rete da noleggiare)

Bisognerebbe ricapitalizzare per fare investimenti, però ci sono gli azionisti da bail-out

Se sembra una storia già nota è perchè è accaduto più volte da Olimpia in poi.

Saremmo ancora credibili ? (i tentativi precedenti, ad esempio in contenuti, telemedicina e sicurezza non hanno funzionato ujn granchè)

BTW McKinsey riconosce che.. “However, telecom operators have historically struggled to scale adjacency plays. Roughly 75 percent of these new businesses have yet to reach $100 million in revenues, and around half are achieving less than 10 percent profitability

Sarebbe la fusione con Open Fiber ad abbassare la marginalità ? beh, si. perchè quella farebbe più di 100M di ricavi… (100M di ricavi sono circa lo 0,4% dei ricavi di TIM. Ci vuole un telescopio molto lungo per vedere il momento in cui ciò darà un margine di contribuzione significativo ad una TIM…)
Terza leva: scalare i successi ottenuti con la prima e la seconda leva su piattaforme che si estendano geograficamente, comprando connettività da NetCo locali, con ulteriori economie di scala, monetizzazione dei dati, e maggiore potere negoziale con altri partner digitali.
Bene. Netco locali.
Almeno è chiaro che McKinsey non dice che bisogna che le telco siano verticalmente integrate, ma che in giro per l’Europa ci saranno Netco…

Peccato che McKinsey non parli di economie di scala, monetizzazione dei dati e maggiore potere negoziale ma “wider customer base, as well as improve negotiating leverage with digital services seeking distribution

Questa idea che “i dati” siano una panacea per le telco è tanto radicata quanto incompresa.

NB: McKinsey riconosce che “this is uncharted territory for telecom“, è terreno inesplorato. C’e’ citato un operatore nel settore dell’energia nato in UK che opera in vari paesi e non possiede una rete.. (Octopus Energy)
Se si riposizionano come piattaforme digitali, le Telco godranno di un rating migliore. Oggi è circa quattro volte l’enterprise value, mentre quello degli operatori integrati con ecosistemi digitali è circa dieci volte. Vediamo più in dettaglio come questo si può ottenere.

Quanto alla prima leva, i clienti oggi danno per scontati connettività affidabile e bassi costi, esigono esperienze commerciali e operative fluide, interoperabilità tra fisso e mobile per un numero crescente di device. Fare queste offerte personalizzate, richiede un rapporto continuo con il cliente. La battaglia si gioca sulla customer experience: tariffe semplici, interazioni amichevoli, modelli che automaticamente rimborsano per guasti e disservizi, programmi fedeltà (tutti aspetti in cui le Telco sono distanti anni luce dagli OTT). Passando da esperienze di vendita e di assistenza tecnica manuali a canali digitali meno costosi perché automatizzati dall’intelligenza artificiale, le Telco possono ridurre significativamente i costi di vendita e aumentare la qualità dell’offerta.
Droni, che alzano tombini, fanno allacci, riparano giunzioni.

Meglio sarebbe investire per passare in FTTH che ha tassi di guasto 2 ordini di grandezza in meno del rame. Altro che Bonding!
La compagnia indonesiana Teknomsel, esemplifica McKinsey, ha lanciato una piattaforma per nativi digitali che consente di selezionare una SIM prepagata che viene recapitata a casa, di attivare il numero da remoto, di gestire le ricariche e fare pagamenti: tutto questo in modo friendly ed efficiente. In 15 mesi il sito ha raggiunto quasi 2 milioni di abbonati ed è riconosciuto come modello di customer satisfaction.L’offerta by.U per giovani è prima di tutto meno costosa

perchè abbassare i prezzi è così attraente ?
vediamo un raffrontro tra indonesia e Italia e prendiamo il top di gamma: 130GB al mese

in italia 130GB al mese costano 7 Eur/mese.

l’offerta da 130GB di Telkomsel costa 33eur/mese.

considerando la parità di potere di acquisto è come se da noi costasse 123 euro/mese. 17 volte il prezzo italiano!!

E’ pericoloso prendere per buone alla cieca pratiche fatte altrove senza guardare com’è fatto il mercato italiano.

a propos. da noi c’è TIM young e c’è Kena mobile, il brand lowcost di TIM.
Quanto alla seconda leva occorre capire come produrre nuovi flussi di ricavi oltre a quelli da connettività. Le Telco sono posizionate strategicamente per intercettare flussi di ricavi addizionali. Il 56 % dei clienti europei dicono che comprerebbero volentieri altri servizi dai loro provider di telecomunicazioni: allarme di casa, assicurazione sulla casa, servizi finanziari, servizi medici, ecc.di nuovo… bisogn ainvestire e ricordiamo i valori già citati sopra.

(e poi bisogna avere una reputazione ed una fiducia adeguati da parte del consumatore)
Le Telco che controllano le proprie reti possono fruire di informazioni su abitazioni, merito di credito, accesso alle case, e possono autenticare i clienti. In Norvegia Telenor ha introdotto il prodotto SAFE per fornire protezione contro furto di identità e dei dati: lanciato nel 2020 ha già 300.000 clienti che pagano 13$ al mese. Ha integrato SAFE nella sua app per facilitare accesso e pagamenti. Sostiene di avere così aumentato la fedeltà dei clienti; dal 2017 al 2020 le vendite in settori adiacenti producono i due terzi del ricavo medio per utente. In Spagna Telefònica ha acquistato metà di Prosegur, la più importante azienda spagnola di sicurezza domestica: insieme offrono interventi 24/7 in risposta ad allarmi. L’iniziativa ha apportato un aumento della sua base clienti di sicurezza a 406.000 dal lancio, e una crescita annua del 60% nella prima metà del 2022. Tuttavia, l’antiquata cultura industriale è sovente un ostacolo nel lanciare nuovi business. E qui interviene la terza leva proposta da McKinsey.SAFE non è “nella sua app”… e’ una rivendita di servizi di terzi. bisognerebbe sapere i margini ma non sono noti.

Prosegur ha molto senso anche se bisognerebbe vedere i margini che non sono noti

Anni fa si celebravano le partite di calcio, poi si è scoperto che erano un bagno di sangue…

Torniamo al punto degli investimenti: servono capitali per investire… (adesso il mercato è stato conquistato da verisure)
In Europa gli operatori Telco hanno cercato di aumentare i ricavi sviluppando al proprio interno le nuove offerte. Invece in altri Paesi hanno avuto successo nello sviluppare ecosistemi che integrano servizi di altre imprese perché gli operatori telco rappresentano un interessante canale di distribuzione dei loro prodotti. In Giappone DOCOMO ha costruito un solido ecosistema che offre contenuti digitali, esperienza sanitaria, servizi finanziari e vendita di prodotti, e che nel solo 2021 ha apportato un aumento del 23% dei suoi ricavi.Vero. non sfugga però che NTT è una azienda prevalentemente IT da 90 miliardi di euro/anno di cui i servizi rappresentano 3.3 miliardi/anno
Questo operatore persegue costantemente l’innovazione nella customer experience e nel 2021 vantava il maggior numero di brevetti nel settore dell’intelligenza artificiale in Giappone. Investimenti strategici e joint-venture hanno consentito di espandersi in nuovi settori verticali: servizi medici e telemedicina con Genova Diagnostics e Omron, consegne a domicilio con ORIX, consulenza finanziaria basati sull’intelligenza artificiale con Theo. Infine, integra servizi video di DAZN, Disney+ e Kijari TV.I margini a chi vanno ?
Si diceva prima della frammentazione del mercato europeo delle Telco. Ma mentre le NetCo separate rimarranno sostanzialmente locali, perché possiedono asset fisici che non possono espandersi in nuovi mercati, le operazioni B2C delle Telco integrate possono espandersi geograficamente alleandosi con NetCo locali per offrire servizi pregiati.Oibò. Ci saranno Netco separate ? non lo sanno che senza integrazione verticale c’è solo stridore di denti ?

Poi, sarebbero solo Netco piccole, perchè difficilmente una netco di un ex incumbent accetta di buon grado una servco di un altro ex incumbent. Ciascuno di essi vuole fare lo stesso nel paese dell’altro, quindi sono concorrentissimi!
Il processo potrebbe incominciare con l’integrazione delle divisioni nazionali di operatori pan-europeiQuesta non l’ho capita.
Secondo McKinsey, se il mercato europeo fosse servito da un totale di 16 piattaforme B2C, come negli USA, sarebbe possibile un risparmio di più di 5$ billion all’anno. Questa è la potenza della leva numero 3: integrare l’ecosistema tra diversi mercati attraverso l’espansione a settori adiacenti e ad aree geografiche diverse.Cara McKinsey, piccolo dettaglio, ci sono 28 mercati europei, non uno. Quando ci sarà, ne riparleremo.
Si tratta di cambiamenti importanti che riguardano anche la cultura aziendale, quella dei dipendenti e le modalità di interfacciarsi con i clienti. Ma quello che più rileva è che tutti questi cambiamenti presuppongono di avere accesso alla rete, non solo per disporre dei dati necessari per sviluppare i nuovi business, ma anche per potere operare sulle interfacce con i clienti. Una netta separazione operativa, e ancor più una separazione societaria, rischia di rende impossibili, o troppo costosi, quei cambiamenti necessari per trovare nuove fonti di reddito così da aumentare la redditività aziendale.Ammo’ ? Doppio giro e si ritorna all’integrazione verticale ?
McKinsey non lo dice! quello che conta e’ la relazione di billing, il customer care e la base clienti!

E’ vero il contrario. Dice McKinsey “In parte il problema potrebbe essere che i margini di rete di una Telco integrata forniscono un cuscinetto che oscura l’urgenza della trasformazione”.

E infatti sono 17 anni che la posizione di Debenedetti e Vatalaro è nei fatti e dove siamo arrivati è lì da vedere.
L’integrazione verticale in Italia è oggi una realtà, anche a non considerare TIM: diversi operatori B2C hanno proprie reti fisse nelle aree urbane e da tempo le reti mobili sono concorrenziali anche sui dati e quindi sulla fornitura dei contenuti. Ciò consente una concorrenza tra modelli di business diversi e tra imprese più o meno integrate. Inoltre, la concorrenza tra infrastrutture consente la sperimentazione di tecnologie diverse e riduce il rischio che l’intera infrastruttura del Paese rimanga dipendente da una sola scelta tecnologica, rischio particolarmente alto in una fase di grande sviluppo come quella attuale. Vale in Europa, persino di più in Italia.Le reti duplicate sono l’eccezione, non la regola. Le TLC sono un business basato sulla densità e in Italia solo il 12% della popolazione vive nei grandi centri urbani.

E’ vero il contrario.
L’Italia è il paese demograficamente più distribuito d’Europa

PS. sia chiaro che il grosso di una rete tlc è scavi, tombini cavi di vetro…
Le imprese Telco, quindi, per crescere devono avviare un percorso di trasformazione digitale, senza rinunciare al loro asset strategico: la rete. Integrazione rete-servizi, nuovi modelli di business, imprese data-driven: queste le parole d’ordine per uscire dalla crisi e ricominciare a crescere.Ammo’.
McKinsey non dice ciò, anzi, postula l’esistenza di Netco separate da Servco in giro per l’Europa, ed esordisce scrivendo “Per invertire [la loro] storica sottoperformance, alcune Telco stanno separando le operazioni di rete (gestite da una “NetCo”) da quelle rivolte ai clienti (gestite da una “ServCo”) per esporre il valore degli asset di rete o attrarre investimenti esterni per finanziare l’espansione della rete”.

Ciononostante, Franco e Francesco a dispetto delle considerazioni da loro stessi svolte, tornano a dire che senza l’integrazione verticale non c’è futuro. Da oltre 15 anni anni la tesi sta prevalendo…

La forza (della convinzione “a prescindere”) è grande in loro.
Ritorniamo da dove eravamo partiti: la conferenza stampa in cui la premier Giorgia Meloni dichiara che il suo Governo “si dà il duplice obiettivo di assumere il controllo della rete e di lavorare il più possibile per mantenere i livelli occupazionali. Il resto lo lasciamo alla dinamica libera del mercato”. Posto che in un’economia di mercato, i livelli occupazionali dipendono per definizione dalla sua libera dinamica (nazionalizzare per non licenziare lo faceva la GEPI), quello a cui il Governo deve “lavorare il più possibile” è evitare contraddizioni tra questo obbiettivo e quello di “assumere il controllo della rete”. “Controllo” può voler dire molte cose, non necessariamente coincide con “proprietà”. Come abbiamo visto, la condizione per cui le Telco possono crescere e far crescere l’ecosistema delle app che esse innervano con la loro connettività, è diventare delle data-driven companies,Ufff…

anche dimenticandosi dei vincoli regolatori (che ci sono) Il nesso proprietà_rete – successo_servizi casomai ha solo dimostrazioni contrarie: le telco verticalmente integrate che non riescono a fare servizi ed OTT (senza rete) che invece ci riescono ed hanno successo.
e questo è strettamente dipendente dal contenuto che pubblico e privato, governo e azionisti, italiani e stranieri, daranno alla parola controllo. Non è un problema per le altre Telco europee nate dagli ex monopoli pubblici: tutte “controllano” la loro rete senza possederla. Non si vede perché debba esserlo per TIM.eeeh ???

Va oltre la mia comprensione.

ed infine, alcune notiziole dai cugini

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2 thoughts on “Sulla separazione dei servizi (risposta a Debenedetti e Vatalaro e critica ragionata alla loro articolessa)”

  1. “Se questo fosse vero, la logica vorrebbe che per tutelare la redditività della rete, ci si sbarazzasse quanto prima dei servizi…”
    Che secondo me è in fondo in fondo quello che pensa piero labriola…

  2. se ti metti a riflettere sono sicuro che trovi una risposta anche per l’ultimo punto… probabilmente avevi finito l’energia emotiva ;-D e magari la risposta quell’ultima parte richiederebbe un fact checking lunghetto!

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